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Come va (male) la situazione in Mali

Mali

L’approfondimento di Enrico Martial sul Mali

 

Dopo il secondo colpo di stato del Mali del 24 maggio, pilotato dal colonnello Assimi Goïta, e le possibili aperture al jihadismo da parte di un futuro nuovo governo, il presidente Emmanuel Macron ha prima risposto il 3 giugno con la sospensione delle attività militari della forza Barkhane (5100 uomini e vari mezzi sul campo) e poi alla vigilia del G7 del 10 giugno, ne ha annunciato il ritiro progressivo. Se ne parlava già al vertice dei paesi africani interessati, il G5 Sahel, a Pau il 13 gennaio 2020, e ora il nodo è arrivato al pettine.

Dall’annuncio di Macron sono seguiti una serie di attentati di impronta jihadista. Per altro verso, mentre l’operazione francese Barkhane prepara il ritiro, la task force internazionale Takuba sembra andare verso un rafforzamento, sia europeo sia occidentale.

Per intanto, ci sono morti e feriti. Al mattino di venerdì 25 luglio, un attacco con un’auto suicida a un campo ONU Minusma (forza di stabilizzazione del Mali), non lontano da Gao, ha fatto 15 feriti. Uno era belga e 12 erano tedeschi, tre gravi, poi evacuati con un A400M medicalizzato. Nello stesso giorno, nel pomeriggio, le forze maliane sono state attaccate simultaneamente in due siti a Boni. Hanno detto di aver respinto “fermamente gli attaccanti” che però hanno pur sempre attaccato, provocando almeno sei morti nelle forze regolari.

La zona delle tre frontiere – Mali, Niger, Burkina – è sempre difficile da controllare. Per esempio, il villaggio frontaliero al Burkina di Dinangourou ha gli accessi bloccati dagli jihadisti da quasi due mesi. A Gossi, il 21 luglio militari francesi e civili maliani sono stati feriti nell’esplosione di un’auto bomba. Per permetterne l’evacuazione sono intervenuti elicotteri Tigre e dei Mirage. Qualche giorno prima, il 16 giugno due militari francesi e uno nigeriano sono stati feriti mentre un altro nigeriano è morto in combattimento contro gli jihadisti ad sud ovest del campo di Menaka. Sabato mattina, 19 giugno, un blindato della Repubblica ceca nella task force Takuba ha subito l’esplosione di un ordigno improvvisato, però senza riportare feriti.

Erano probabilmente anche loro nella zona del campo di Menaka, che è stato costruito dai francesi ma le cui necessità logistiche, secondo un accordo tecnico del 9 giugno, saranno assicurate d’ora in poi dall’agenzia Nato Support and Procurement Agency (NSPA). E’ uno dei segnali da notare: la forza francese Barkhane va via, ma si rafforza almeno in parte la presenza occidentale, in linea con la ripresa statunitense in diversi quadranti, come si è capito nell’”America is back” del Presidente Joe Biden al G7 di Cornovaglia del 10 giugno e al vertice Nato del 14 giugno.

Oltre al supporto materiale della Nato, si registrano alcune adesioni europee, che sono in controtendenza rispetto al ritiro francese. Il 16 giugno, il parlamento romeno ha approvato la partecipazione di un contingente fino a 50 persone, nella zona delle tre frontiere, tra Mali, Niger e Burkina Faso. La ministra francese della difesa, Florence Parly, ha apprezzato con un tweet.

Non si può però propriamente parlare di sostituzione, perché Takuba è di ridotte dimensioni, una task force rispetto a Barkhane, che ha mezzi, un aeroporto di riferimento e 5100 uomini. Al momento in Takuba ci sono solo tre Paesi che operano effettivamente, Estonia, Repubblica Ceca e Svezia, al netto degli ufficiali temporaneamente presenti. Forse i Lituani sono in arrivo, anche in ringraziamento della protezione dei propri cieli (Baltic Air Policy). L’Italia quasi un anno fa ha deciso di inviare fino a 200 uomini, 20 mezzi terrestri e 8 elicotteri, ma il dispiegamento sembra prudente, forse sarà nell’estate.

Il contesto politico rimane d’altra parte fragile: si insiste per le elezioni politiche il 22 febbraio in Mali senza che i golpisti possano candidarsi, ma siamo al secondo colpo di stato in pochi mesi. In Burkina Faso, il 26 giugno l’opposizione ha deciso di interrompere il dialogo politico, ed è vivo il ricordo della strage di 160 civili al villaggio di Solhan, sempre nella zona delle tre frontiere, il 4 giugno. In Ciad, dove ha sede principale la forza Barkhane, si teme per la stabilità politica e di sicurezza dopo la morte di Idriss Déby il 20 aprile e l’assunzione dei poteri da parte di suo figlio e di un gruppo di militari. Il 17 giugno, il Niger ha deciso di chiudere il campo di rifugiati di d’Intikane, 20mila persone a 60 km dal Mali, perché infiltrato dagli jihadisti.

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