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Come la Cina armeggia con la Marina per sorpassare gli Usa

di

Cina marina Gibuti

Accelera la corsa di Pechino per potenziare la sua Marina e contendere a Washington il primato nell’Asia Pacifico. Tutti i dettagli nell’articolo di  Marco Valerio Lo Prete per Public Policy

Nel pieno delle nuove tensioni tra Stati Uniti e Cina, esacerbate dalla pandemia da Coronavirus, il giornale inglese The Times ha pubblicato in esclusiva i contenuti di un rapporto del Pentagono che deve aver generato qualche inquietudine a Washington (e tra alcuni suoi Paesi alleati). “Gli Stati Uniti – scrive il Times – sarebbero sconfitti in una guerra navale con la Cina e farebbero fatica a fermare un’invasione di Taiwan, secondo una serie di ‘illuminanti’ simulazioni belliche condotte dal Pentagono”. “Fonti della difesa Usa hanno rivelato al Times che varie simulazioni di conflitto svolte dagli Stati Uniti hanno portato alla conclusione che le loro forze sarebbero sopraffatte dai cinesi – prosegue l’articolo – Una simulazione bellica, in particolare, si è focalizzata sul 2030, anno entro il quale una Marina cinese modernizzata potrebbe mettere in campo un ventaglio di nuovi sottomarini d’attacco, portaerei e cacciatorpediniere”. Gli scenari prefigurati dal Pentagono sembrano dunque confermare la rapidità con cui Pechino, negli ultimi tempi, ha accorciato la distanza che la separa da Washington sul fronte delle risorse navali, decisive per la supremazia nell’Asia Pacifico e non solo.

La rincorsa del colosso asiatico agli Stati Uniti, almeno simbolicamente, si può far cominciare nel 1998. Ventidue anni fa, infatti, una portaerei chiamata “Varyag” giaceva inutilizzata e arrugginita all’interno di un cantiere navale ucraino. Appena dieci anni prima era stata varata dall’esercito dell’Unione sovietica e battezzata “Riga”, ma la fine della Guerra Fredda ne aveva rapidamente ridotto l’appeal. Non agli occhi di un gruppo di imprenditori cinesi che, proprio nel 1998, decise di acquistare la nave per trasformarla in un casinò galleggiante da far attraccare a Macao. Dopo alcune peripezie – dovute anche al fatto che gli statunitensi non si fidavano troppo di quel gruppo di imprenditori e dunque ostacolarono il viaggio della ex portaerei – l’imponente nave arrivò a Dalian, città portuale dell’ex Impero di Mezzo. Lì fu prima riparata, poi decisamente ammodernata, infine testata, fino a tornare a solcare le onde del mare nel 2014 col nuovo nome di “Liaoning”. Invece che in un casinò galleggiante, però, nel frattempo “Liaoning” era stata trasformata nella prima portaerei della Marina militare cinese.

I MOTIVI DELLA CORSA CINESE AGLI ARMAMENTI NAVALI

L’episodio della “Liaoning” è soltanto una tappa del processo di intensa modernizzazione della marina militare cinese avvenuto negli ultimi 25 anni. Un processo che, al di là di ipotizzabili scenari futuri, già oggi è sicuramente sfociato in una situazione radicalmente nuova nello scacchiere internazionale. Come è scritto in un rapporto pubblicato lo scorso 21 maggio dal Centro studi del Congresso degli Stati Uniti, intitolato “China Naval Modernization: Implications for U.S. Navy Capabilities”, in questo momento “si ritiene che la Marina cinese rappresenti una sfida importante alla capacità della Marina statunitense di raggiungere e mantenere il controllo – durante una guerra – nell’alto mare dell’Oceano Pacifico occidentale; è la prima sfida di questo tipo che la Marina statunitense si trova a fronteggiare dalla fine della Guerra fredda. La Marina cinese costituisce un elemento chiave della sfida che Pechino muove allo status di lunga data degli Stati Uniti come principale potenza militare nel Pacifico occidentale”. Nello stesso studio del Congresso, sono sintetizzati i molteplici obiettivi che hanno spinto la Cina a rafforzare la sua Marina. Tali obiettivi possono essere perseguiti solo distanziandosi progressivamente dalla terraferma, come se la strategia cinese fosse raffigurata da immaginari cerchi concentrici sempre più grandi. Innanzitutto Pechino vuole avere la capacità di gestire e risolvere a suo favore una eventuale crisi militare che riguardasse l’isola di Taiwan. Inoltre desidera un controllo maggiore sul Mar Cinese Meridionale; in questo modo, tra l’altro, la Repubblica Popolare potrebbe far rispettare la propria idea per cui soltanto a lei spetterebbe il diritto di regolare le attività militari all’interno della sua Zona Economica Esclusiva. Allontanandosi ancora dalla terraferma, una forza navale è necessaria per difendere le rotte commerciali marittime, in particolare quelle che legano il colosso asiatico al Golfo Persico (da cui arriva la maggior parte del petrolio acquistato dal primo importatore mondiale di oro nero). Infine, con una capacità offensiva crescente anche sui mari, Pechino può puntare a “rimpiazzare l’influenza degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale”, scrivono gli analisti del Congresso americano, candidandosi a “prima potenza regionale e a importante potenza globale”.

