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Come la Germania sfiderà la Cina

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Il ministro dell’Industria, Peter Altmaier, fedelissimo di Angela Merkel, ha presentato un piano strategico industriale che punta in modo esplicito sulla creazione di grandi campioni europei nei settori strategici dell’industria in aperta sfida alla Cina di Xi Jinping. L’articolo di Tino Oldani, firma di ItaliaOggi

La risposta della Germania al veto con cui l’Antitrust Ue, guidato dalla commissaria danese Margrethe Vestager, ha bloccato la megafusione tra Siemens e Alstom, è stata immediata e fortemente polemica.

Il ministro dell’Industria, Peter Altmaier, fedelissimo di Angela Merkel ha infatti presentato un piano strategico industriale che punta in modo esplicito sulla creazione di grandi campioni europei nei settori strategici dell’industria, in totale disaccordo con la linea Vestager, e in aperta sfida alla Cina di Xi Jinping.

Dopo che il governo di Pechino ha lanciato una sfida al mondo intero con un piano industriale proiettato nel futuro («Made in China 2025»), quello di Altmaier ha spinto lo sguardo un po’ più in avanti, tanto che il documento di 21 pagine si intitola «Strategia industriale 2030».

Le linee guida sono molto chiare: nella creazione di nuovi giganti industriali, in grado di fare fronte alla sfida cinese, il governo tedesco richiede in modo esplicito un maggiore intervento statale per soccorrere l’industria in determinati settori, sia in Germania che nel resto d’Europa. In buona sostanza, una linea statalista e protezionista, che ha scatenato un’immediata levata di scudi sui media tedeschi di ispirazione liberale, e perfino tra i consulenti più conosciuti dello stesso governo Merkel.

Valga per tutti il pollice verso di Clemens Fuest, che è uno dei «cinque saggi» della cancelliera, nonché presidente dell’Ifo, il centro studi più autorevole in Germania. A suo giudizio, il piano Altmaier «è simile a un’economia pianificata centralmente, e prefigura uno sconvolgimento radicale della politica economica tedesca. Temevamo che se la Gran Bretagna avesse lasciato l’Ue, la Germania sarebbe rimasta più isolata nel difendere il liberalismo contro le politiche anti-mercato.

Ma ora sembra che la Germania sarà il motore di tale ostilità al libero mercato». Un giudizio severo, che non stupisce in un paese dove da decenni si tessono le lodi dell’economia sociale di mercato. E il ministro Altmaier, forse in previsioni di una critica simile, aveva cercato di farsi scudo citando più volte, nella presentazione del piano, il nome di Ludwig Erhard, il padre dell’economia sociale di mercato. Ma Lars Feld non si è fatto incantare. E con un chiaro riferimento alla mancata fusione Siemens-Alstom, ha aggiunto: «Il piano è un attacco alla politica di concorrenza dell’Ue. Abbiamo permesso troppe fusioni, quindi è sbagliato cambiare le regole per fusioni ancora più grandi».

Ma Altmaier non ha fatto una piega e ha tirato dritto. Il suo piano prevede che lo Stato protegga le imprese nazionali dalle acquisizioni ostili anche con l’intervento statale, sia pure temporaneo, mirato a impedire lo shopping cinese. Non solo. Lo Stato, con una nuova politica fiscale, concederà un sostegno speciale ad alcuni settori particolari dell’industria, considerati strategici: automobili, ingegneria meccanica, dispositivi medici, tecnologie verdi, aerospaziale, difesa, con una attenzione massima per alcuni prodotti del futuro, come le batterie per auto elettriche, i prodotti chimici, le stampanti 3D e tutto ciò che può aiutare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, la ricerca dell’innovazione e la promozione della digitalizzazione della Germania.

Il piano Altmaier sollecita «un’analisi senza sconti» dei punti deboli tedeschi ed europei rispetto a Cina e Stati Uniti, e fissa come obiettivo «una maggiore partecipazione dell’industria al valore aggiunto nazionale dal 23 al 25% per la Germania e al 20% per l’Europa entro il 2030». Mete ambiziose, soprattutto quella per l’Europa, dove diversi paesi hanno attuato politiche di deindustrializzazione, rispetto alle quali «si deve tornare indietro».

In gioco, secondo il piano tedesco, «ci sono la tenuta stessa della società, la legittimazione della democrazia». Lo conferma il settore auto, dove la Germania garantisce un milione di posti di lavoro. Scrive Altmaier: «Se in futuro accadesse che le piattaforme informatiche per la guida autonoma con l’intelligenza artificiale provenissero dagli Usa, e le batterie dall’Asia, sarebbe inevitabile per la Germania e l’Europa perdere oltre il 50% della produzione di valore nel settore». Con la conseguente scomparsa di decine di migliaia di posti di lavoro.

Benché criticato da Fuest, dal partito liberale di Christian Lindner e dal quotidiano conservatore Frankfurter Allgemaine Zeitung, il piano di Altmaier ha raccolto immediati consensi da parte della Confindustria tedesca, oltre che da tutti i maggiori esponenti della Cdu, in testa Manfred Weber, candidato dalla Merkel come futuro presidente della Commissione Ue. Spiazzati invece i leader dei partiti di sinistra: in passato, la richiesta di maggiori interventi statali era la loro peculiarità. Ma ora si vedono scavalcati da un ministro di centrodestra, che con una certa disinvoltura prima cita il padre dell’economia sociale di mercato, e poi non fa mistero di volere più statalismo e protezionismo pur di creare nuovi giganti industriali, soprattutto made in Germany e in subordine europei, per stare nei prossimi decenni al passo con Cina e Stati Uniti.

Una sfida che in Germania riempie le pagine dei giornali e i tg, mentre in Italia, dove i giganti industriali sono spariti da tempo, la scena politica e mediatica è occupata da penose baruffe terzomondiste sul Tav Torino-Lione, sul no alle grandi opere e sul latte di pecora.

 

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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