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Come vanno i giornali in Italia?

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Numeri, tendenze e scenari su vendite e non solo dei maggiori quotidiani italiani. Il post di Nicola Borzi, giornalista esperto di economia e finanza, già al Sole 24 Ore, tratto dal suo profilo Facebook

 

“Perché comprare i giornali? È un segno di civiltà lasciarli in edicola”, spiegò Massimo D’Alema a Prima Comunicazione nel 1995. C’è voluto del tempo, venticinque anni, ma la profezia dell’ex presidente del consiglio si è ormai drammaticamente avverata. Gli italiani lo hanno talmente preso in parola che nemmeno una pandemia come non se ne vedevano da un secolo è riuscita a risollevare le vendite dei principali quotidiani nazionali.

Anche ad aprile, secondo le dichiarazioni mensili degli editori raccolte da Accertamenti Diffusione Stampa (Ads), le edicole non brillavano certo per code di clienti: tutti insieme, i quotidiani censiti da Ads hanno fatto segnare poco più di un milione 718mila copie cartacee vendute in media ogni giorno, in calo del 24% su aprile 2019. Ma se nel pieno del lockdown da coronavirus la carta tracolla, la crescita annua del 17% fatta segnare dalle 219mila copie digitali complessive “valide” (quelle vendute ad almeno il 30% del prezzo di copertina della carta) non è di certo bastata a recuperare la linea di galleggiamento. Messe assieme, le copie cartacee e copie digitali vendute in media ogni giorno ad aprile si sono fermate a poco più di un milione 949mila, in calo del 20,8% sui due milioni 460mila di un anno prima. Congiungete questa valle di lacrime con l’abisso della raccolta di pubblicità (nel primo trimestre dell’anno per i quotidiani il fatturato pubblicitario è calato del 17,7% su base annua) e risulterà evidente perché molti osservatori ritengono che sia ormai prossimo il momento di dover salmodiare il de profundis per parecchie gloriose testate nazionali.

L’elenco dei giornali messi male è più lungo del catalogo di Leporello di mozartiana memoria. Il Corriere della Sera, corazzata targata Cairo al timone di Luciano Fontana, ad aprile ha venduto in totale 215.776 copie tra carta e digitale, in calo del 6,73% su base annua ma in recupero del 2,84% su marzo. La Repubblica del gruppo Gedi, nelle ultime settimane di conduzione di Carlo Verdelli prima della cacciata da parte di John Elkann con l’arrivo di Maurizio Molinari, ha fatto meglio limitando la contrazione annua del totale delle vendite al 4,24%, grazie al boom del 21% delle copie digitali che hanno recuperato il 9,4% di quelle cartacee, mettendo a segno anche un ben +3,34% sul mese di marzo. Lo stesso non si può dire per La Stampa (Gedi) che ha chiuso il mese del passaggio di consegne da Molinari a Massimo Giannini con 101.984 copie totali vendute, in calo del 16,74% su base annua e del 3,14% rispetto al mese precedente. A guidare l’emorragia è stato il tracollo delle vendite in edicole, che ad aprile hanno fatto segnare -18,94% a 92.948 copie.

Continua a sprofondare IlSole24Ore, che con Fabio Tamburini – il terzo direttore in tre anni – non pare riuscire a ritrovare né identità né apprezzamento: ad aprile il quotidiano color salmone di Confindustria (e delle banche creditrici capitanate da IntesaSanpaolo) ha venduto tra carta e online 98.445 copie, in calo del 14,71% su base annua e in minimo recupero dell’1,73% rispetto a marzo. Qui il tracollo è stato su tutta la linea: su base annua -18,95% le vendite cartacee, -8,55% le vendite di copie digitali “valide”, -6,60% le vendite totali di copie digitali. Rispetto a marzo, nonostante le turbolenze sui mercati che un tempo erano il volano delle tirature, il Sole ha recuperato solo 156 copie cartacee e 845 copie digitali “valide” in più. Rispetto ad aprile 2019 il Sole vende quasi 17mila copie in meno al giorno.

Male anche l’Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana (Cei). Il giornale dei vescovi ad aprile ha venduto 83.228 copie tra carta e digitale, in calo del 18,7% su base annua e del 6,7% su base mensile. Ma a fare impressione è la picchiata in avvitamento del Messaggero: il giornale di Caltagirone, un tempo simbolo della Capitale, ad aprile è rimasto a 60.085 copie tra carta e online. Rispetto a un anno prima ne ha perse il 28,94% di quelle complessive e addirittura il 32,27% di quelle cartacee. Basterà a far quadrare i conti la vittoria del direttore Vito Germano Virman Cusenza, in sella ormai da otto anni, che domenica 31 maggio ha incassato dal Comitato di redazione lo stato di crisi e la richiesta di accedere a 20 prepensionamenti, oltre due giorni al mese di cassa integrazione?

Chi sorride per il vento in poppa è invece Marco Travaglio: il direttore de Il Fatto Quotidiano ad aprile ha riportato le vendite complessive del giornale edito dalla Seif a 53.589 copie, tra carta e digitale, con una crescita del 33% su base annua e del 25% su base mensile. Sono salite sia le copie vendute in edicola (+5,94% su base annua, +17,58% rispetto a marzo a quota 29.052) sia quelle digitali “valide”, quasi raddoppiate a 24.016 (+91,42% su base annua e +35,73% su base mensile).

Trend agrodolce per Il Giornale della famiglia Berlusconi: il quotidiano diretto dall’ex fidanzato di Daniela Santanché Alessandro Sallusti ad aprile ha fatto segnare vendite totali per 41.854 copie, in calo dell’8,79% su base annua ma in recupero del 7,42% su marzo, grazie al recupero su base mensile delle copie cartacee (+4,13%) e al boom di quelle digitali “valide” (+76,62%). Sorride a tutta dentiera invece Vittorio Feltri: ad aprile Libero della famiglia Angelucci ha venduto un totale di 30.152 copie tra carta e digitale, segnando +20% su base annua e +17,5% rispetto a marzo. La tendenza è stata positiva per le copie cartacee (+17,48% rispetto ad aprile 2019), con il raddoppio di quelle digitali “valide” (+99,5%, 1.586 copie). Tiene la linea di galleggiamento La Verità: ad aprile vendite complessive per 24.638 copie, +1,5% tra carta e digitale rispetto allo stesso mese dell’anno scorso ma -1,65% rispetto al mese di marzo. Per la testata di Maurizio Belpietro c’è stato il paradosso del buon andamento in edicola (+5,85% su base annua e +9,42% su base mensile) rovinato dal tracollo delle copie digitali (-76,9% le vendite di quelle “valide” su base annua e addirittura -89,5% su base mensile). Chiude l’elenco la triste crisi del Tempo degli Angelucci: il secondo quotidiano romano, diretto da Franco Bechis, ad aprile tra carta e digitale ha registrato vendite totali per 8.719 copie rispetto alle 13.704 dell’anno prima. Un tracollo che significa -36,38% su base annua e -19,3% rispetto a marzo.

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