Essere in grado di competere con gli Stati Uniti, dunque, è un obiettivo di lungo termine ma anche una delle cause scatenanti della rincorsa militare cinese. Non è un caso che sempre 22 anni fa, proprio quando la portaerei ucraina “Varyag” iniziava il suo lungo viaggio per trasformarsi poi nella cinese “Liaoning”, l’Amministrazione Clinton inviò una portaerei – con relativo gruppo da battaglia e alcuni mezzi anfibi – nello stretto di Taiwan per dimostrare la ferma volontà di difendere l’isola da una possibile invasione cinese. “In quel momento, non c’era nulla che la Cina potesse fare. Fu quell’umiliazione – ha scritto Phillip Orchard, analista di Geopolitical Futures, sulla rivista Limes – che spinse l’Impero del Centro a intraprendere un progetto di lungo termine per ridurre il divario con la superpotenza in termini di forza navale”.

LA FLOTTA MILITARE CINESE HA GIA’ SORPASSATO QUELLA AMERICANA?

La parte più estesa del citato studio del Congresso è una dettagliata analisi dei progressi della capacità militare cinese, con dati e numeri in abbondanza su missili balistici anti-navi, missili da crociera, sottomarini, portaerei (dopo la “Liaoning”, proprio in questi giorni sono cominciati gli ultimi test in acqua per gli armamenti della “Shandong”, la prima portaerei completamente “made in China”) e così via. Nelle conclusioni del rapporto si tentano anche alcuni raffronti tra le forze cinesi e americane in campo, o meglio in mare. Esercizio nient’affatto semplice, considerato pure che Pechino non rende sempre noti – a differenza di Washington – i suoi piani di produzione di nuovi armamenti. Restringendo il campo d’osservazione ad alcune principali categorie di mezzi navali che possono effettivamente prendere parte a un combattimento, per esempio, emerge che proprio sul finire del quinquennio 2015-2020 la Cina ha segnato un primo sorpasso ai danni degli Stati Uniti: tra sottomarini con missili balistici, sottomarini nucleari e diesel, portaerei, cacciatorpediniere, fregate e corvette, la Repubblica popolare attualmente ha 360 mezzi a disposizione a fronte dei circa 300 a stelle e strisce. Nel 2000, cioè vent’anni fa, lo stesso rapporto era di 110 mezzi navali cinesi per 318 mezzi navali americani.

Quantità non è quasi mai sinonimo di qualità, tantomeno nel campo degli armamenti, avvertono gli autori dello studio. E oltre ai diversi livelli di sofisticatezza tecnologica, per il momento squilibrati a favore di Washington, occorre pure tenere conto della diversa composizione delle due Marine: quella statunitense, per esempio, ha molte più portaerei e molti più sottomarini a propulsione nucleare rispetto alla Marina del Paese asiatico. “Tuttavia – si legge nelle conclusioni del rapporto – un esame delle tendenze dei rispettivi numeri dei mezzi navali nel corso del tempo può fare un po’ di luce su come potrebbe cambiare col passare degli anni l’equilibrio tra capacità navali americane e cinesi”. E la tendenza, da questo punto di vista, è quella di una netta accelerazione della capacità navale cinese e di una riduzione della distanza che separa Pechino da Washington.

LA RILEVANZA DELLA GEOGRAFIA (E DELLE ALLEANZE)

In ogni modo tra i tanti fattori da considerare, e ai quali in questa sede si è potuto soltanto accennare, un’attenzione particolare va dedicata alla componente geografica della sfida in corso. Da una parte essa potrebbe avvantaggiare Pechino nell’eventualità di un conflitto, come ha scritto Orchard: “Anche se la nave da guerra media americana rimane superiore alla sua controparte cinese, Pechino dispone di un vantaggio strategico sul rivale. La Cina giocherebbe infatti in casa un eventuale conflitto con la superpotenza, circostanza che le permetterebbe di strutturare le sue difese in modo da compensare le debolezze e amplificare i punti di forza” (“Gli Stati Uniti restano padroni dei mari. Per il momento”, Limes, n.7/2019).

Allo stato attuale, però, la geografia – in tandem con l’equilibrio di alleanze nell’area – sembra ancora al fianco degli Stati Uniti. Il 40% del commercio cinese passa per il Mar Cinese Meridionale e il 43% del cibo importato da Pechino deve attraversare lo Stretto di Malacca. E la Cina, per tenere “aperte” queste rotte è costretta a confrontarsi continuamente con Paesi alleati degli Stati Uniti. Per l’accesso cinese all’oceano aperto, vale un discorso simile: “È qui che gli alleati degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale e nell’Oceano indiano rientrano nella grande strategia di Washington per il Pacifico – scrive Xander Snyder, anche lui analista di Geopolitical Futures – Nonostante l’America disponga della Marina più forte, che potrebbe potenzialmente impiegare per aumentare la pressione sugli stretti colli di bottiglia attraverso cui transita il commercio, l’utilizzo più efficace della sua flotta è a supporto degli alleati regionali. Attori con già una presenza militare nell’area e interessi regionali che si trovano a dover difendere. Giappone, Australia e India sono i soggetti chiave di questa strategia” (“L’ineguagliabile centralità del Pacifico per l’America”, Limes, n.7/2019).

Per questo motivo, nel rapporto del Congresso dedicato alla modernizzazione delle forze navali cinesi, si sottolineano “gli sforzi della U.S. Navy di incrementare la cooperazione” con le forze navali di Paesi alleati. L’obiettivo adesso è passare dai vecchi accordi “bilaterali” a più funzionali intese “trilaterali” (Stati Uniti-Giappone-Australia, Stati Uniti-Australia-India) o addirittura “quadrilaterali” (Stati Uniti-Giappone-Australia-India), cioè assetti nuovi che “potrebbero sostenere il progetto complessivo di sicurezza e politica estera dell’Amministrazione Trump per la regione dell’Indo-Pacifico, chiamato ‘Free and Open Indo-Pacific’”, in italiano la “Strategia per un Indo-Pacifico libero e aperto”.

(Articolo pubblicato su PublicPolicy)

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