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Cosa accade tra Turchia e Somalia sul petrolio?

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Turchia Somalia

Erdogan ha dichiarato che la Somalia ha invitato la Turchia a cercare petrolio nei suoi mari. L’approfondimento di Raffaele Perfetto

Il presidente turco Tayyip Erdogan ha dichiarato lunedì 20 gennaio che la Somalia ha invitato la Turchia a cercare petrolio nei suoi mari, secondo quanto riportato dall’emittente locale NTV.

UN PO’ DI STORIA

Mentre il 2019 volge al termine, l’esplosione di un’autobomba nella capitale della Somalia, Mogadiscio, provoca oltre 80 morti e decine di feriti, tra le vittime anche due cittadini turchi. È stato l’attacco più potente nel paese dal 2017, quando a morire furono quasi 600 persone.

A poche ore dall’esplosione la Turchia invia immediatamente un aereo per trasportare personale medico; molti feriti vengono curati nell’ospedale che le stesse aziende turche stanno costruendo a Mogadiscio.

La Turchia dal 2011 rappresenta per la Somalia un partner importante finanziando diverse infrastrutture; rafforza il governo centrale soprattutto in una fase delicata che vede aumentare le tensioni per la richiesta di autonomia del Somaliland.

Nel 2018 l’esercito del Somaliland era stato coinvolto in una serie di scontri con le truppe del governo settentrionale della regione del Puntland. Purtroppo fino a quando la sovranità e i confini nazionali del Somaliland non saranno riconosciuti, il rischio di ulteriori conflitti resterà sempre alto.

Il Protettorato del Somaliland fu istituito per la prima volta dalla Gran Bretagna nel 1888 per meglio controllare le rotte marittime dall’Asia orientale attraverso il Mar Rosso arrivando fino al Canale di Suez.

L’ex protettorato britannico si unì poi alla Somalia italiana nel 1960 a seguito dell’indipendenza ma se ne separò nel 1991, quando il governo del dittatore somalo Siad Barre fu rovesciato.

Il Somaliland conta circa 3,5 milioni di abitanti, ha stabilito il proprio parlamento e tenuto quattro elezioni nazionali dal 2003. Rilascia passaporti, stampa la propria valuta e ha iniziato anche ad attirare investimenti esteri.

LE RELAZIONI COMMERCIALI

A tal proposito, la compagnia DP World, con sede a Dubai ha intrapreso un progetto di espansione del porto di Berbera di oltre 440 milioni di dollari, mentre la compagnia petrolifera anglo turca Genel Energy, quotata a Londra, prevede attività di esplorazione nell’area. La Genel era già stata molto impegnata su un altro fronte caldo degli ultimi tempi: il Kurdistan, altre info qui.

Parlando di investimenti e flussi di denaro diretti verso il Somaliland, vale la pena menzionare un recentissimo articolo del Financial Times che menziona flussi dall’Abkhazia (un altro non stato) di centinaia di milioni di dollari verso Somaliland. Per la cronaca solo la Russia, il Venezuela, la Siria, il Nicaragua e l’isola della Micronesia di Nauru ad oggi riconoscono l’Abkhazia. Perché l’Abkhazia invii denaro in Somaliland resta un mistero…

Se da un lato la Turchia nel 2014, attraverso il gruppo Albayrak si è assicurato la gestione del porto principale di Mogadiscio e nel 2017 ha aperto una base militare sempre a Mogadiscio per addestrare i soldati somali, dall’altro lato la DP World (UAE) ha stretto accordi portuali nella regione semi-autonoma somala del Puntland e nello stato (autoproclamato) del Somaliland.

Il fatto che un operatore portuale globale investa una somma così importante in uno stato che non è riconosciuto dall’Onu e dagli altri paesi, lascia riflettere.

Il Somaliland ha una rappresentanza diplomatica in dozzine di paesi in tutto il mondo, incluso il Regno Unito. L’impegno internazionale tra Gran Bretagna e Somaliland è frequente. Come infatti riportato dal Financial Times il dipartimento di sviluppo internazionale del Regno Unito ha speso 25 milioni di sterline tra 2012 e 2018 in un fondo di sviluppo nazionale per migliorare la governance, la responsabilità e la fornitura di servizi pubblici. Tuttavia anche il Regno Unito, come il resto del mondo, non riconosce il Somaliland ufficialmente. Se quest’ultimo non sarà riconosciuto dalla Somalia non potrà ottenere l’indipendenza. Infatti se consideriamo i paesi che hanno raggiunto l’indipendenza, come il Sud Sudan, l’Eritrea e Timor Est, questi hanno sempre ottenuto in precedenza la green light dallo stato a cui appartenevano.

Che il Corno d’Africa sia uno snodo strategico lo si capisce immediatamente quando si guardando lo stretto di Bab el Mandeb, una delle rotte marittime più trafficate, la quarta rotta al mondo per lapproviggionamento energetico. In questa regione l’Etiopia cresce forte, il PIL è aumentato di dieci volte negli ultimi 15 anni a oltre $ 80 miliardi.

Ma l’Etiopia è landlocked (senza sbocco sul mare), dipende da un unico porto in Gibuti. Troppo poco per un paese in espansione, serve ridurre questa dipendenza e perciò Addis Abeba ha deciso di partecipare ai lavori di espansione del porto di Berbera (Somaliland) insieme a DP World e allo stesso governo del Somaliland ovviamente.

UNO SCHEMA CHE SI RIPETE

Il commercio è tuttavia solo una parte della storia. Ci sono altri attori.

Dal 2015 l’intervento militare in Yemen ha introdotto la necessità per l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi di garantirsi sostenitori su entrambe le sponde del Mar Rosso e anche la possibilità di poter di addestrare e schierare truppe nella regione.

Quando l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi hanno interrotto i legami diplomatici con il Qatar, il governo federale della Somalia ha cercato di rimanere neutrale, ma secondo alcuni analisti sarebbe finita nell’orbita di Qatar e Turchia.

Una proxi war quella in Somalia, che ci riporta allo Schema Libico. In questo contesto geopolitico regionale va inquadrata la notizia della base egiziana di Berenice inaugurata sul Mar Rosso a metà gennaio. Durante l’inaugurazione tra le varie personalità hanno partecipato il principe ereditario di Abu Dhabi Mohamed bin Zayed, il presidente armeno Armen Sarkissian, il vice ministro della difesa saudita Khalid bin Salman, il primo ministro della Bulgaria Boyko Borissov.

Di fronte a Berenice, dall’altro lato del Mar Rosso c’è Yanbu, centro di raffinazione dell’Arabia Saudita, terminale dell’oleodotto che collega la costa del Golfo Persico al Mar Rosso, oleodotto in fase di espansione proprio per ridurre i rischi in caso di aumento delle tensioni nel Golfo Persico (Iran).

CHECK POINT PASTA

Dopo questa analisi vale la pena forse ricordare cosa accadde quasi 25 anni fa, quando per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, le forze armate italiane del contingente Onu in Somalia si ritrovarono in battaglia, a Mogadiscio, al Check point Pasta.

Era il 1993 in Italia cambiarono tante, tante cose… ma questa è un’altra storia, forse.

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