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Come si bisbiglia in Germania sulle magagne tedesche tipo Deutsche Bank e Dieselgate

Merkel Mes Germania

L’articolo di Tino Oldani, firma di ItaliaOggi sull’onda autocritica che corre sui media della Germania

Bisogna ammetterlo: il governo grillo-leghista ha più fortuna che meriti. Prima i gilet gialli hanno costretto Emmanuel Macron a sforare il 3%. Ora, secondo il Corriere della sera, la manovra finanziaria 2019 italiana non sarà bocciata dalla Commissione Ue perché Angela Merkel «ha fatto capire ai premier del Nord suoi alleati che un rischio Italia sui mercati finanziari potrebbe provocare un contagio alle banche tedesche, francesi e nordiche, indebolite da eccessi di attivi speculativi». Resta però da capire se questo intervento confermi una volta di più il potere tedesco in Europa, oppure sia il segnale di una debolezza incipiente, anche se ben nascosta.

Di certo, sui media tedeschi trovano spazio entrambe le ipotesi. Quelli pro-Merkel, sempre fedeli al motto Deutschland uber alles, discettano sulle grandi strategie per fare ancora più grande la Germania, dall’esercito europeo munito di bomba atomica, fino alla sfida all’egemonia del dollaro di Donald Trump. Intanto, però, sta crescendo l’onda autocritica, formata dai media che non sono filo-populisti, non appoggiano la destra anti-immigrati di Alernative fur Deutschland, eppure descrivono sempre più spesso il bicchiere mezzo pieno, le cose che non vanno più bene come un tempo, soprattutto in campo economico.

Un esempio? Basta leggere l’elenco dei guai tedeschi stilato da Epoch Times, una testata on line senza timori reverenziali, che inizia con una spietata radiografia della Deutsche Bank, e poi allarga l’obiettivo su altri disastri, in testa il Dieselgate, per concludere: «Cosa c’è che non va in Germania? Perché il mondo ci ride dietro?». Un’analisi documentata, ben scritta, di una severità che, a tratti, è perfino spassosa: «Avete notato? Per oltre 16 anni la più grande banca tedesca non è stata gestita da un tedesco. Sedici anni in cui arroganza, avidità, e debolezze di carattere si sono fatte largo nelle torri gemelle di Francoforte, e hanno trasformato la Deutsche Bank, un tempo istituto rispettato, in una banca dalla reputazione molto dubbia. Dalle file della sinistra si è anche alzata la richiesta di ritirare la licenza bancaria appesa al muro della banca. Non siamo ancora arrivati a questo punto», scrive Epoch Times, «ma il mondezzaio che l’attuale presidente, Christian Sewing – di nuovo un tedesco – dovrà cercare di ripulire, è davvero un compito titanico».

Quale sia questo mondezzaio, ecco il profilo: «Operazioni rischiose sui mutui, in particolare negli Stati Uniti; tassi di interesse manipolati, riciclaggio di denaro, Panama Papers, off-shore Leaks, transazioni azionarie cum-ex, eccetera. I dirigenti di Deutsche Bank hanno partecipato a tutti questi loschi affari, riempiendosi le tasche. E ciò ha portato a innumerevoli procedimenti legali e a oltre 20 miliardi di euro di multe. E il pantano, come si può ben vedere, è tutt’altro che asciutto».

Epoch Times punta il dito sul banchiere che considera il maggiore responsabile: «Come abbia fatto una banca così rispettabile a portarsi a casa un incosciente come Josef Ackermann, una mente ragionevole difficilmente riesce a capirlo. Questo manager svizzero nel 2004 era già stato inquisito nel processo Mannesmann per irregolarità nella battaglia per l’acquisizione con Vodafone. Si è comportato come un messia, si è seduto comodamente sulla poltrona di presidente esecutivo di Deutsche Bank, e si è dato uno stipendio annuale di 13 milioni di euro. Nel 2005 ha suscitato un vero scandalo quando, contro le voci che lo mettevano in guardia, ha voluto fissare il folle obiettivo di raggiungere un rendimento sul capitale proprio pari al 25%. Da allora in poi è andato tutto a picco. Ackermann &Co. non solo hanno rovinato il bilancio e il prezzo delle azioni di Deutsche Bank, ma anche la sua reputazione, che per molti decenni non era stata mai messa in discussione in tutto il mondo».

Dettaglio da non trascurare, anche se non citato dall’analisi di Epoch Times: da mesi la procura di Francoforte sta indagando sulla banca per presunte «attività criminali» legate al riciclaggio di denaro sporco. Vi è poi la convinzione diffusa che Deutsche Bank sia diventata la banca più pericolosa al mondo, a causa dei 48 mila miliardi di derivati speculativi che ha in pancia, pari a 14 volte il pil della Germania. Una bomba finanziaria di tipo nucleare, che la Merkel sta facendo di tutto perché non esploda. Al confronto, il deficit italiano del 2,04% è quasi nulla.

Ma quello della Deutsche Bank non è l’unico «fallimento» su cui Epoch Times punta l’obiettivo. «C’è il tentativo di costruire un aeroporto nella capitale: semplicemente non ne vuole sapere di avere successo. C’è il Dieselgate: l’avidità e l’arroganza hanno messo a repentaglio il fiore all’occhiello dell’economia tedesca, l’industria automobilistica, in particolare la Volkswagen. Quali incedibili profitti siano stati fatti dalla società negli ultimi decenni, lo dimostra il fatto che i 20 miliardi di dollari di sanzioni che Vw è stata condannata a pagare negli Stati Uniti non hanno impressionato più di tanto l’azienda. Ma il danno di immagine per il made in Germany è immenso».

C’è poi il caso della Bayer, il gigante tedesco della chimica, che ha comprato il concorrente americano Monsanto. «All’improvviso, c’è una valanga di cause legali, e perfino multe da 80 milioni di euro, dovute alla produzione di glifosato. Per decenni, la Monsanto ha fabbricato questo pesticida e l’ha usato in tutto il mondo, Stati Uniti compresi. Solo dopo che la società tedesca ne è diventata proprietaria, si è trasformato in un problema».

Non è finita. Tra i fallimenti ci sarebbe anche la Bundeswehr, l’esercito tedesco, «impegnato in varie missioni all’estero, mentre in realtà non riesce a garantire il compito primario, vale a dire la difesa nazionale: le navi militari non galleggiano, i sommergibili non si immergono, gli elicotteri non volano, e i Panzer non si muovono. E poi c’è l’aereo del governo, che ha sempre dei problemi, tanto che di recente ha costretto la cancelliera Merkel ad arrivare con un giorno di ritardo al G20 di Buenos Aires. Insomma, i guasti si sommano a guasti, e il mondo ci ride dietro. Ma cosa c’è che non va in Germania?».

La risposta del giornale, di certo, non deve essere piaciuta alla cancelliera: «La Germania ha bisogno di una leadership adeguata, specie nell’epoca della globalizzazione: come abbia fatto la rivista americana Forbes a nominare la Merkel «donna più potente del mondo», non si riesce proprio a capirlo».

 

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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