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Come Modi ha stravinto in India. Fatti, commenti e analisi

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L’approfondimento di Nello Del Gatto tratto da Affarinternazionali sui risultati delle elezioni in India dove Narendra Modi ha vinto di nuovo

L’uomo forte dell’India ha vinto nettamente. Mai nella storia dell’India era successo: Narendra Modi è il primo premier a tornare al potere vincendo con una percentuale così nettamente più alta rispetto al primo successo. Prima di lui, solo Nehru era riuscito a bissare nel 1957 il successo del 1952 aumentando i voti, ma del 2%, molto meno del 10% che Modi ha ora guadagnato rispetto alle elezioni del 2014, salendo dal 31% al 41%.

Il Bjp (Bharatiya Janata Party, Partito del Popolo indiano) del premier ha conquistato la maggioranza in molti Stati, ottenendo alla fine 303 seggi sui 542 in gioco, 21 in più rispetto alle scorse elezioni. Insieme a quelli degli altri partiti che compongono la National Democratic Alliance, conquista 352 seggi, 16 in più della passata tornata, anche se il partito di Modi ha i numeri per governare da solo.

Il Partito del Congresso di Rahul Gandhi, invece, conquista otto seggi in più rispetto al 2014, fermandosi a 52, arrivando a 87 (27 in più rispetto al 2014) con quelli degli altri ppartiti della coalizione di centro sinistra United Progressive Alliance.

UN ATTO DI VIOLENZA CHE FA VINCERE NEL PAESE DELLA NON VIOLENZA

Eppure, le premesse sembravano diverse. Un’India in grosse difficoltà economiche, con dati negativi per disoccupazione, crescita, esportazioni, produzione agricola, sembrava destinata al cambiamento. Ma è bastato un attentato e un bombardamento a cambiare l’ordine dei fattori. Nel Paese del padre dell’Ahimsa, della non violenza, atti di violenza hanno permesso a Modi di stravincere. E’ indubbio che l’uomo forte arrivato dal Gujarat, il primo di questa infornata di leader populisti del pianeta a salire al potere, abbia cavalcato il nazionalismo, la sicurezza nazionale, il sentimento di avversione verso le minoranze (musulmani in testa) e i Paesi nemici, per vincere le elezioni.

Modi ha vinto anche con una campagna stampa notevole, combattuta sul campo come sulla rete, con una presenza asfissiante sui social dove il color zafferano dell’induismo, una bandiera non solo per il suo partito Bjp, ma anche per il suo nazionalismo induista, ha sventolato in continuazione. Quando tutto sembrava perso, quando elezioni statali avevano decretato una sconfitta per il suo partito e il suo governo, ecco che l’attentato del 14 febbraio (un attacco kamikaze nel Kashmir fece 42 vittime tra le forze di sicurezza indiane) e la susseguente ferma risposta di Modi, che mandò i suoi caccia a bombardare campi di terroristi in territorio pakistano, ha fatto riguadagnare consensi al premier.

E così è stato: l’onda populista, nazionalista, del Paese ha fatto dimenticare le difficoltà, le promesse non mantenute, la pessima condizione delle campagne (in un Paese dove l’agricoltura è preponderante) e ha spinto Modi non verso la riconferma, ma verso la vittoria schiacciante con umiliazione degli avversari.

GLI AVVERSARI SCONFITTI E IL DESTINO INCERTO DEI GANDHI

Già, questi. I Gandhi della dinastia Nehru sembrano spariti. Rahul Gandhi, figlio di Rajiv e di Sonia, che ha guidato il Partito del Congresso del suo bisnonno Nehru, aveva promesso nuovi posti di lavoro, reddito minimo garantito per le fasce più povere della popolazione, la modifica della legislazione che regola il lavoro femminile, la cancellazione dei debiti dei contadini, una maggior tutela dei diritti dei minori, lotta alla corruzione e quote rosa nel Governo.

Un programma niente male nell’India disastrata o, comunque, non brillante (“shining”, come recitava uno slogan politico di qualche anno fa), che invece ha portato il rampollo della dinastia pakistano-indo-italiana a perdere addirittura il suo storico collegio di Amethi, dove tutti i membri della sua famiglia prima di lui sono stati eletti. Entrerà in Parlamento dalla finestra, grazie ad un seggio ottenuto nel Kerala, ma il suo futuro politico è incerto. Pochi scommettono sulla sua conferma a capo del partito; gli altri sono divisi tra chi lo vede sostituito dalla sorella Pryanka, novella Indira (alla quale assomiglia pure fisicamente) e novella Sonia, e chi vende i Gandhi sostituiti tutti da una nuova dirigenza esterna alla dinastia. A pesare contro Pryanka, il matrimonio con il discusso Robert Vadra, per cui anche se il nome e la storia dei Gandhi Nehru hanno ancora fascino, non è escluso un cambio radicale.

