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Acciaio, i dazi di Trump e quelli degli altri presidenti americani

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Un estratto del focus  “Dazi Usa: danni per tutti e rischi di guerra commerciale”, a firma di Cristina Pensa e Matteo Pignatti del centro studi di Confindustria 

L’imposizione di dazi sui metalli da parte degli Stati Uniti non è certo una novità. Già nel 1969 il presidente Nixon impose delle quote alle importazioni di acciaio, che vennero estese fino al 1974. Tali restrizioni furono effettivamente applicate a un ammontare consistente di prodotti soltanto nel biennio 1971-1972, determinando un aumento del prezzo dell’acciaio del 3,5%, senza una significativa riduzione della quantità importata.

Successivamente, nel 1978-80 e sporadicamente nel 1981-82, vennero imposti i cosiddetti trigger-price, cioè limiti al prezzo di acquisto dei prodotti in acciaio al di sotto dei quali l’amministrazione americana imponeva un dazio per “correggere il prezzo predatorio”. La loro applicazione fu comunque limitata e quindi l’effetto sui prezzi fu modesto (circa 1%).

Nel 1982 ci fu un accordo tra la Comunità europea e gli USA che definiva un tetto alle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. Dal 1984 al 1989 il presidente Reagan introdusse nuovi limiti alle importazioni di acciaio, invocando la clausola di salvaguardia per proteggere il settore domestico (Sezione 201). Dai dati a disposizione emerge che dal 1980 queste barriere commerciali non hanno frenato in modo significativo le importazioni di acciaio, che sono invece rimaste su un trend di crescita storicamente elevata, mentre hanno spinto molto all’insù i prezzi dei produttori americani, determinando un ampio gap di competitività con quelli esteri. Inoltre, l’effetto distorsivo sui prezzi domestici ha incentivato gli investimenti in grandi acciaierie, la maggior parte delle quali è successivamente fallita. Al contrario, le fabbriche di piccole dimensioni (le cosiddette minimill) hanno superato la crisi del settore grazie a costi fissi molto più contenuti.

Il 20 marzo 2002 il presidente Bush ha nuovamente invocato la clausola di salvaguardia, fissando una quota di 5,4 milioni di tonnellate di importazioni di acciaio, oltre la quale era imposto un dazio pari al 30%. L’aumento dei prezzi dei metalli di base che ne conseguì, anche a causa di altri fattori concomitanti, comportò una perdita di circa 200mila posti di lavoro nel resto del manifatturiero (specie nella lavorazione dei metalli, negli apparecchi e macchinari e nei mezzi di trasporto) e nelle costruzioni. Per questo, oltre che per l’opposizione dei partner commerciali, il governo USA introdusse una serie di esenzioni e, in seguito al pronunciamento del WTO contro le tariffe a fine 2003, eliminò del tutto i dazi.

Infine, l’esempio più noto del protezionismo americano, non limitato a un settore in particolare, risale all’inizio della Grande Depressione: nel 1930 l’amministrazione Hoover approvò lo Smoot-Hawley Tariff Act, che impose tariffe medie sulle importazioni USA suscettibili di dazi fino al 59% (sul totale delle importazioni si arrivò al 20% in media). Ciò causò una serie di ritorsioni da parte di altri paesi, tra cui Canada e altre nazioni europee, favorendo il crollo degli scambi con l’estero che accompagnò la caduta del PIL mondiale e allungò i tempi di risalita dalla recessione. Nel giro di tre anni le importazioni degli Stati Uniti crollarono del 66% e le esportazioni del 61%.

Allora, come oggi, la grande maggioranza degli economisti si schierò contro le barriere tariffarie, firmando una famosa lettera al Congresso americano che sintetizzava i danni del protezionismo e i rischi non solo per il benessere dei cittadini americani, ma anche per i rapporti economici e la pace stessa tra le nazioni. La lettera termina così:

“We would urge our Government to consider the bitterness which a policy of higher tariffs would inevitably inject into our international relations. … [The World Economic Conference] adopted a resolution announcing that “the time has come to put an end to the increase in tariffs and move in the opposite direction.” The higher duties proposed in our pending legislation violate the spirit of this agreement and plainly invite other nations to compete with us in raising further barriers to trade. A tariff war does not furnish good soil for the growth of world peace”.

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