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Con la pandemia alcuni populisti si sono allontanati dal popolo?

Berlusconi

Il corsivo di Paola Sacchi

 

La marcia dei 40.000, Torino 1980. Imponente, pacifica. I cosiddetti colletti bianchi, i quadri intermedi che sfilando davanti alla Fiat solo con cartelli una mattina posero così fine ai pochi che in fabbrica bloccavano tutto. È un ricordo lontano ma mi è tornato in mente, seppur ovviamente in un contesto molto diverso, rispondendo a un coraggioso e azzeccato tweet del professor Marco Gervasoni, storico, intellettuale di area centrodestra, editorialista del Giornale. Nel suo tweet mette crudamente l’accento su una certa realtà: “Effetto della pandemia: i populisti si sono allontanati dal ‘popolo’ (cioè la maggioranza silenziosa) e inseguono minoranze anomiche, rumorose..”.

Non voglio forzare il pensiero del professore, certamente non firma del mainstream, fiero avversario da sempre di certa sinistra e del politically correct, ma intellettualmente autonomo anche da certe tendenze sulla pandemia che applicano a mio avviso irragionevolmente a una grave questione sanitaria categorie politiche dette liberali, come una sorta di nuova ideologia del politicamente scorretto.

Come se il virus, cosa già detta da Augusto Minzolini, direttore del Giornale, fosse di sinistra o di destra. A certe misure di compromesso, anche con incroci incredibili con Agenzia delle Entrate, sarebbe stato preferibile l’obbligo vaccinale tout court. Ma, detto con le categorie della real politik, sono, del resto, frutto di un governo non di unità, ricordiamo, ma di emergenza nazionale come quello di Mario Draghi. E sono misure, pur con errori da cancellare, che comunque nel complesso segnano come i fatti reali, la ripartenza economica, una netta discontinuità con la logica chiusurista a prescindere del governo Conte. In un contesto, dove per obiettività va detto che la realtà dei vaccini non era paragonabile a quella di ora. Ma sempre di logica chiusurista a prescindere del governo precedente si trattava.

Mentre la svolta è stato “il rischio ragionato”, ovvero convivere con il Covid, la svolta meritoriamente impressa subito da Draghi e dalla sua maggioranza. Maggioranza di cui gli azionisti decisivi, per la cronaca, furono subito Matteo Renzi con Iv, Forza Italia e la Lega che spiazzarono Pd, Leu e Cinque Stelle, le sinistre.

Ora, quindi, perché il paragone con Fiat ’80 e i 40.000, come metafora di una maggioranza silenziosa, imponente, pacifica contro i pochi (no vax e no come a prescindere) che cercano di bloccare tutto in ben altro contesto?

Perché è la metafora di quello che, senza neppure guardare i sondaggi, si respira nell’aria di certe realtà non solo di sinistra, ma anche in quelle dove gli elettori hanno premiato soprattutto le forze di centrodestra di governo, Lega e Forza Italia che con FdI, all’opposizione a livello nazionale, già sono alla guida della netta maggioranza delle Regioni.

Piccoli-medi imprenditori, già falcidiati dal Covid che rialzano faticosamente la testa e in regola con tutte le misure adottate lanciano, in alcuni casi vincendola, la sfida per ripartire. Amministratori, ad esempio, che, nell’Umbria, piccola ma significativa del cambio – la netta conversione proprio a U si direbbe – da profondo rosso a centrodestra traino Lega, hanno vinto la sudata sfida di riportare Umbria Jazz, come è accaduto a Orvieto tra Natale e Capodanno, in una città tornata viva imparagonabile con quella dell’anno scorso.

Cito questa realtà, perché la conosco bene, ma ce ne sarebbero molte altre, molto più grandi al Nord. Mondi non rappresentati, distanti da certa “bolla” media-social di pochi sovrarappresentati no vax, no pass, no a tutto sempre, quasi aprioristicamente.

Maggioranze silenziose di non frequentatori di social, di persone offese anzi talvolta come “pecoroni” che però devono alzarsi alle 5, “se vogliamo mangiare”, come mi hanno detto brutalmente alcuni imprenditori del turismo.

Non sono per la gran parte elettori di sinistra o politicamente corretti. Ci sono anche ex elettori Cinque Stelle delusi perché sono per lo sviluppo economico che già dettero il voto a destra. Matteo Salvini, contrariamente alla vulgata sfottò sul Papeete, ebbe il merito di staccare la spina ai Cinque Stelle “che bloccavano tutto”.

Lo strappo avvenne di fatto non sui cosiddetti pieni poteri, che forse andavano declinati meglio come riforma del sistema per poter decidere meglio, cosa cui alludeva il leader leghista, ma sul no pentastellato alla Tav.

Ora, ci permettiamo di dire nel nostro piccolo di osservatori, una forza di governo e per lo sviluppo da sempre, come la Lega, rifletta sul rischio del ritorno di quelle che agli occhi dell’immaginario collettivo, fuori dai giochi di Palazzo, vengono esemplificate inappropriatamente come assonanze giallo-verdi stavolta su un altro no, quello ai vaccini. E misure per contrastare la pandemia.

La Lega con il suo leader si è già espressa a favore dei vaccini. Quello dei no vax è un no pure allo sviluppo economico. Un no giocato stavolta su un tema dirimente come la salute che è né di destra né di sinistra. Non siamo amanti del mainstream, ma ieri sul Corriere della sera Aldo Cazzullo scriveva una cosa vera, che ho riscontrato nella realtà di elettori in carne e ossa e cioè che “buona parte dell’elettorato (Lega e cdx) non comprende” certi flirt con i no vax e i no a tutto. Maggioranza silenziosa di destra e di sinistra, trasversale.

Con il rischio di regalare al Pd il patrimonio e gli sforzi fatti in questi mesi dalla Lega come forza di governo nazionale. La lotta è giusta su tasse (già miglioramenti sul fisco grazie a Lega e Forza Italia), bollette, energia.

Altra cosa è il virus non di destra e non di sinistra. Qui la maggioranza silenziosa che vede le terapie intensive per la gran parte occupate dai non vaccinati rischia di non comprendere.

Come quei 40.000 che una bella mattina misero un pacifico e imponente alt ai pochi che bloccavano tutto da mesi.

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