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Come nasce il mio Post Merkel

Pubblichiamo il prologo di “Post Merkel – Un vuoto che solo l’Europa può riempire”, il nuovo libro di Gianni Bessi (edizioni GoWare) uscito il 3 settembre

 

Durante il primo lockdown, tra marzo e maggio 2020, mi sono deciso a compiere un’opera che rinviavo da molto (troppo) tempo: la riorganizzazione dei miei archivi cartacei e informatici, i quali, con il passare del tempo, come spesso accade, avevano perso le sembianze dell’“archivio” trasformandosi piuttosto in cataste prive di ordine. Riordinare all’esterno, quindi, per rimettere ordine tra pensieri ed emozioni, ripercorrendo e riscoprendo, tra cartelle e faldoni impolverati, idee e progetti maturati e costruiti nei tanti anni di impegno professionale e politico.

Tale opera si è rivelata una vera e propria presa di coscienza: quanto materiale, utile e meno utile, conserviamo, spesso per nostalgia o affezione! Progetti di riforma dei servizi pubblici locali, rapporti di dinamiche concorrenziali nell’ambito del mercato energetico, programmazione locale e progettazione territoriale. Tra i primi “vecchi” lucidi e le stampe delle più recenti slide, i materiali delle campagne elettorali, qualche fotografia ingiallita dal tempo (ma non nella memoria), e le relazioni riguardanti analisi che non ricordo di aver maneggiato. In mezzo alle tante rilegature “a spirale”, una mi è saltata all’occhio: una ricerca di oltre dieci anni fa delineante i possibili scenari conseguenti il ciclone Lehman Brothers e la crisi economica globale.

Trattasi di un lavoro composto di due parti: la prima, analizzante le strutture economiche di Germania e Francia, poneva un forte accento sulla dimensione industriale al fine di costruire un quadro di riferimento per le dinamiche economiche dell’Emilia-Romagna e di ricavare eventuali elementi utili all’orientamento delle politiche della regione; la seconda, riguardante “il ruolo della Germania nello scacchiere europeo e internazionale”, delineava, già in tempi non sospetti, uno slogan che, in quest’ultimo decennio, ha sicuramente primeggiato nel linguaggio della politica nazionale. In quei pomeriggi da archivista, tornai con la mente all’estate del 1995, quando, appena rientrato da uno stage a Bruxelles, la politica non era ancora tra i miei pensieri frequenti. Avendo conseguito il titolo di laurea in Scienze politiche all’Alma mater di Bologna, avevo avuto la possibilità di frequentare un ambiente culturalmente vivo e propositivo, e fu quasi naturale muovere i primi passi nella formazione del progetto politico dell’Ulivo, che prendeva forma proprio nella città felsinea. Ebbi il privilegio di prendere parte alla lunga e vittoriosa campagna elettorale nel pullman di Romano Prodi, e fu quell’esperienza che mi permise di trascorrere quasi un anno, gomito a gomito, con diversi economisti bolognesi tra cui Alberto Corazza, Giulio Santagata, Mario Zanzani e Tito Casali, proprio gli autori delle analisi sulla Germania che stavo sfogliando. I quattro, economisti ed esperti di programmazione territoriale, non hanno certo bisogno di una mia presentazione. Ne ricorderò sempre gli insegnamenti e le indicazioni, così come i consigli sui libri di economia da leggere che mi dispensava il bolognese Alberto, o le riflessioni sociologiche e musicali di Mario, ravennate come me, la simpatia autentica di Tito, e le visioni economiche e politiche del modenese Giulio.

Il tutto accompagnato da una scanzonata ironia di chi non si prende, in fondo, troppo sul serio – perché ha imparato sul campo che la teoria e la storia non sono la stessa cosa – e sempre condito da discussioni infinite sul football, solo marginalmente nazionale, guidate perlopiù dalla passione comune per il calcio argentino e da sfide nell’impresa impossibile di ricordare i variegati soprannomi dei suoi calciatori; da quelli più noti come El Pibe Maradona, a El Caudillo Passarella, fino ai più bizzarri come El Loco René Houseman o El Trinche, appellativo di Tomás Carlovich di cui già allora si favoleggiava tra leggenda e mito sulla sua reale esistenza. Proprio in quegli anni si tracciava una verità ineccepibile – nonché testimoniata dai fatti dei dieci anni successivi – sull’evoluzione dell’Europa e sui cambiamenti dei diversi modelli socio-economici che coesistono in generale ancora oggi (un modello continentale, un modello mediterraneo, un modello scandinavo e, nonostante la Brexit, un modello anglosassone). Ma facciamo un passo alla volta. Francia e Germania sono i rappresentanti del modello continentale di maggior impatto, così come l’Italia è – o forse oggi dovremmo dire era? – il più importante rappresentante del modello mediterraneo.

