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Divieto di licenziamento, cosa succede in Italia, Francia e Regno Unito

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lavoro

L’analisi di Andrea Garnero (economista presso il Dipartimento Lavoro e Affari Sociali dell’Ocse) sul divieto di licenziamento tratta dal Lavoce.info

Il divieto di licenziamento è stata una delle misure più radicali per fronteggiare l’impatto economico e sociale della pandemia da Covid-19. Come ha ricordato il giuslavorista Michele Faioli sul Foglio, l’unica altra volta in cui vi si è fatto ricorso era nell’immediato dopoguerra. Inizialmente se ne era parlato anche in altri paesi, ma, come mostrato nell’Employment Outlook dell’Ocse, alla fine solo l’Italia ha formalmente vietato i licenziamenti individuali e collettivi.

Il divieto di licenziamento – e la cosa non sorprende – ha suscitato feroci dibattiti: per alcuni era una misura imprescindibile per evitare abusi in un periodo eccezionale, per altri una restrizione inaccettabile e dannosa alla libertà di fare impresa (forse persino incostituzionale secondo alcuni giuristi). A inizio agosto, la coalizione di governo ha impiegato diverse settimane per trovare un accordo sull’estensione del divieto. Nel frattempo, Confindustria spingeva per un ritorno alla normalità, mentre i sindacati minacciavano uno sciopero generale se la misura non fosse stato prolungata fino a fine anno.

Il gioco valeva la candela? Nonostante “misure di guerra” come questa, il mercato del lavoro italiano ha registrato 600mila occupati in meno tra febbraio e giugno. Magari la perdita occupazionale sarebbe stata maggiore senza il divieto di licenziamento. Però, non è detto. Se è più difficile licenziare, le imprese saranno anche più prudenti ad assumere (anche se in tempo di crisi, le assunzioni calano comunque notevolmente). Inoltre, licenziare costa, in termini di procedure, Tfr, indennizzi e possibili ricorsi. Mentre invece se l’accesso alla cassa integrazione è immediato e senza costi e se è possibile ridurre a zero il tempo di lavoro, un’impresa non ha vantaggio economico a licenziare, anche senza un divieto formale, perché il costo del lavoro può essere interamente trasferito allo stato, evitando così pure eventuali futuri costi di ricerca e assunzione di nuovi dipendenti.

COSA È SUCCESSO NEGLI ALTRI PAESI

Con una cassa integrazione universale e senza costi, estesa a molte piccole imprese che mai prima avevano avuto la possibilità di usare quella straordinaria o in deroga, come è quella introdotta di questi tempi in Italia e in molti altri paesi Ocse, si può quindi pensare che il divieto di licenziamento fosse una norma sostanzialmente ridondante, anche se politicamente “pesante”. Per il momento è impossibile dirlo con certezza, dato che mancano dati specifici sui licenziamenti e prove del contrario. Oggi sappiamo solo che il totale delle cessazioni (licenziamenti ma anche dimissioni) è sceso di molto rispetto allo scorso anno. Tuttavia, se si guarda all’andamento dei licenziamenti in altri paesi in cui esistono dati e le imprese avevano accesso a uno strumento comparabile alla cassa integrazione, il dubbio viene.

In Francia, per esempio, in base ai dati di Pôle Emploi, il servizio pubblico per l’impiego, non si vede alcun aumento dei licenziamenti tra febbraio e giugno rispetto allo stesso periodo del 2019. Anzi, i licenziamenti non economici sono perfino scesi.

Nel Regno Unito, che da fine aprile ha messo in piedi dal nulla una forma di cassa integrazione, il Coronavirus Job Retention Scheme, l’aumento dei licenziamenti rispetto agli stessi mesi degli anni precedenti è relativamente limitato. Si è passati da un tasso di licenziamenti del 3,6 per mille nell’aprile 2019 al 4,1 per mille nello stesso mese del 2020, dal 3,8 per mille del maggio 2019 al 4,8 per mille del maggio 2020. Nulla a che vedere con la crescita registrata nel 2008 durante la crisi finanziaria: dopo il fallimento della Lehman Brothers, a ottobre 2008, il tasso di licenziamenti era schizzato all’8,9 per mille dal 4,9 per mille dell’ottobre 2007, per poi salire ulteriormente nei mesi successivi.

Non bastano queste rapide e grossolane comparazioni internazionali per tirare conclusioni definitive per l’Italia. In particolare, Francia e Regno Unito hanno erogato la cassa integrazione senza i ritardi vissuti da molte imprese italiane. È possibile, quindi, che di fronte alle difficoltà di cassa, senza il divieto i licenziamenti nei primi mesi della crisi sarebbero stati ben più alti nel nostro paese. Tuttavia, i dati francesi e britannici instillano il dubbio che, una volta dato accesso alla Cig a tutti, il divieto di licenziamento, nel bene e nel male, fosse un provvedimento ridondante.

Dunque, un rinnovo del divieto nei prossimi mesi non comporterebbe alcun problema? No, perché con il decreto legge “agosto” l’accesso alla Cig non è più automatico, quindi cambiano le carte in tavola. In più, con il passare del tempo e di fronte a cambiamenti duraturi della domanda, alcune imprese cominceranno a voler riorganizzare la propria produzione. Aggiustamenti, purtroppo, saranno inevitabili se non si vuole pietrificare il paese e i lavoratori in lavori che non esistono più.

Il mercato del lavoro post-Covid non sarà e non potrà essere identico a quello del 21 febbraio 2020, quando tutto è cominciato.

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