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Che cosa ha in mente Putin con la riforma costituzionale in Russia

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Putin

L’analisi di Enzo Reale per Atlantico quotidiano su obiettivi e mosse di Putin in Russia

Nessuno si aspettava che Vladimir Putin avrebbe trasformato il cerimoniale discorso sullo stato della Federazione russa nell’occasione per annunciare una serie di riforme costituzionali che condizioneranno le dinamiche successorie ai vertici del Paese.

La prima vittima del nuovo corso è stato il primo ministro Dmitrij Medvedev che ha immediatamente ufficializzato le dimissioni del suo esecutivo adducendo un “cambio sostanziale delle condizioni politiche”. Putin gli ha già trovato un successore: è Mikhail Mishustin, sconosciuto ai più, cinquantatreenne, finora capo dell’agenzia delle tasse russa.

La sua nomina ha mandato all’aria tutte le previsioni che vedevano in pole position l’ex ministro delle finanze Kudrin e l’attuale ministro della difesa Shoigu, ma anche altre figure di primo piano della politica russa come il sindaco di Mosca Sobjanin, il titolare dell’economia Oreshkin o il responsabile del settore energetico Novak. Un tecnocrate, Mishustin, per provare a mettere ordine in un’economia caotica e stagnante.

Ma cos’ha detto Putin e quali implicazioni avranno le sue parole? Innanzitutto, ha pianificato una riforma costituzionale che, pur rispettando il carattere presidenziale del sistema, garantirà un ruolo di preminenza al governo della nazione, finora più un’emanazione del capo dello stato che un reale organo di amministrazione politica.

Per questo la Duma (il Parlamento russo) avrà il potere di nominare il primo ministro e il suo gabinetto, mentre attualmente si limita a confermare le scelte presidenziali. Un ritorno a Eltsin, in qualche modo, ma con un legislativo addomesticato. Inoltre, per concorrere alle elezioni presidenziali, sarà necessaria la residenza nel Paese per un periodo ininterrotto di almeno 25 anni (oggi sono 10), e il permesso di residenza in un Paese straniero passerà ad essere motivo di esclusione. Una norma chiaramente diretta a limitare le ambizioni di potenziali concorrenti che vivono all’estero. Le riforme proposte saranno sottoposte ad un referendum su scala nazionale in cui la popolazione dovrà confermare o rigettare gli emendamenti alla costituzione.

Le dimissioni di Medvedev sono chiaramente dettate da Putin, che ha così dimostrato di avere in mente da tempo un successore in grado di traghettare il governo verso la riforma costituzionale. La nomina di un nuovo primo ministro va letta soprattutto in prospettiva 2024, l’anno in cui Putin dovrà lasciare la presidenza: è probabile che – come nel periodo 2008-2012 – assisteremo in quella data (o forse persino prima) ad uno scambio di ruoli, con Putin chiamato a ricoprire la carica di primo ministro scelto da un Parlamento dotato di poteri più ampi e il suo predecessore destinato al Cremlino, con funzioni più limitate delle attuali ma pur sempre determinanti, come il controllo dei servizi di sicurezza o la potestà di revocare l’esecutivo.

È verosimile quindi che tra gli eredi di Medvedev si profilerà l’uomo forte per le presidenziali del 2024 e, salvo sorprese, il prossimo presidente della Russia. La nomina di Mishustin, in quest’ottica, sembrerebbe solo il primo anello di una catena che condurrà alla successione programmata da Putin, la cui traiettoria politica rende queste speculazioni plausibili e coerenti con la necessità di blindare la struttura di potere oltre la fine del suo mandato.

Ma potrebbe esserci anche un’altra lettura: secondo alcuni osservatori Putin aspirerebbe alla presidenza del Consiglio di Stato, un organo di gestione degli affari interni del Paese che acquisterebbe una posizione di preminenza nei prossimi anni, lavorando in stretto coordinamento con la presidenza, il governo e i governatori regionali. Un vero e proprio consiglio di amministrazione della nazione, in linea con la tendenza all’accentramento del potere manifestata con intensità crescente dall’attuale inquilino del Cremlino. Insomma, se così fosse, l’annuncio di oggi rappresenterebbe solo l’inizio di un riassetto istituzionale di grande rilevanza.

A Medvedev, una carriera al servizio del suo padrino politico, sarà riservata intanto la vicepresidenza del Consiglio di sicurezza, un organo consultivo in materia di difesa nazionale, che (sorpresa) presiede lo stesso Putin. Anche se è difficile pensare in questo momento che il suo futuro vada al di là di un ruolo di mera rappresentanza, più che un congedo studiato per toglierlo di mezzo, una versione moscovita del promoveatur ut amoveatur, la mossa sembra garantire la sua permanenza al fianco del capo dello stato almeno durante tutta la fase di transizione. Il che potrebbe aprirgli altre porte tra cui, sostiene Dmitri Trenin del Carnegie Moscow Center, addirittura quella del Cremlino.

Le reali intenzioni di Putin si andranno delineando nei prossimi mesi ma la scommessa sul futuro della Russia lanciata oggi è, nuovamente, una proiezione della sua vicenda politica sul destino del Paese: il dibattito costituzionale che ne seguirà sarà prima di tutto un dibattito sulla figura del presidente. Che cosa vuole davvero Putin? Rimarrà saldamente al comando o si prepara ad un ritiro al rallentatore? Sarà capace di controllare le spinte centrifughe che si sono manifestate di recente all’interno della società russa o la sua proposta scioglierà le briglie di un’opposizione alla perenne ricerca di un’identità? E soprattutto, un Parlamento con possibilità reali di decisione accetterà di ratificare la continuità del potere come concepita dal Cremlino o diventerà per la prima volta in vent’anni un reale contropotere in grado di canalizzare le richieste di cambiamento che provengono dal basso? State sintonizzati sulla Russia, il futuro promette emozioni.

 

(Estratto di un articolo pubblicato su atlanticoquotidiano.it)

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