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Democrazia

Democrazie malate e produttività ingannevole. Lo studio di Eisler per curare la società violenta

Democrazia e produttività, la realtà è sempre più complessa della rappresentazione che ne fa il nostro pensiero. Cosa dice il report del Center for Partnership Systems.

Capitalista-socialista, di destra-di sinistra; sviluppato-non sviluppato; occidentale-orientale; religioso-secolare: sono le categorie tradizionali attraverso cui leggiamo il mondo. Dei veri e propri dualismi, oggetto di una polarizzazione sempre più accentuata nel dibattito pubblico, tanto crescente che la promessa di un mondo più pacifico e sostenibile rimane disattesa, poiché tali categorie semplificano a tal punto i fenomeni politici ed economici, sociali e culturali, da non saperne cogliere le contraddizioni, inducendo allo scontro.

Prendendo a esempio estremi opposti, vediamo culture secolari come quella nazista di estrema destra o stalinista di estrema sinistra, presentare esattamente lo stesso livello di violenza e autoritarismo delle realtà che si fondano sulla religione, come quelle dei fondamentalismi islamici.

A partire da questo presupposto, la sociologa Riane Eisler ha cominciato a ripensare la prospettiva attraverso cui interpretiamo quegli stessi fenomeni, definendo una nuova scala sociale che vede a un estremo società che sviluppano relazioni eque e pacifiche – sistemi di partenariato – all’altro, società repressive e violente, i cosiddetti sistemi di dominio, come quelli sopracitati.

VERSO UNA SOCIETÀ COOPERATIVA

Un sistema di partenariato supera la concezione di rigidi ruoli familiari, non è soggetto alla dominanza maschile e a regole autoritarie, bensì produce un ambiente equo, pacifico e dialettico. Esempi attuali sono rari, come le società indigene, cioè non sviluppate dal punto di vista tecnologico, come quella dei Minankabao in Indonesia o i Mouso in Cina. Nel mezzo di questo gradiente troviamo società che riteniamo liberali e democratiche, le quali tuttavia si fondano su prevaricazione e violenza.

La svolta principale offerta da questa nuova prospettiva è mettere in dubbio i presupposti negativi riguardo alla natura umana e alla sua capacità di migliorarsi e determinare le condizioni per cui possano esprimersi quelle attitudini di cura, creatività ed empatia, che dovrebbero occupare un ruolo centrale nel tessuto sociale.

Come trasformare quindi il nostro sistema in una società cooperativa? Il report del Center for Partnership Systems, “Partnership and Domination societies”, propone di agire su quattro principali aspetti: le relazioni familiari, le relazioni di genere, le relazioni economiche e, infine, il linguaggio e la narrazione.

L’intreccio tra fattori appartenenti alla sfera pubblica e privata rende il lavoro di Eisler non solo originale e innovativo ma ne sottolinea la visione olistica e complessa. Presuppone quindi una multidisciplinarietà che va dalle ricerche di carattere prettamente storico a quelle antropologiche e sociologiche, politiche ed economiche, ma soprattutto neuroscientifiche.

È proprio quest’ultima categoria di studi a connettere le due sfere. Vediamo come.

IL RUOLO DELLA NEUROSCIENZA

Innanzitutto, parte dall’osservazione di quale tipo di relazioni, da quelle interpersonali a quelle internazionali, una società tende ad incoraggiare e come le sue componenti chiave interagiscono per conservare il suo carattere fondamentale. Ne emerge che la costruzione dei ruoli di genere è legata direttamente alle credenze e alle istituzioni della società stessa (famiglia, educazione, politica, economia, religione). Più in generale, ciò che le persone considerano normale o anormale, morale o immorale, in ogni sfera della vita, deriva dall’impatto dell’esperienza infantile che va a definire i percorsi neurochimici nei bambini, influenzando il loro sviluppo.

Dovremmo quindi abbattere quella riproduzione di schemi familiari e sociali caratterizzati da stereotipi, rigide gerarchie, violenza culturalmente accettata e narrazioni che tramandano un senso di ineluttabilità, tipici di un sistema di dominio.

Come conseguenza di tali fattori, vi è una evidente tendenza a ignorare l’enorme valore della cura e non solo sul piano umano ma in particolare dal punto di vista economico. Arriviamo così a un altro punto focale: le relazioni economiche.

Psicologia e neuroscienza affermano che ottenere un capitale umano di alta qualità – essenziale, secondo gli economisti, nell’era post-industriale – dipende in grande misura dalla qualità della cura e dell’educazione ricevuta in tenera età.

In Australia, una ricerca sul valore economico disperso a causa della svalutazione del lavoro di cura, così come accade per tutti quei “lavori da donna”, ha prodotto un risultato molto interessante: tale valore andrebbe a rappresentare addirittura il 50% del PIL. In effetti, basterebbe osservare paesi come la Finlandia e la Svezia per avere conferma del ritorno economico apportato dal settore.

C’è dunque un problema a priori che riguarda ciò che si considera produttivo o meno secondo pregiudizi socioculturali che vanno a definire un dato, il PIL, che ormai domina le politiche anziché esserne governato.

Il Center for Partnership Systems ha elaborato 24 indicatori economici per il benessere sociale (SWEIs) come alternativa per misurare il PIL, basati principalmente sul supporto alle famiglie: educazione parentale e dei bambini, crediti ai caregiver, sussidi per l’assistenza all’infanzia, agli anziani e alle persone con disabilità ne sono alcuni esempi.

Investire sul benessere generale dei cittadini non solo produce valore ma abbatte i costi della sanità. A ciò si dovrebbe aggiungere una tassazione equa su attività dannose per l’ambiente e per l’uomo (l’industria bellica in particolare) che non aggiungono alcun reale valore all’esistenza umana, ma che ostacolano un repentino ed efficace cambio di rotta nelle scelte di governo e alimentano la violenza strutturale.

Come possiamo ridurre la produzione di armi, se ci viene tramandata l’idea che i conflitti si risolvano con l’uso della forza? Come possiamo produrre un cambiamento se ci si persuade che non vi siano alternative? Le società del dominio fanno in modo che le fasce più oppresse non credano nella possibilità di un miglioramento e che si colpevolizzino per la propria condizione.

La rappresentazione della realtà è un’arma potentissima.

Ogni giorno siamo persuasi ad accettare e talvolta ad esaltare certe realtà per le libertà che promettono, ma sempre più svuotate della loro sostanzialità.

Il primo passo sta nell’educazione e nella conoscenza. Eisler afferma: “I nostri sforzi per un cambiamento positivo per l’ambiente, la società e l’economia avranno successo solo se garantiremo ai bambini e agli adulti di tutto il mondo la nuova conoscenza che oggi abbiamo sul nostro passato, presente e possibile futuro. È essenziale diffondere la consapevolezza che per millenni sono esistite società orientate alla partnership” abbattendo quella convinzione comune che il sistema è tale da sempre e non possa essere mutato.

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