Nello studio ci si domandava come fosse accaduto che, nel primo decennio del Duemila, ovunque in Europa l’asse politico-economico si fosse inclinato verso il modello liberista, minando profondamente certi pilastri portanti dei singoli modelli locali e, spesso, enfatizzandone alcuni elementi in modo da mettere a repentaglio gli equilibri sui quali si reggevano. L’approfondimento dedicato alla questione della grande finanza francese e tedesca spiegava nello specifico come, nel precedente decennio, Germania e Francia avessero totalmente aperto i loro mercati finanziari e il loro sistema proprietario della grande impresa realizzando un totale inserimento nel panorama liberalizzato della globalizzazione finanziaria. Fra le altre cose, gran parte delle grandi imprese tedesche sono passate sotto l’influenza di investitori esteri, soprattutto degli “investitori istituzionali”.

In particolare ricordo come la cura e l’acume di Alberto Corazza gli permettevano di intessere con abilità le relazioni che legavano le questioni micro e macroeconomiche, rendendo leggibile e intellegibile, anche a chi di economia aveva solo le basi, la reale complessità della macchina produttiva tedesca e il suo collocamento nello scenario globale. Le evidenze grandi o piccole sono state curate da lui con la stessa capacità analitica quando occorrono per sostenere la sua visione, e oggi quasi mi commuove non potergli dire quanto lucida e profetica si sia rivelata la sua lettura. Ogni quadro infatti è l’unione di tante pennellate e solo i grandi riescono a intuire l’immagine finale da pochi tratti. Quello più evidente era la crescita competitiva della Germania rispetto alla Francia e agli altri Paesi europei; crescita manifestata chiaramente dal grande sviluppo della bilancia commerciale che ha fatto del surplus tedesco il più grande al mondo.

Tra le cause note a tutti del vantaggio competitivo tedesco (svantaggio per la Francia e anche per l’Italia), un ruolo da protagonista spetta al potente apparato produttivo tedesco, con l’industria come punta di lancia mondiale, e tale – evidentemente – da ricoprire una posizione centrale anche nello scenario politico interno. Un equilibrio sorprendente tra grande, piccola e media impresa, profondamente intrecciate nelle catene del valore e coordinate strutturalmente tra loro e con i territori su cui si radicano, così da renderlo più solido e da ridistribuire la ricchezza generata dalle attività industriali in maniera proporzionata. Un sistema produttivo che ha costruito le sue basi e la sua fortuna vincenti disinnescando le spinte che lo avrebbero portato ad arroccarsi, ma analogamente al mercato finanziario aveva aperto a una ristrutturazione e delocalizzazione delle parti a minor valore aggiunto della catena del valore per incrementare la sua capacità competitiva. Ecco come la ricerca tracciava alcune risposte, tutt’altro che banali, sulle ragioni per cui la crisi del 2008, che è stata la più clamorosa prova del catastrofico fallimento del modello finanziario ultraliberistico di tipo anglosassone, si fosse indirizzata verso un trionfo politico e culturale del medesimo stampo anche in Europa.

