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Con quali armi si farà la guerra al Coronavirus?

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Come fare la guerra finanziaria al Coronavirus? L’intervento di Paolo Rubino

Riceviamo e pubblichiamo:

Il ricorso al linguaggio metaforico è un artificio retorico di grande utilità soprattutto in campo didattico. L’efficacia della metafora per spiegare un concetto scientifico complesso è uno strumento talvolta irrinunciabile per lo scienziato pedagogo, benché gli scienziati in quanto tali mostrino avversità per il ricorso alla metafora nello svolgimento del loro lavoro e nel dialogo fra esperti. La metafora è dunque utile per la divulgazione, sebbene povera di funzione euristica.

E infatti di essa se ne sono appropriati soprattutto i media che vi fanno ampio ricorso, principalmente per enfatizzare e drammatizzare gli eventi. Tra i linguaggi certamente più evocativi e potenti cui si fa ricorso, quello bellico prevale di gran lunga, ancor più oggi nello scenario del Covid-19. E certo il ricorso alle metafore belliche ha dato un notevole impulso all’adozione condivisa da parte del pubblico delle misure d’emergenza per contrastare la diffusione della malattia.

In guerra, d’altronde, le soggettività individuali tendono a sfumare le differenze, ad accettare le direttive del potere esecutivo evitando le polemiche, ad innescare spontaneamente meccanismi solidali all’interno della propria parte combattente, al sacrificio proattivo di ognuno. Bene dunque l’ampio ricorso alle metafore belliche che appare funzionare, al di là di cavillose precisazioni di commentatori vanitosi o partigiani, nel mobilitare le energie per vincere la prima battaglia contro il coronavirus. Ma questo avversario, secondo l’opinione prevalente degli esperti, non può essere sconfitto in una prima unica battaglia.

Trasfigurando, a fini retorici, il virus in un soggetto ostile pensante, esso è dotato di tenacia, perspicacia, lungimiranza e visione. In altri termini si può dire che esso possa avere una strategia. Per la quale le centinaia di migliaia di morti della prima battaglia sono mero obiettivo tattico. Se davvero la natura, attraverso il virus, fosse soggetto pensante, lo scopo strategico della sua azione ostile consisterebbe nel minare le basi fondanti dell’avversario, ovvero le strutture economiche e il modello di socialità degli umani ereditato dal XX secolo.

Al momento attuale, tutti i “condottieri” delle comunità umane, dopo qualche iniziale tentennamento e diversità di visione, sembrano convergere su un modello comune di difesa: la riduzione al minimo delle morti causate dal virus ricorrendo alla tattica del lock down. Ma se questa scelta consente di vincere la battaglia tattica, purtroppo favorisce l’avversario nel perseguimento del suo obiettivo strategico. Di qui la contraddizione in cui vivono oggi le comunità umane. Il comando delle operazioni belliche nelle mani di scienziati e medici consente la vittoria tattica, ma pregiudica la salvaguardia strategica dei fondamenti economici e sociali di quelle stesse comunità. Bisogna, inoltre, aggiungere che se tutte le comunità umane hanno lo stesso scopo e convergono nell’azione sul piano tattico, su quello strategico esse sono in potenziale conflitto tra loro, checché ne pensino e predichino gli idealisti per ruolo. I comandanti in capo delle operazioni belliche, i governanti, hanno davanti a sé due obiettivi strategici: 1, come recuperare i danni causati dal lock down; 2, come contrattaccare il nemico per distruggerlo. Per questo secondo obiettivo vi è la corsa di ognuno a dotarsi per primo dell’arma finale, il vaccino.

Laboratori e centri di ricerca, al di là di una dichiarata cooperazione universale, competono oggi aspramente per questo scopo e chi lo conseguirà per primo si assicurerà un potente vantaggio competitivo, non diversamente dalla corsa all’arma atomica nella fase finale dell’ultima guerra simmetrica mondiale. Per gareggiare in questa corsa non basteranno le competenze, peraltro ben distribuite tra le varie comunità.

La differenza la farà la dimensione dell’investimento finanziario a sostegno della corsa al vaccino. Il capitale in altri termini. Chi vincerà questa gara avrà un bel jolly per dettare le condizioni nella mano finale della partita. Per il primo obiettivo, la ricostruzione delle basi economiche e sociali delle varie comunità umane, al momento queste sembrano tutte convergere su un medesimo modello d’azione, ossia l’entità di mezzi finanziari, a debito, da iniettare nel sistema economico per la sua rianimazione. L’investimento stanziato dall’Italia, nel decreto governativo dello scorso marzo, per 25 miliardi di euro è apparso a tutti abbagliante. E oggettivamente, soltanto due mesi fa nessuno avrebbe osato immaginare una tale quantità di investimento pubblico a debito.

Tuttavia, nelle settimane successive, quella cifra è impallidita a fronte dell’ordine di grandezza degli investimenti dichiarati da altre comunità come Francia, Germania e Stati Uniti. I propri carri armati in una parata dimostrativa possono sembrare impressionanti. Una volta al fronte, se ne scopre il valore reale nel confronto con le quantità schierate dai concorrenti. Oltre il numero poi, conta la qualità dei carri armati come ben sa chi ricorda il teatro bellico del Nord Africa tra il 1941 e il 1943. Il rapporto numerico tra carri britannici e carri italo tedeschi era di 6 a 1. Non solo, gli inglesi, con l’ausilio USA, schieravano i potenti e moderni Sherman contro i quali poco potevano gli scarsi Ansaldo M14 italiani e i pochi Panzer Tiger rimasti ai tedeschi. È evidente che il nostro paese dovrà incrementare il capitale finanziario di debito da iniettare nel sistema economico. Il problema della quantità di capitale è oggi sul tavolo del governo italiano.

