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Come sta Conte? I risultati secondo i medici di Pd e M5s

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Versioni, visioni e divisioni tra M5s e Pd su Conte

Ma Luigi Di Maio e Dario Franceschini, in ordine rigorosamente alfabetico, l’uno ministro degli Esteri, già capo del Movimento 5 Stelle e della relativa delegazione al governo ma tuttora tra i più influenti e attivi nella galassia grillina, l’altro ministro dei Beni Culturali e del Turismo ma soprattutto capo della delegazione del Pd al governo, riescono a parlarsi direttamente fra di loro, oltre le occasioni in cui si trovano seduti accanto sui banchi parlamentari dell’esecutivo? La domanda sorge spontanea vedendo la opposta rappresentazione che oggi i due offrono del quadro politico generale, e del governo in particolare, sui due maggiori giornali italiani: Di Maio sul Corriere della Sera e Franceschini su Repubblica.

A sentire Franceschini, che è importante anche per il ruolo abitualmente centrale che ha nel suo partito, dove monta e smonta equilibri con i metodi appresi da ragazzo nella Dc, “Conte non si tocca e neanche la maggioranza”, anche se fra grillini e piddini c’è da chiarire non solo un sacco di cose sui provvedimenti in cantiere per la ripresa, ma soprattutto come affrontare le elezioni regionali del 20 settembre, perché “è grave dividersi”. Cosa, quest’ultima, che fra i grillini sembra condivisa solo da Grillo in persona, di cui La Stampa prevede una uscita pubblica in questa direzione entro questo mese, con quali effetti concreti si vedrà in un movimento dove neppure di lui, Beppe, per quanto “garante”, ”elevato” e quant’altro si riesce più a capire quanto conti davvero. O se sia più allarmato o compiaciuto del grande pasticcio politico creato in dieci anni di spettacoli nel senso più ampio della parola.

Di Maio non è invece convinto che Conte sia considerato intoccabile dal Pd e cerca di far credere che lo sia invece fra i grillini, a dispetto — in verità — di molte apparenze perché retroscena e quant’altro si sono inseguiti negli ultimi tempi per riferire di sospetti, malumori e simili serpeggianti da quelle parti sul presidente del Consiglio. Che non a caso è stato pubblicamente sfidato dall’eterno ormai aspirante alla guida delle 5 Stelle Alessandro Di Battista a smettere di stare col piede in due staffe, a iscriversi al Movimento che lo ha designato e portato già due volte a Palazzo Chigi e a contendere a lui direttamente e ad altri la leadership del partito ancora più rappresentato in Parlamento, anche se ha perso per strada in due anni molti voti e persino un po’ di senatori e deputati spostatisi altrove.

“E il momento di guardarsi negli occhi e dirci come stanno le cose””, è sbottato Di Maio parlando dei rapporti fra Conte e il Pd, non fra Conte — ripeto — e i grillini. “Guardarsi negli occhi” significa evidentemente che sinora ciò non è avvenuto. Forse i soci della maggioranza giallorossa si sono guardati più la schiena che altro. Di sicuro, secondo Di Maio, è che “così si va a sbattere”, anche a rischio di quel “voto anticipato” che il ministro degli Esteri naturalmente non vuole, nella consapevolezza — almeno questa — del carattere irripetibile del risultato delle elezioni politiche di due anni fa. Che gli procurarono vertigini da balcone nei primi passaggi di un governo in cui Conte sembrava più il vice dei suoi due vice — che erano il medesimo Di Maio e il leghista Matteo Salvini — che il presidente del Consiglio risultante dal decreto di nomina firmato dal presidente della Repubblica.

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