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Dagli Usa ad Anguillara: manca il diritto, trionfa il dolore

Il senso profondo dell’imprevedibile aggressività trumpiana sta anche nella diversa idea del “diritto” che ci separa dagli States.

Il Giornale è il quotidiano che dedica il titolo più crudo all’uno-due assestato ieri dalla diplomazia di Palazzo Chigi: “Meloni manda al diavolo Trump e va alla guerra con la Svizzera”. La coppia di comunicati rilasciati dalla Presidenza del consiglio, in effetti, è sorprendente.

Quello sulla tragedia di Crans-Montana, con tanto di richiamo dell’ambasciatore a Berna, è stato oggetto di un ancor più duro commento di Edmondo Bruti Liberati: “La replica del presidente della Svizzera Guy Parmelin”, ironizza sulla Stampa, “deve aver destato viva sorpresa: Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri e la politica non deve interferire. Ma dove vive questo signore?”. Sullo stesso quotidiano, l’ambasciatore in Italia Roberto Balzaretti spiega più pacatamente: “Ci sono state lacune nei controlli ma che Moretti torni in libertà è legale, è un principio fondamentale del nostro diritto”.

Bruti Liberati allaccia la nota di ieri a quelle già rilasciate il giorno precedente, sia dalla presidente del Consiglio sia da entrambi i suoi vice, incluso quello che ricopre l’incarico di ministro degli Esteri. E inanella la tensione italo-elvetica con le polemiche tra esecutivo e Cassazione (si potrebbe citare anche la Corte dei conti) e con quelle sui bambini della “casa nel bosco”.

È chiaro quindi che una prima lettura della vicenda elvetica è quella relativa alla campagna elettorale in corso sul referendum, subliminale ma rovente. Da una parte si evidenzia l’ingiustizia di alcuni pronunciamenti della magistratura e dall’altra la volontà politica di condizionare i giudici. L’ultimo caso citato, quello della famiglia commissariata per la sua stravagante vita bucolica mentre i bambini rom continuano a elemosinare e delinquere, per dirla sbrigativamente come farebbe un giornale di destra, squarcia però ancor meglio l’interrogativo suscitato dall’ingerenza non solo di un magistrato nelle scelte educative ma, in generale, dei poteri pubblici nella sfera privata.

Proprio qui, nella profonda crisi del diritto – individuale, famigliare, pubblico e internazionale – si può legare la questione abruzzese alla tensione italo-statunitense, all’ormai amplissima spaccatura tra quelli che Paolo Mieli chiama “Occidenti”, al plurale. Tensione nella quale, con mille implicazioni geo-politiche, economiche e militari, ce n’è una più profondamente giuridica. Il senso profondo dell’imprevedibile aggressività trumpiana sta anche nella diversa idea del “diritto” che ci separa dagli States. Per coglierla basta confrontare la durezza impietosa con cui si sta gestendo la situazione a Minneapolis e il buonismo garantista con cui si affronta l’ordine pubblico in Italia, dove è considerato inammissibile non solo l’uso dei manganelli ma anche la vigorosa liberazione di una strada dagli occupanti, a beneficio di chi ci deve transitare.

Se tutto è oggetto di valutazione soggettiva e parziale, se non c’è una basica comunanza morale, se si pone “un” diritto contro un altro, tra la sfera personale e globale si crea una spirale di incertezza, insoddisfazione, rancore e dolore. Vedasi la lancinante tragedia di Anguillara, con il suicidio dei genitori del femminicida, che aggrava il già terribile destino di un bambino di 10 anni che ora non avrà più genitori né nonni: “Neanche il pensiero di un nipote orfano di madre ha fatto desistere la coppia”, osserva Gianluca Nicoletti. La mancanza di senso del diritto, di un’idea comune anche se minima di ciò che è giusto e sbagliato, di ciò che si fa e non, del bene e del male, porta a questo. A un diffuso, profondo dolore. “L’unica cura adesso è il perdono”, dice il parroco.

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