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Perché Conte crede alle bufale della propaganda putiniana?

Stefano Feltri spiega perché in tv ha contestato all'ex premier Conte "balle" sull'Ucraina. Estratto da Appunti.

L’altra sera, ospite di Marianna Aprile e Luca Telese a In Onda su La7, mi è capitato di usare toni un po’ troppo aspri con il presidente dei Cinque Stelle Giuseppe Conte. A un certo punto gli ho contestato che quelle che continua a ripetere sull’Ucraina sono “balle”.

Essere in collegamento ha reso tutto il confronto più aspro di quello che avrebbe dovuto essere e potevo certamente usare termini e toni più moderati. Ma la sostanza non cambia.

Conte non si capacita che qualcuno lo consideri “putiniano” quando lui ha più volte condannato l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia.

Verrebbe allora da rispondergli che putiniano è chi diffonde le bufale di Vladimir Putin e imposta la propria azione politica di conseguenza: cioè sostiene che sia sbagliato continuare a dare aiuti militari all’Ucraina sulla base dell’assunto che è Kiev e l’Europa di pazzi guerrafondai a opporsi a una pace che altrimenti sarebbe a portata di mano, se solo si assecondasse qualche richiesta della Russia.

Il punto che mi ha fatto sbottare è stata l’ennesima riproposizione di un pezzo cruciale della disinformazione russa in Italia: cioè la fandonia che nella primavera 2022, poco dopo l’invasione, i negoziati a Istanbul tra Russia e Ucraina avrebbero potuto chiudere subito la guerra ma poi l’allora premier britannico Boris Johnson è arrivato a ordinare agli ucraini di continuare a combattere e questi – da bravi burattini dell’Occidente, in questa narrazione, hanno eseguito.

Questa bufala è stata ripetuta così spesso nei talk show italiani che ormai è senso comune. Ma resta una bufala, come mi ha confermato tra l’altro un esponente di punta del governo ucraino di allora.

Non solo, è espressamente classificata come disinformazione russa dalla task force del servizio diplomatico dell’Unione europea, infatti nessuna testata seria l’ha legittimata.

Ne ho già scritto su Appunti, ma vale la pena riproporre e approfondire, visto che Conte persevera.

Le parole di Conte si fondano su una presentazione caricaturale di un articolo di Foreign Affairs che ho visto ripetuta più volte in Italia e che coincide con la versione di Vladimir Putin, nell’intervista a Tucker Carlson dell’8 febbraio 2024:

Abbiamo preparato un enorme documento a Istanbul che è stato inizializzato dal capo della delegazione ucraina. Ha apposto la sua firma su alcune delle disposizioni, non su tutte.

Ha messo la sua firma e poi ha detto lui stesso: “Eravamo pronti a firmarlo, e la guerra sarebbe finita da tempo, 18 mesi fa. Tuttavia, il primo ministro Johnson è venuto, ci ha convinto a non farlo, e abbiamo perso quella possibilità.” Bene, l’avete persa. Avete commesso un errore.

Che si torni a quella situazione. Questo è tutto. Perché dobbiamo preoccuparci e correggere gli errori di qualcun altro?

Ricordiamo che quell’intervista era pura propaganda del Cremlino, Tucker Carlson non è soltanto un giornalista ma un propagandista di professione, a sostegno di Donald Trump, licenziato dalla Fox perché ha diffuso notizie false e diffamatorie sulle elezioni del 2020, accreditando la versione che fossero truccate a favore di Joe Biden.

L’articolo di Foreign Affairs

Questo è l’articolo di Foreign Affairs uscito in aprile. Foreign Affairs è la rivista del Council on Foreign Relations americano, la pubblicazione più autorevole su questioni diplomatiche e strategiche.

Putin e Conte non sembrano aver letto quell’articolo, o se l’hanno letto non l’hanno capito: “La tesi che l’Occidente abbia forzato l’Ucraina a ritirarsi dai negoziati con la Russia è priva di fondamento”, scrivono i due storici Samuel Charap e Sergey Radchenko che hanno studiato i documenti riservati ucraini su quelle trattative tra Bielorussia e Turchia nel marzo 2022 che ci sono effettivamente state, a poche settimane dall’invasione dell’Ucraina.

I partner occidentali dell’Ucraina diffidavano della Russia come partner negoziale, certo, anche perché nei giorni delle trattative si andava scoprendo quali atrocità l’esercito russo aveva commesso nei territori ucraini che aveva conquistato, come Bucha.

Inoltre, la Russia di Putin ha dimostrato di essere pronta alla guerra e a violare i patti precedenti (accordo di Budapest del 1994, gli accordi di Minsk dopo l’annessione della Crimea…).

L’Ucraina reclamava una comprensibile garanzia di sicurezza, ma qualunque schema avrebbe replicato i problemi di un suo ingresso nella Nato, cioè l’automatismo di una guerra diretta tra Stati Uniti e paesi Nato con la Russia in caso di aggressione. Perché se tra i garanti c’è anche la Russia – cosa prevista dall’ipotesi di un coinvolgimento del Consiglio di sicurezza Onu – si arriva al paradosso, già sperimentato dagli accordi di Minsk, che la Russia è sia la minaccia che il soggetto che deve autorizzare la difesa occidentale in caso quella minaccia diventi concreta.

