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Come funzionava la rete di potere di Epstein

Ogni nuovo sviluppo sembra rendere più complessa la lettura di una storia che non è solo di abusi e complicità ma rivela il meccanismo perverso di funzionamento delle élite. Estratto di un articolo di Stefano Feltri per Appunti.

C’è una questione rilevante all’interno della più grande questione del caso Epstein che riguarda il giornalismo. La gestione degli Epstein files, oltre 3,5 milioni di documenti pubblicati dal dipartimento di Giustizia, sta dimostrando il potenziale e il limite del giornalismo tradizionale nell’età dei social media e dell’intelligenza artificiale.

E ci offre alcune indicazioni utili su cosa possa essere la verità in questa epoca dove l’eccesso di informazione sembra rendere tutto più confuso.

Negli anni scorsi il giornalismo tradizionale ha fatto molto, soprattutto fuori dagli Stati Uniti: la caduta dell’ex principe Andrew in Gran Bretagna è diventata irreversibile con l’intervista alla BBC del 2019, nella quale ha negato l’evidenza a proposito dei suoi lunghi rapporti con il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein morto pochi mesi prima.

Ha persino negato di aver mai incontrato Virginia Giuffre, la donna che lo ha accusato di abusi, anche se una foto li ritrae insieme. Lei ha ricostruito anche i dettagli dei loro incontri, come il fatto che lui sudasse molto, l’allora principe ha detto di avere una particolare malattia che gli impediva di sudare.

Nel 2022, l’ex principe ha chiuso una causa civile con un risarcimento ma senza ammissioni di colpevolezza.

Virginia Giuffre è morta suicida nell’aprile 2025 e non può vedere così quello che aveva sempre desiderato: che i suoi abusatori rispondessero delle loro azioni.

Andrew Mountbatten Windsor, ormai non più principe, è stato arrestato per sospetti su condotte illecite nell’esercizio delle sue funzioni, quando rappresentava il Regno Unito all’estero, soprattutto per aver condiviso informazioni riservate riguardo i suoi viaggi con Epstein. Vedremo i dettagli.

Seguire la cronaca del caso Epstein è un conto, maneggiare i documenti è un altro e per i giornalisti ha delle complessità inedite.

Il 9 febbraio il dipartimento di Giustizia americano ha pubblicato, come richiesto dal Congresso con una legge, molti documenti fino ad allora inaccessibili connessi al caso Epstein.

Scambi di mail, foto, video, verbali di perquisizioni, appunti manoscritti: tutte cose afferenti in qualche modo ai casi che coinvolgevano il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, in particolare nell’ultima inchiesta, quella a New York per la quale era finito in carcere nell’agosto 2019 e lì era morto, all’apparenza suicida, il 10 agosto 2019.

Il modo in cui sono stati pubblicati i file ha sollevato molte critiche e molti sospetti: una volta Steve Bannon, consigliere di Donald Trump e frequentatore di Epstein, usava l’espressione “flood the zone with shit”: inondare l’area di merda, per indicare il modo di mandare in confusione i media.

Basta sommergerli ogni giorno di polemiche, falsità, spunti di indignazione, in modo che tutta l’energia venga assorbita dalla reazione alle provocazioni e non resti tempo e testa per occuparsi delle cose serie.

Anche il dipartimento di Giustizia ha inondato l’area: ci sarebbero stati mille modi per pubblicare quei documenti e rispettare lo spirito della legge, non soltanto la forma. Ma l’amministrazione Trump ha scelto l’approccio Bannon: rovesciare sul web una quantità ingestibile di carte alla rinfusa, peraltro con troppi nomi di vittime lasciati visibili e troppi nomi di possibili complici del finanziere pedofilo oscurati, in violazione della legge.

