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Come Monaco di Baviera testa i cittadini per Covid-19

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L’articolo di Enrico Martial sull’esempio di Monaco di Baviera

Nella città di Monaco di Baviera è iniziato uno studio epidemiologico su 3000 persone con metodo sierologico per stimare la popolazione urbana che ha acquisito anticorpi Covid-19.

Il progetto è finanziato dal governo bavarese, dal centro Helmholtz e dall’Istituto per le malattie tropicali della Ludwig-Maximilians-Universität, che lo guida dal 5 aprile.  Le 11 squadre dedicate a prelievi si muovono in 100 delle 755 zone che corrispondono alle sezioni elettorali della città, con test in circa 30 famiglie ciascuna, per un totale appunto di 3000 persone. Le zone e le famiglie sono state scelte seguendo un algoritmo con il supporto dell’intelligenza artificiale.

Le squadre — in tutto 29 operatori sanitari — hanno laboratori mobili per i prelievi (i mezzi sono prestati dalla Mercedes) e svolgono interviste strutturate. Il test alla “coorte” statistica sarà ripetuto più volte nel corso di 12 mesi per capire l’evoluzione del campione e adattare le decisioni da prendere. Le persone rimarranno in contatto con i ricercatori con una app, aggiorneranno le loro condizioni di salute attraverso un sito web, e saranno sottoposte a tampone se manifesteranno dei sintomi.

Lo studio ha un dichiarato interesse epidemiologico e statistico, non clinico per le singole persone. Le questioni poste riguardano l’efficacia delle attuali misure, per esempio il distanziamento sociale, le restrizioni sulla mobilità, sia per il presente sia per l’allentamento delle misure. Come supporto alla decisione politica, il monitoraggio nel corso di un anno di un campione statistico permette un termine di confronto con le azioni puntuali (di area comunale, di regione e federale) messe in campo, senza basarsi solo sui dati generali.

Per quanto l’area di indagine sia ristretta a Monaco, sono possibili proiezioni anche sulla Baviera, incrociando i dati con quelli dei donatori di sangue, che sono d’ufficio sottoposti a test, oppure con quelli di altre indagini trasversali.

Tra queste, la più importante è del Robert Koch institute, di supporto al governo tedesco per la gestione della fase 2 di progressiva riapertura, in un Paese che ha chiuso molte meno attività della Francia e dell’Italia. Prevede test sierologici sui donatori di sangue, con controlli ogni due settimane su 15 mila campioni, poi su 2000 persone nelle zone più colpite (Baviera, zone renane) e infine su un campione di 15 mila persone in 150 aree.

Questi studi, quello monachese mirato su un campione di popolazione urbana e quello federale di supporto al governo, si accompagnano a una significativa campagna di test in tutta la Germania.

Dopo aver iniziato con una capacità totale di 12 mila test alla settimana, si è arrivati a 350 mila nella settimana fino a 31 marzo a 500 mila nella settimana fino al 5 aprile. Fino alla settimana scorsa si contavano 180 laboratori privati partecipanti rispetto ai 143 della settimana precedente, con una capacità giornaliera di esami per oltre 50 mila persone, in aumento. La stessa Baviera — in cui si era sviluppato il focolaio partendo dalla WeBasto (azienda di componentistica) — da sola realizzava una settimana fa oltre 13 mila test al giorno, di cui 11 mila presso laboratori privati.

Diversi istituti pubblici consentono alle aziende di fare effettuare test a propri dipendenti, con il metodo del drive in. Sempre in Germania si impiega anche il controllo per insiemi: si testano i campioni riuniti di gruppi di persone, per esempio una ventina, e quando si riscontra la positività si procede per tamponi individuali.

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