La furia distruttiva che ha colpito tutti gli istituti di welfare, la precarizzazione della forza lavoro, il tentativo di mercificare e privatizzare ambiti sociali su cui è stata eretta la cultura europea, insieme alla consegna della spesa pubblica al braccio secolare della finanza privata, il defenestramento dello Stato dalla sovranità sulla moneta. Emblematico l’accanimento nei confronti della Grecia. Tutto questo citando a memoria Corazza: “ricorda molto più il dogmatismo religioso e il modo, spesso violento, con il quale esso si impone, piuttosto che una razionale (sia pure dolorosa) strategia di modernizzazione.” E chi c’era alla guida di questa crociata? Nientemeno che la Germania, quella che ritenevamo, come avevamo studiato all’università, il saldo bastione del capitalismo renano. Il breve riassunto che ne traccio in questa introduzione non può essere esaustivo delle molte e dettagliate riflessioni, documentate con dati autorevoli e tabelle. Nel tratteggiarlo in quel pomeriggio dell’aprile 2020 mi veniva meccanicamente una riflessione su come l’Europa, e quindi la Germania, avrebbe reagito alla pandemia e ai suoi prevedibili effetti. Uno su tutti quello di far saltare equilibri simultaneamente della domanda e dell’offerta e mettendo diversi settori produttivi di fronte a un’inedita crisi economica. Se la crisi finanziaria del 2008 è partita dagli Stati Uniti, quella provocata dalla pandemia del 2020 è iniziata in Cina, ma l’epicentro più duro dal punto di vista economico coincide ancora con l’Europa. Non c’è dubbio sul fatto che la reazione, a partire dalle decisioni prese da Merkel e Macron nel maggio 2020 con il piano per sostenere l’economia, sia stata in questo caso totalmente opposta, con una presa di coscienza che solo il coordinamento di investimenti pubblici e privati avrebbe potuto traghettarci (tutti) fuori dal pantano. La manifestazione più esplicita di questa interpretazione della nuova crisi pandemica sono state le misure finanziarie decise dalla Bce e il temporaneo rilassamento delle regole sugli aiuti di Stato, in cui la Germania ha giocato un ruolo di primissimo piano, e non senza qualche mal di pancia sul fronte interno. Ecco sempre lei, Angela Merkel, che era già alla guida della Germania durante le decisioni prese nel 2008 e sempre al comando nel 2020, al quarto dei suoi mandati da cancelliera. Come mai questi due opposti nella stessa persona? Ancora le riflessioni della ricerca sono attuali e utili a capire anche queste decisioni recenti.

L’importante indicazione è quella di tenere ben presenti alcuni passaggi storici che hanno costruito le principali istituzioni tedesche, facendo confluire le molte anime germaniche, dai paradigmi cattolici, protestanti, socialisti, liberali e altro, con cui la nazione si è affacciata sul nuovo millennio. L’analisi dei quattro amici economisti, riletta in quel pomeriggio, è stata una fonte di stimoli. Ho così iniziato ad approfondire il progetto e ad analizzare quel ritratto, sorprendentemente eterogeneo, diametralmente opposto a quella che è l’immagine tetragona della Germania e dei tedeschi. Con un concetto guida: il sincretismo. Ci sarà modo di soffermarsi e fare chiarezza su questo tema, che rappresenta uno dei punti cardinali di questo viaggio, ma un cenno sento di volerlo già condividere: si tratta di quella caratteristica che il popolo tedesco ha dovuto sviluppare nella sua storia recente per sopravvivere, e che lo rende capace di agire rispetto all’esterno – in quella dimensione che si potrebbe semplificare chiamandola politica estera – come un solo uomo; ma che non nasce affatto da una omologazione o dall’imposizione di un pensiero unico. Tutto al contrario!

La linea d’azione tedesca è frutto di una mediazione e di un equilibrio – a volte persino di un equilibrismo – tra istanze diverse e non di rado contrapposte ma che, una volta trovato un loro bilanciamento, non guardano al compromesso con sospetto ma, col rispetto e con l’onore che si riserva alla parola data, lo eleggono a valore. La grandezza della Merkel, come altri suoi predecessori, è stata quella di saper interpretare il suo popolo e il nostro tempo, scoprendo e costruendo complementarietà solide tra le parti in causa. Con la consapevolezza di questo concetto e le suggestioni che si rincorrono, ho immaginato un viaggio nello Zeitgeist dell’Europa, visto che si prospettava all’inizio dell’estate 2020 il semestre europeo a presidenza tedesca. E l’ho fatto – o meglio, lo abbiamo fatto – proprio mentre la sua cancelliera, avendo dichiarato che non si sarebbe più ricandidata alle elezioni del settembre 2021, sta per affrontare la più grande sfida di sempre: sottoporre la sua eredità politica al giudizio della storia. Ho introdotto il plurale perché ho avuto come compagni in questo viaggio un paio di amici che poi vi presenterò. Un’Europa che avrà di fronte non solo il lascito o il tramonto della Merkel, ma altrettante sfide, come l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e quindi il concretizzarsi della Brexit, la campagna vaccinale più estesa e urgente della storia, le decisioni sul futuro del patto di stabilità e del debito comune, l’attuazione del Next Generation Ue, i rapporti con la nuova amministrazione di Joe Biden, le tensioni con la Russia di Putin visti i rapporti di “vicinato” dei Paesi dell’Est e le sempre contestate forniture energetiche alla Germania, la lotta al cambiamento climatico e il Green Deal europeo, e – speriamo – l’uscita dal dramma Covid-19.

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