‘SPARITI’ I MUSULMANI E I COMUNISTI

Insieme ai Gandhi, sono spariti anche i musulmani e i comunisti. Come nel miglior copione nazional-populista (non a caso Narendra Modi vanta tra i leader a lui più vicini Donald Trump e Benjamin Netanyahu), l’ondata che ha portato il leader zafferano di nuovo al governo ha spazzato via “gli altri”. In Uttar Pradesh, lo Stato più popoloso del Paese (oltre 200 milioni di persone), dove si assegnano 80 seggi, con la più alta presenza di musulmani (oltre 40 milioni), nemmeno un fedele dell’Islam ha conquistato un seggio al Parlamento. In West Bengala, una volta feudo comunista, questi hanno preferito votare Bjp anziché il partito dell’ex leader sindacalista Mamata Banerjee.

Modi, nei suoi anni di politica in Gujarat, sia come esponente del Bjp che come capo del governo locale, è stato avvicinato anche a scandali e crimini contro i musulmani. Nel 2002 ad Ahmedabad estremisti indù massacrarono quasi 70 persone, in maggioranza musulmani, e Modi fu incriminato di esserne il mandante (e fu poi assolto al termine di un’indagine che lasciò molti dubbi). In quell’anno in Gujarat, dove Narendra Modi era premier, ci furono molti massacri da parte dei fondamentalisti indù contro i musulmani, come l’incendio di una panetteria a Vadodara nel quale morirono 14 persone, delle quali 11 musulmani.

I PROCLAMI DI INCLUSIVITÀ A CONFRONTO CON LA REALTÀ

Poco dopo la vittoria Modi ha parlato di inclusività e della volontà di togliere le caste (di fatto la Costituzione indiana vieta qualsiasi discriminazione basata sulla casta, ma nel sistema quotidiano induista queste vivono e vegetano). Difficilmente però potrà non tenere conto della sua base, che in questo ultimo quinquennio si è macchiata di orrendi crimini contro i “mangiatori di mucca”, fedeli di altri religioni in genere.

In primo luogo, dovrà trovare una soluzione alla atavica questione del tempio di Ayodhya: lì sorgeva un tempio dedicato al dio Rama (è il suo luogo di nascita, secondo la tradizione), poi soppiantato dalla Moschea di Babur, distrutta nel 1992 proprio dai militanti induisti che ancora chiedono l’allontanamento dei musulmani, nonostante una corte abbia concesso un terzo del sito ai fedeli dell’Islam.

Nelle fila del suo partito, e se la troverà in Parlamento, Modi ha pure Sadhvi Pragya, alias Pragya Singh Thakur, accusata e condannata a nove anni per terrorismo nel 2008 per l’esplosione di un ordigno collocato nei pressi di una moschea a Malegaon, in Maharashtra – morirono sei persone -. Nel 2015, il governo Modi la liberò. La donna, nella campagna elettorale di quest’anno, ha definito patriota Nathuram Godse, l’assassino di Gandhi, tanto che il premier ha dovuto prenderne le distanze.

MESSA DA PARTE DEMOCRAZIA ED ECONOMIA PER L’UOMO FORTE

Per molti analisti, è un chiaro esempio della qualità non solo del prossimo Parlamento, ma anche del voto, nel quale pare che gli indiani abbiano messo da parte valori democratici e situazione economica e abbiano scelto l’uomo forte e potente. Qualche giorno fa sul New York Time è apparso un editoriale dello scrittore indiano  Pankaj Mishra, dal titolo How Narendra Modi Seduced India With Envy and Hate (Come Narendra Modi ha sedotto l’India con invidia e odio).

E’ una analisi forte contro l’attuale premier che così fotografa la vittoria elettorale: “L’incarico affidato a Mr. Modi in India è lo stesso di molti demagoghi di estrema destra: solleticare una popolazione spaventata e arrabbiata con il capro espiatorio di minoranze, rifugiati, estremisti, liberali e altri, mentre accelera le forme predatorie del capitalismo. Potrebbe non essere riuscito a creare opportunità di lavoro per gli indiani svantaggiati. […] Al posto di ogni liberazione dalle ingiustizie, ha emancipato le emozioni più oscure; ha concesso la licenza ai suoi sostenitori di odiare esplicitamente una serie di persone, dai perfidi pachistani e musulmani indiani ai loro pacificatori indiani ‘anti-nazionali’”.

 

Articolo pubblicato su Affarinternazionali.it

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