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Come il Canada punta a guidare la Quarta Rivoluzione agricola

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Canada

L’approfondimento di Gian Marco Litrico, ex dirigente d’azienda, blogger su emigrantepercaso.com, vive in Canada da anni

Non è una distopia malthusiana, ma un fatto che accadrà nel 2050, entro un lasso di tempo più o meno equivalente a quello necessario ai vostri figli per rendervi nonni, o a almeno a finire l’Università: il pianeta Terra avrà dieci miliardi di bocche da sfamare e l’agricoltura sarà in mano ai robot.

McKinsey, che ha fatto i conti, sostiene che il mercato dell’agricoltura robotica è in marcia dal miliardo di dollari del 2014 ai 14-18 miliardi del 2020.

Cambiamento climatico o asteroide vagante permettendo, s’intende.

La Quarta Rivoluzione agricola, una bacchetta magica dove Big Data, IoT e imaging satellitare sono più determinanti del lavoro manuale e dove la fattoria di famiglia è rimpiazzata da una unità produttiva intelligente, è iniziata da un quinquennio e Deloitte elenca una decina di fattori che spingono questa transizione.

Ne fanno parte non solo l’incremento della popolazione e del fabbisogno alimentare, ma anche i nuovi trend nell’industria del food, come la ricerca continua della sostenibilità, incarnata anche a Wall Street dalla febbre per l’hamburger vegano e i prodotti sostitutivi del latte.
Senza dimenticare la produzione di bioenergia, la coltivazione indoor o la riduzione degli sprechi, che ancora oggi raggiungono il 33% della produzione iniziale.

Per il Center for Disease Control and Prevention, negli Usa, la robotizzazione dell’agricoltura servirà a ridurre anche l’incidenza degli infortuni sul lavoro in uno dei settori produttivi più pericolosi.

Ma è l’agricoltura stessa ad aver bisogno di più tecnologia per uscire dal labirinto in cui si trova. Scelta delle sementi, trattamento del suolo, fertilizzanti, pesticidi, immagazzinamento, trasporto, servizi finanziari e assicurativi, previsioni metereologiche, protezione dagli agenti atmosferici, macchinari per l’aratura e il raccolto, rapporti con regolatori e organizzazioni non governative: la lista potrebbe continuare.

Fatta questa premessa, uno studio di Royal Bank of Canada, appena pubblicato, ipotizza che il Paese della Foglia d’Acero possa prendere la leadership mondiale di questa nuova fase.

Un obiettivo ambizioso che il governo canadese quantifica in 75 miliardi di dollari di esportazioni nel settore agrifood a partire dal 2025, col risultato di eclissare il giro d’affari dell’industria aeronautica e quella dell’assemblaggio automobilistico.

Con una quota mondiale di investimenti in agri-tech pari al 3,4%, alle spalle di paesi come Usa, Cina, India e Brasile, il Canada ha in agenda il miglioramento dell’incremento annuale di produttività del settore agricolo dall’1,8% al 3% entro i prossimi 10 anni.

Obiettivi ambiziosi, si è detto, per un Paese che però dispone di tutto quello che serve per raggiungerli: la terra, l’acqua, le risorse umane qualificate e l’accesso ai mercati.

Si tratta di un effetto forse inatteso dell’Antropocene, ma uno studio della Nasa, pubblicato nel 2019 su Nature Sustainability, ha scoperto che l’aumento delle temperature e della CO2 (che per le piante è nutrimento) hanno reso il pianeta più verde negli ultimi 20 anni di una superficie più o meno equivalente a quella dell’Amazzonia.

Di più, il verde del pianeta aumenterà del 2% per decennio, e ad un tasso maggiore per i paesi a latitudini più elevate.

Presto per stappare lo champagne, perché il fenomeno è disomogeneo e ci sono aree che si sono invece inaridite, ma la terra arabile in Canada dovrebbe aumentare del 30% entro il 2050, con un conseguente aumento del 50% della produzione agricola. Questo mentre nel resto del mondo la perdita di terreno arabile procapite, secondo Deloitte, arriverà nel 2030 al 20% di quella disponibile nel 2000.

Anche l’acqua non sarà un problema, visto che il Canada dispone, con meno dell’1% della popolazione mondiale, del 9% dell’oro blu rinnovabile del Pianeta.

