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Coronavirus, come si dividono i compiti Stato e regioni sulla sanità?

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Quali sono le competenze di Stato e regioni sulla sanità (anche in merito al Coronavirus)? L’analisi di Massimo Bordignon e Gilberto Turati, professori di Scienza delle Finanze alla Cattolica di Milano, tratta da Lavoce.info

Come ormai tutti abbiamo capito, per contenere un virus non c’è altro da fare che arginarne la diffusione mettendo in quarantena gli abitanti delle zone dove è scoppiato un focolaio di infezione. È quello che hanno fatto i cinesi a Wuhan e gli italiani nelle zone rosse di Codogno e di Vo’ Euganeo. Ed è quello che è stato fatto dai diversi paesi del mondo nei confronti di chi era di ritorno dalla Cina. Al di fuori delle zone rosse, c’è invece da stare attenti e seguire regole igieniche che valgono anche per l’influenza. È il messaggio che è stato fatto passare per esempio dall’Organizzazione mondiale della sanità: non ha senso cancellare i propri viaggi per un virus che è anche difficile da prendere, visto che il contagio avviene per il contatto con materiale organico infetto. Serve invece lavarsi le mani spesso; e, per chi pensa di essere potenziale veicolo, serve una mascherina.

La questione però è chiaramente importante dal punto di vista politico. E dimostrare che si ha a cuore la salute dei propri cittadini ha portato, in giro per il mondo, a soluzioni di diverso tipo.

In Italia, le tre grandi regioni del Nord, dove si trovano i focolai dell’infezione, hanno adottato una serie di misure ulteriori per limitare la vicinanza tra persone e ridurre la possibilità di contagio. Si sono chiuse scuole, università, musei e teatri per una settimana; il carnevale è stato sospeso e persino la serie A di calcio si è dovuta fermare. È stata una decisione di tipo precauzionale, in attesa di capire meglio la situazione e la diffusione del contagio. Si vedrà quali provvedimenti verranno presi dopo il 1° marzo.

Però le scuole sono state chiuse anche dal comune di Napoli e da quello di Roseto degli Abruzzi (per un paziente ricoverato a Teramo), per fare due esempi. La Regione Marche, che voleva anch’essa chiudere le sue scuole, è stata invece ripresa dal governo, che ha deciso di impugnare l’ordinanza. È chiaro che le reazioni sparse degli stati e dei diversi livelli di governo all’interno degli stessi rimandano messaggi confusi ai cittadini, generando paure che poi sfociano in comportamenti totalmente irrazionali, come gli acquisti a man bassa nei supermercati.

Le attività di contenimento delle epidemie virali (dall’influenza all’Ebola) sono un chiaro esempio di quelle che gli economisti chiamano attività con spillover: gli effetti non si limitano a chi prende la decisione, ma travalicano i confini (nazionali, regionali o comunali). In questi casi, il modo per tenerne conto è attribuire la scelta su cosa fare ai livelli di governo più elevati. La soluzione ideale sarebbe affidare la gestione dei protocolli per il contenimento delle epidemie all’Organizzazione mondiale della sanità, che però oggi ha solo un ruolo di guida strategica e di supporto tecnico rispetto alle scelte dei singoli paesi. Manca quindi una governance globale per questi che sono innanzitutto problemi globali.

Un ragionamento analogo si applica all’interno dei diversi paesi. Siccome le attività di contenimento generano effetti che non si limitano al singolo territorio o alla singola regione, dovrebbe essere il governo nazionale a veicolare un unico messaggio (che vale per l’intero territorio nazionale) su cosa fare per le scuole, le università, i musei, gli stadi e tutte le altre attività quotidiane che rendono vivo un paese. E dovrebbe essere il governo centrale a spiegare perché nella zona rossa c’è la quarantena e si chiudono anche i bar, mentre in altre aree del paese si può continuare a condurre una vita normale.

La nostra Costituzione attribuisce al governo centrale il compito di definire i livelli essenziali di assistenza. Nell’ambito del livello “Prevenzione collettiva e sanità pubblica” esiste già un programma “Predisposizione di sistemi di risposta a emergenze di origine infettiva”, che prevede azioni come l’attuazione di tutte le misure di prevenzione e controllo previste in caso di una possibile emergenza (per esempio, misure quarantenarie, dispositivi individuali di protezione, vaccinazioni e altro); gli interventi di informazione e comunicazione per operatori sanitari, cittadini e istituzioni; la produzione di rapporti. In generale, al governo centrale è lasciata la definizione della legislazione quadro, quindi dei protocolli nazionali e locali; alle regioni, è invece affidata l’attuazione concreta delle misure previste dai protocolli.

Il sistema così come congegnato funziona, purché ciascuno svolga i propri compiti. Accentrare tutto – come è stato suggerito davanti al conflitto (poi rientrato) tra governo e regioni – non avrebbe senso.

(estratto di un’analisi pubblicata su Lavoce.info; qui la versione integrale)

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