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Conclusioni del Consiglio europeo: molte certezze, poche novità

Le conclusioni del Consiglio europeo analizzate da Giuseppe Liturri

Le conclusioni del Consiglio Europeo di giovedì ci consegnano molte certezze e poche novità sui temi economici di più immediata attualità. Le certezze riguardano ciò che la Ue non potrà fare.

Le novità riguardano il poco che potrà fare. In sintesi, abbiamo la conferma che la Ue non ha un centesimo in più da spendere, oltre a quanto ha già molto faticosamente deciso con il NextGenUE. Quindi la tanto vagheggiata “risposta comune europea” al timore di perdita di competitività della manifattura del vecchio continente non c’è. Ma non c’è nemmeno il temuto “tana libera tutti” sugli aiuti di Stato. Per i quali il pendolo tra eccessivo allentamento delle regole sugli aiuti ed il conseguente rischio della distruzione del mercato unico sembra pendere a favore della protezione di quest’ultimo, con grande disappunto dei francesi (ed anche dei tedeschi che li avevano mandati avanti).

Va premesso che il Consiglio Europeo è un’istituzione che non decide nulla, nel senso formale del termine, ma delinea sostanziali indirizzi politici, vincolanti solo in linea di principio per la Commissione che condivide col Consiglio dei ministri il ruolo di legislatore.

Le conclusioni, apparentemente fumose e vaghe proprio perché non costituiscono un articolato, vanno pertanto lette soppesando ogni aggettivo e sostantivo che costituiscono l’esito di un estenuante lavoro di bilanciamento delle diverse istanze, cominciato già qualche settimana prima del Consiglio. Alla fine, ogni leader dei 27 Stati membri deve poter dire di aver piantato almeno una bandierina nelle pagine del comunicato finale. Il tutto scritto in una lingua che per nessuno dei presenti si identifica con la lingua madre.

I sei paragrafi che si riferiscono all’economia cominciano affermando che “l’Unione europea agirà con determinazione al fine di garantire la propria competitività a lungo termine e prosperità”. Ovvietà che introduce alle parole chiave delle conclusioni: “mercato unico” e “parità”. È il bene più prezioso della UE in cui a tutti i partecipanti deve essere garantita equità delle condizioni di concorrenza. Ed è proprio a questo proposito che arriva lo smacco per Emmanuel Macron.

L’impegno dei leader è solo verso “procedure più semplici, rapide e prevedibili che devono consentire di fornire rapidamente un sostegno mirato, temporaneo e proporzionato”. Tale intervento deve riguardare “settori strategici per la transizione verde che subiscono l’impatto negativo delle sovvenzioni estere o degli elevati prezzi dell’energia”. Insomma, le maglie restano relativamente strette, soprattutto alla luce della frase successiva che ribadisce la “necessità di mantenere l’integrità del mercato unico e la parità di condizioni al suo interno”.

Se proprio si deve spingere su certi filoni di spesa, la Ue si affida ai “progetti comuni di interesse europeo” (Ipcei), non certo a sussidi indiscriminatamente concessi dagli Stati membri alle rispettive imprese nazionali, in barba al divieto di non distorcere la concorrenza nel mercato unico.

Il rinvio ai “fondi UE esistenti che dovrebbero essere impiegati in modo più flessibile e si dovrebbero esaminare opzioni per agevolare l’accesso ai finanziamenti” è una doccia gelata per chi chiede nuovi fondi, ma anche una buona notizia per l’Italia, che dei fondi esistenti è la principale assegnataria. In altre parole, in Europa ha prevalso la corrente dei Paesi che sostengono – con fondate motivazioni – che ci sono ancora oltre 200 miliardi del NextGenUE (tutti prestiti, non a caso) non ancora impegnati dopo ben 2 anni dal varo del programma.

Di conseguenza l’attenzione oggi è concentrata sull’eliminazione di certe rigidità nell’accesso a quei fondi. Esattamente uno dei limiti che sottolineammo quando tra fine 2020 ed inizio 2021, fu definito il NextGenUE. Appariva chiaro sin da allora che blindare in un piano così a lungo termine (quinquennale) investimenti la cui efficacia e concreta esecuzione sarebbero presto stati messi in discussione dalle mutevoli esigenze del ciclo economico, era una manifestazione di superbia ed arroganza che avremmo presto pagato.

Siamo stati facili profeti, ed oggi assistiamo al penoso spettacolo della ricerca di flessibilità. Al punto che “Il Consiglio europeo invita la Commissione e il Consiglio a garantire la piena mobilitazione dei finanziamenti disponibili e degli strumenti finanziari esistenti“.

“Invita”, nel gergo felpato dei comunicati dei Consigli, è secco e perentorio. Rivolto sia alla Commissione che dopo due anni è prigioniera delle lentezze del mostro burocratico che essa stessa ha concepito. E sia agli Stati membri, come l’Italia, che vagheggiano “fondi sovrani” quando hanno imprudentemente esaurito in anticipo il plafond di prestiti pari al 6,9% del PIL, disponibile con il NextGenUE, senza preoccuparsi di mantenere un cuscinetto di riserva per emergenze future, che puntualmente sono arrivate. Giusto per chiudere la porta a doppia mandata, il Consiglio aggiunge che “si dovrebbe inoltre sfruttare appieno il potenziale della Banca europea per gli investimenti”.

Il passaggio sulla “semplificazione ed accelerazione delle procedure amministrative ed autorizzative” , è l’ennesima conferma che non servono nuovi soldi, ma bisogna far girare rapidamente quelli che ci sono. Anche perché siamo drammaticamente a corto delle materie prime che servono per la transizione energetica.

A spegnere definitivamente le residue speranze, arriva, alla fine del paragrafo, il passaggio in cui “il Consiglio europeo prende atto dell’intenzione della Commissione di proporre, prima dell’estate 2023, un Fondo per la sovranità europea volto a sostenere gli investimenti nei settori strategici”. Parole che sono tutto un programma. In questo caso, si “prende atto” e non si invita. E comunque è “un’intenzione della Commissione”, non certo un mandato dei leader, che farà il suo lavoro con tutta calma, prendendosi almeno sei mesi per formulare una mera proposta.

Negli ultimi due punti riemerge dalle nebbie in cui appare e scompare da anni “l’unione del mercato dei capitali” e, soprattutto si legge che “il Consiglio europeo invita il Consiglio e la Commissione a portare avanti rapidamente i lavori sul riesame della governance economica”.

Poiché i leader europei non possono non sapere che la proposta della Commissione, a cui si è arrivati dopo quasi un anno di consultazioni, giace sul tavolo da novembre e praticamente non piace a nessuno, ci permettiamo di dedurre che tale invito suona come la constatazione che quanto elaborato finora è assolutamente insoddisfacente e la Commissione deve muoversi, perché in autunno la legge di bilancio dovrà nuovamente adeguarsi al Patto di Stabilità, esistente o riformato. La Ue funziona così, per i sogni citofonare altrove.

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