Se invece c’è un automatismo nell’intervento occidentale al verificarsi di un’aggressione russa, siamo da capo: è lo schema previsto anche dall’articolo 5 del trattato della Nato, e la ragione per cui Stati Uniti e paesi occidentali non hanno mai ammesso l’Ucraina nella Nato nonostante l’adesione sia sancita dalla costituzione ucraina è proprio per non trovarsi costretti a intervenire direttamente.

Dunque la faccenda è piuttosto complicata e sono tutti nodi che anche l’attuale negoziato impostato da Trump fatica a sciogliere.

Come se fosse nella Nato

Una bozza di comunicato preparata a Istanbul a fine marzo 2022, ricostruisce Foreign Affairs, andava in quella direzione: una sorta di neutralità dell’Ucraina con un impegno occidentale a intervenire direttamente in caso di aggressione.

L’accordo che Conte rimpiange, insomma, avrebbe impegnato i Paesi Nato a fornire armi all’Ucraina nell’eventualità di un attacco russo, esattamente come stanno facendo ora, con in aggiunta una no-fly zone (che significa rischio guerra se un caccia russo si alza in volo e viene abbattuto, pericolo ora non più teorico visto che Mosca viola spesso gli spazi aerei di Paesi Nato, dalla Polonia all’Estonia).

Le bozze dell’accordo di Istanbul prevedevano comunque la possibilità di adesione dell’Ucraina all’Ue, e questo è sorprendente per mille ragioni: perché l’attuale crisi ucraina risale al 2014, quando la rivolta di piazza ha allontanato un presidente filorusso che si opponeva a un accordo con l’Ue molto più blando della membership, e perché anche l’appartenenza all’Ue prevede una clausola di difesa collettiva analoga a quella della Nato (articolo 42).

Inoltre, notano gli autori dell’articolo su Foreign Affairs, l’intesa prevedeva anche una risoluzione pacifica della disputa sulla Crimea entro 15 anni.

Ma perché Putin era disposto ad accettare simili concessioni?

Samuel Charap e Sergey Radchenko non lo sanno ma ipotizzano che fosse perché in quel momento – a poche settimane dall’inizio dell’invasione – la Russia era quasi nel panico per le difficoltà impreviste sul terreno, che avevano ormai reso impossibile l’obiettivo di conquistare l’intero paese, marciare su Kiev e uccidere il presidente Volodymyr Zelensky per sostituirlo con uno filorusso.

Anche questa ipotesi va contro la linea di Conte, perché conferma che Putin tratta soltanto quando si sente debole sul piano militare, e che quindi gli aiuti militari all’Ucraina rendono più probabile, e non impossibile, un negoziato. A condizione che siano aiuti massicci, e non con il contagocce.

Rimanevano in sospeso molte cose, per esempio non c’è traccia nei documenti del negoziato, di accordi sulla restituzione dei territori occupati del Donbass all’Ucraina, altro punto che rimane cruciale oggi che Mosca tratta sentendosi in una posizione di forza e appoggiata di fatto dagli Stati Uniti.

Non decide Johnson

Ora molto è successo, nel frattempo, e non si può certo ricominciare da quei negoziati di Istanbul come se niente fosse. Ma ha ragione Conte (o la fonte originaria, Putin) nel dire che è stato Boris Johnson a ordinare agli ucraini di continuare a combattere?

L’interessato ha smentito e ha detto che il suo commento “just fight”, “combattete e basta”, riguardava l’atteggiamento da tenere sul terreno, non quello ai tavoli negoziali.

Quando, durante la puntata di In Onda, ho fatto notare a Conte che le sue affermazioni si basavano sulla manipolazione dell’articolo di Foreign Affairs, l’ex premier ha citato allora – come da schema ricorrente – l’intervista a David Arakhamia, un parlamentare ucraino dello stesso partito di Zelensky che – a suo dire – confermavano che l’Occidente e Boris Johnson avevano sabotato i negoziati.

Questa è un’altra bufala, classificata dai fact checker di META – quando ancora esistevano – come una falsità da smentire su social. Cito dal sito Myth Detector che ha decostruito la manipolazione dell’intervista ad Arakhamia del 2023:

Secondo Arakhamia, l’Ucraina non poteva firmare l’accordo e concedere alla Russia il tempo di riprendere fiato, così da preparare meglio il successivo attacco.

«Avremmo potuto lavorare solo se ci fosse stata una certezza al cento per cento che questo [l’invasione dell’Ucraina] non sarebbe accaduto di nuovo. Non c’è una simile convinzione», ha dichiarato Arakhamia.

Davit Arakhamia osserva inoltre che la delegazione ucraina ai negoziati non aveva il potere giuridico di firmare l’accordo e che tale accordo avrebbe potuto essere firmato solo nel corso di un incontro tra Zelenskyy e Putin. Secondo lui, se Putin avesse avuto quel documento, lo avrebbe reso pubblico, ma non lo ha fatto.

L’affermazione secondo cui il trattato di pace tra Russia e Ucraina sarebbe stato quasi firmato nel 2022 è stata smentita dal ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba.

Kuleba: «Non c’era alcun accordo. Avviare un dialogo e assumere un impegno sono due cose completamente diverse».

Dopo l’inizio dei negoziati, il consigliere di Zelenskyy, Mykhailo Podolyak, ha commentato le condizioni sfavorevoli imposte dalla Russia all’Ucraina, osservando che la delegazione russa non era stata inviata per negoziare, ma per concordare la capitolazione dell’Ucraina.

 

(Estratto da Appunti)

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