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Macron riaprirà con cautela la Francia. Fatti e approfondimenti

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Macron ha annunciato in tv che l’11 maggio in Francia si torna (più o meno) a scuola e al lavoro. Fatti e approfondimenti nell’articolo di Enrico Martial

Rispetto ai precedenti, il discorso del 13 aprile è stato più intimo ed empatico, più vicino ai cittadini. È pur vero che bisognava annunciare la pesante proroga di un buon mese di restrizioni: c’è speranza, ma i numeri restano alti, il sistema sanitario è ancora sotto pressione, in particolare nel Grand Est e nella zona parigina. Tuttavia, si vede una prospettiva, una luce in fondo al tunnel. Ci vorranno meno rianimazioni, meno contagi, meno pazienti ma l’11 maggio – salvo imprevisti – si torna a uscire, per un periodo abbastanza lungo di convivenza con il virus.

Riapriranno le scuole, progressivamente, si sottintende per regione, classi di età, dalle materne fino ai licei e caso per caso. Considerandole una priorità, Macron risponde a un dibattito molto vivo in Francia, sulle ineguaglianze acuite dalla scuola a distanza, per disponibilità di un computer, di banda larga, di condizioni abitative adeguate a seguire una lezione. Le aule universitarie saranno invece vuote fino a settembre, sebbene già ora si svolgano in qualche modo esami e concorsi.

L’11 maggio segnerà anche il ritorno al lavoro, con protezioni individuali e dove si potrà, caso per caso e sempre progressivamente. In Francia le aziende hanno subito meno arresti rispetto all’Italia ma certamente più che in Germania, a cui Macron ha fatto diretto cenno.

L’idea era di offrire una prospettiva di medio termine. Il turismo resterà infatti ancora fermo, cioè hotel, ristoranti, ma anche musei, cinema e teatri. Per gli eventi musicali e sportivi, se ne riparlerà a metà luglio. Così, un’ora dopo il discorso di Macron, Olivier Py, direttore del Festival di Avignone (700 mila persone attese dal 3 al 23 luglio) ha annullato l’edizione 2020. Ulteriori aiuti saranno convogliati su questi settori, così come alle famiglie a basso reddito. Anziani e malati dovranno ancora stare a casa. Insomma, una convivenza con il virus.

Per l’11 maggio, ci vorrà un piano, che è atteso fra una quindicina di giorni e che conterrà tre fattori. Anzitutto con l’aumento dei test (oggi sono 210 mila a settimana rispetto ai 500 mila in Germania, Italia non pervenuta) si vorrà isolare (si dice anche negli hotel) e curare i positivi. Poi sarà pianificata l’app di monitoraggio – si dice volontaria, anonima, in collaborazioni europee e sotto controllo parlamentare (Stop Covid) – e infine ci vorrà sufficiente materiale di protezione e soprattutto mascherine accessibili a tutti i cittadini.

Macron ha sostanzialmente escluso che l’immunità di gregge costituisca uno scenario probabile – vista l’attuale bassa percentuale di contagiati nella popolazione (e l’alto costo economico e sanitario finora sostenuto). La priorità per il superamento della convivenza con il virus rimane nel vaccino, su cui si lavora, e in subordine nelle terapie, su cui c’è un gran dibattito, in particolare sugli antimalarici e sulla clorochina.

L’interdipendenza è emersa in vari passaggi: negli aiuti all’Africa, nelle frontiere aperte all’interno dell’Europa e chiuse all’esterno, nel ringraziamento per l’accoglienza di pazienti in Germania, Lussemburgo, Svizzera e Austria, nella collaborazione da rafforzare. Sullo sfondo si notava la risposta al virus sostanzialmente legata ai tradizionali Stati nazionali, l’assenza di citazioni dell’OMS e degli strumenti di sanità pubblica europea.

Non a caso, il futuro dovrà mostrare un’autosufficienza produttiva francese ed europea, agricola, sanitaria, industriale e tecnologica, non lontana dal programma del 2019 pre-Covid della Commissione europea, di indipendenza strategica e capacità di concorrenza, che già prefigurava una de-globalizzazione per grandi aree del pianeta.

Macron ha anche tratteggiato una più netta redistribuzione della ricchezza, incrociando il dibattito di questi giorni. Tra l’altro, 19 presidenti socialisti di dipartimenti hanno appena proposto con una lettera al Journal du Dimanche l’introduzione di un reddito di cittadinanza, progressivo ma non condizionato, simile a quello citato da Papa Francesco, in cui si ritrova anche un pezzo della cultura francese del cattolicesimo sociale, e altre esperienze tra cui quella italiana.

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