Come sembra indicare il professor Draghi nel suo recente intervento sul Financial Times, questo problema non consiste tanto nell’immaginare il piano di restituzione futuro delle quote capitali, argomento già in sé inutilmente retorico nel recente passato “normale”, quanto piuttosto nel riuscire ad ottenere il credito necessario e nel costo di questo, i tassi di interesse. Il governo italiano, per perseguire questa finalità, ha un’opzione strategica principale ed una subordinata. La principale consiste nell’ottenere un ruolo sostanzialmente fideiussorio di ogni altro governo UE, in primis di quello tedesco. Ovviamente, nessuno può ingenuamente aspettarsi che la “fideiussione Germania” sia concessa incondizionatamente. Il negoziato sulle condizioni è un percorso arduo e incerto per il quale il polemico fuoco amico dei politici d’opposizione teso a scatenare, a meri fini di competizione domestica, il rancore emotivo dell’opinione pubblica contro la Germania, non aiuta i negoziatori.

Se l’opzione principale fallisce, non resta che quella subordinata. E dovrebbe essere chiaro a qualunque italiano che, per motivi d’impresa o solo personali, ha dovuto affrontare la richiesta di un mutuo come, in assenza di autorevoli fideiussioni, il prestatore domandi al richiedente almeno di “mostrare la sua buona volontà” attraverso una contribuzione del proprio capitale al finanziamento dell’investimento.

Normalmente in una quota pari ad almeno il 20% del capitale necessario. Se dunque l’opzione principale fallisce, il governo non avrà innanzi a sé che l’unica scelta di “mostrare i muscoli” attraverso la richiesta di capitale proprio agli azionisti, ovvero a tutti gli italiani, ovvero ricorrendo ad un incremento della raccolta fiscale. Se si immagina, quindi, che il fabbisogno finanziario per gli investimenti in ricostruzione debba raggiungere la soglia minima di 100 miliardi di euro nel 2020 e che, per ottenere questa somma ad un costo ragionevole, sia necessario finanziarla al 20% con capitale proprio, ne consegue che l’incremento di raccolta fiscale debba essere almeno pari a 20 miliardi di Euro, quasi il 3% in più di raccolta rispetto al gettito consuntivo del 2018.

L’attuale composizione del gettito fiscale nazionale è data, in ordine decrescente, per il 31% dalle imposte sui redditi delle persone e delle società e in ugual misura dal prelievo previdenziale, per il 30% dalle imposte sugli acquisti, per il 6% dalle imposte sul patrimonio, per il 2% da altre forme di imposizione. Considerato che il patrimonio privato degli italiani vale circa otto volte il reddito nazionale annuo, che quest’ultimo è assai più determinante rispetto al patrimonio nello stimolo alla crescita di consumi e investimenti, che la contribuzione al gettito fiscale dei patrimoni, in valore assoluto pari a 10 miliardi di Euro, genera un flusso annuo fiscale di circa 42 miliardi contro i 230 miliardi annui di flusso generati da un reddito annuo del valore di 1,2 miliardi di Euro, che la tassazione sugli acquisti, già rilevante per ammontare, ha effetto negativo sulla componente dei consumi nella formazione del reddito nazionale, che i trasferimenti previdenziali sono, in linea teorica, neutrali sui consumi alterando semplicemente il reddito disponibile tra le diverse generazioni, ne consegue che un prelievo straordinario a copertura del fabbisogno di capitale per un investimento complessivo nazionale a debito pari a 100 miliardi di Euro non può che essere indirizzato principalmente sui patrimoni.

Se la “fideiussione Germania” non dovesse andare in porto, sarà perciò necessario un aumento di capitale proprio della comunità Italia per circa 20 miliardi di Euro con la speranza che, a fronte di ciò, i prestatori concedano il mutuo ad un ragionevole interesse. Assicurato eventualmente un adeguato numero di carri armati per la strategia della ripartenza, il tema di come spendere questa somma è ugualmente rilevante afferendo esso alla qualità dei carri armati.

Se una prima fetta dell’investimento di 100 miliardi deve inevitabilmente essere distribuita a pioggia per proteggere aziende e cittadini dal crollo del reddito 2020, almeno una metà di questo investimento dovrà essere mirata a progetti specifici di valore nazionale. L’individuazione di questi progetti, la capacità di metterli in priorità, la coerente allocazione dei mezzi finanziari, la professionale esecuzione dei progetti non è certo tema di pubblica discussione mediatica.

E la speranza è che, mentre i condottieri politici si affannano a discettare di ricette sull’emergenza virus per le quali hanno scarsa o nulla competenza, i più avveduti tra essi si stiano invece concentrando sul piano strategico, ovvero sulla politica industriale dell’Italia. Per questo qui vale solo la pena di segnalare l’opportunità di focus su alcuni grandi settori: le telecomunicazioni, i trasporti, le infrastrutture logistiche, l’acciaio, i nuovi materiali speciali, l’aerospaziale senza dimenticare i servizi pubblici in materia di istruzione, sanità e sicurezza. Quantità adeguata e qualità eccellente dei nostri carri armati determineranno il futuro prossimo della comunità nazionale e i veri “condottieri”, all’epoca del coronavirus, si stanno occupando di questo parlandone poco e pensandoci molto.

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