Più critico potrebbe essere il dato della forza-lavoro. Negli ultimi 20 anni, è calata nell’agricoltura del 30%, mentre un altro 37% è prossimo alla pensione: lo shortage entro i prossimi 10 anni dovrebbe superare le 120 mila unità.

Un divario tra domanda e offerta impossibile da colmare nonostante l’iscrizione ai programmi formativi postsecondari nell’agricoltura, tra i migliori al mondo, sia aumentata del 29% nell’ultimo decennio.

Insomma, da un lato, l’automazione, ma anche una maggior apertura verso l’immigrazione, sono scelte obbligate per il paese della Foglia d’Acero. Dall’altro, i giovani canadesi stanno prendendo in considerazione di lavorare nell’agricoltura, ma in posizioni – data scientist, esperti di genomica e controllo qualità, consulenti alla produzione – che poco o nulla hanno a che fare con l’agricoltura tradizionale.

Quella, per intenderci, che dominava le immagini pubblicitarie con cui il Canada cercava di reclutare agricoltori dal resto del mondo negli anni ’30 del secolo scorso: campi di grano dorato sotto un cielo blu dove i coltivatori erano alti e belli come divi di Hollywood, con gli stivali ai piedi, uno Stetson in testa e la camicia aperta sul petto. Ne servivano 100mila per dissodare le Grandi Praterie del Canada Centrale, ne arrivò più di un milione.

Per questo, l’agricoltura 4.0 diventa sempre più strategica per il Paese. La capacità di mappatura del terreno e l’avanzamento della tecnologia dei sensori offre la possibilità di seguire l’andamento della crescita della coltivazione quasi al livello della singola pianta, mentre l’interconnessione tra le macchine, che dialogano in tempo reale, facilita e coordina tutte le fasi del processo.

Si chiama “agricoltura di precisione”, ma c’è già chi parla di agricoltura “predittiva”, un modello dove la gestione via tablet del campo coltivato si basa su dati scambiati attraverso la cloud con l’esperto agronomo per consentire scelte intelligenti, sostenibili e profittevoli all’agricoltore.

Sempre in Canada sono state sviluppate applicazioni come AgOpenGPS, un software scaricato in migliaia di copie nel mondo che permette di controllare dal proprio cellulare trattori a guida autonoma. Macchine per la mungitura automatica, droni per l’irrigazione e applicazioni per diminuire la quantità di fertilizzanti sono già in uso, sia pure con un diverso grado di successo.

Resta da colmare il gap culturale che separa gli agricoltori, abituati a possedere le macchine che usano e a ripararle da soli, e le aziende manifatturiere, che vogliono la manutenzione in esclusiva dei loro macchinari e considerano coperti da proprietà intellettuale i pacchetti informatici che ne sono il cuore.

Un modello costoso perché richiede abbonamenti annuali e integrazioni e aggiornamenti continui. Per non parlare delle royaltes pagate sulle sementi che l’agricoltore acquista, remunerando i costi di ricerca e sviluppo per aumentare produttività e sostenibilità.

Infine, l’elemento dell’accesso ai mercati perché l’agricoltura 4.0 non fa venir meno le barriere politiche che impediscono di portare i surplus produttivi nei mercati dove la crescita demografica è maggiore. Un percorso a due vie, se si guarda agli effetti della guerra dei dazi tra l’America di Trump e la Cina: in 12 mesi l’export di grano del Canada verso la Cina è raddoppiato, mentre continua la disputa diplomatica innescata dal caso Huawey e che ha portato ad un semi-embargo sull’olio di colza canadese, usato come biocarburante e di cui la Cina era il primo importatore.

I robot nei campi, dunque, ma anche pochi consigli di amministrazione potenti come governi. Le Big 6 dell’agricoltura mondiale vengono da un 2018 di consolidamento e fusioni che ha mosso investimenti per 200 miliardi di dollari. Ma ci sono tutti i segnali che potrebbero spingere le tedesche Basf e Bayer/Monsanto, l’olandese CNH, le americane Dow/Dupont e Nutrien e la ormai cinese Syngenta a diventare Big Three, con Amazon, Google e Facebook impegnate a fare la loro parte per sfamare quei dieci miliardi di bocche.

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