Come maneggiare così tanto materiale? Come verificare in tempo utile sospetti, tracce, piste di approfondimento mentre intorno sui social media chiunque si improvvisa fact checker e annuncia scoop e rivelazioni, magari poi condensati in un carosello Instagram o in un video su TikTok che rimbalza ovunque come se fosse verità indiscutibile?

Molti dei documenti pubblicati, poi, sembravano contraddire la lettura del caso Epstein che molti media affermati avevano dato: il New York Times, per esempio, aveva pubblicato da poco una lunghissima inchiesta per ricostruire l’origine misteriosa della fortuna di Epstein.

La sintesi era che Epstein era sicuramente un truffatore, che aveva frodato per anni quasi tutti quelli che gli avevano affidato soldi da gestire, ma non c’erano elementi per sostenere che fosse parte di una cospirazione più ampia, o legato in qualche modo ai servizi segreti, e che i suoi crimini sessuali fossero connessi a ricatti.

Poi escono gli Epstein Files e questa narrazione vacilla: ci sono prove di contatti e affari per esempio con Jes Saley, ex capo di Barclays Bank, e con altri finanzieri che indicano un’attività più sofisticata. E poi ci sono scambi con l’ex ministro della israeliano Difesa Ehud Barak con riferimenti al possibile ruolo di Epstein nel Mossad, il servizio segreto israeliano, e non mancano molti rapporti sospetti con Mosca.

In più, tra i file pubblicati, ci sono vari video che – pur non datati o riconoscibili – fanno pensare che almeno alcune delle attività di Epstein nelle sue varie case tra Palm Beach, New York e i Caraibi fossero riprese e archiviate.

Netflix aveva diffuso già nel 2020 una serie molto ben fatta sul caso Epstein, Filthy Rich, che in italiano viene presentata con il sottotitolo “soldi, sesso e perversione”.

Ma anche quella serie oggi risulta datata: si concentra su un solo aspetto della vicenda, cioè Epstein come abusatore seriale impunito, che nel 2007-2008 riesce a ottenere un incredibile patteggiamento in Florida che copre i suoi crimini passati e anche tutti i potenziali complici, una specie di amnistia, più che una pena concordata.

La serie Netflix dà voce alle vittime, ricostruisce lo schema piramidale di abuso, nel quale una ragazza abusata veniva poi spinta a portarne altre nelle case del finanziere pedofilo, ma non tocca il sistema di potere, non suggerisce neppure la centralità di Epstein nella rete di connessioni di una élite globale, non soltanto americana e non soltanto legata a Donald Trump.

Dopo la difficoltà iniziale, il giornalismo si è adattato alla sfida degli Epstein Files, usando il potenziale che offre l’intelligenza artificiale. L’Economist, con il suo team di data journalist, per esempio, è riuscito a classificare gli scambi di Epstein, per capire con chi interagiva di più.

Hanno analizzato con un Large Language Model oltre 442 mila email, hanno scoperto che il grosso sono contatti con lo staff che lavorava per il finanziere, quindi scambi su logistica, appuntamenti, voli, e già il fatto che ci sia così tanto materiale di scarso interesse a confondere le ricerche conferma che il dipartimento di Giustizia non era interessato a far emergere i fatti rilevanti.

Dall’analisi dei 500 contatti più frequenti fatta dall’Economist, si capisce che la percezione generale di Epstein è un po’ sfasata: finanza e accademia sono i due gruppi di maggior rilievo tra le sue mail, oltre a mondo tech e grandi studi di avvocati. La politica è quasi residuale.

Insomma, Jeffrey Epstein non era soltanto un pedofilo con amici politici potenti che gli hanno garantito una sostanziale immunità – come sembra dalla serie Netflix Filthy Rich – bensì un intermediario di relazioni dalle quali moltissimi guadagnavano cifre rilevanti o ottenevano importanti vantaggi di carriera.

Certo, tutti sapevano di interagire con un pedofilo seriale e con un essere umano dai tratti diabolici, lo sapevano anche quelli che hanno negato, ma pensavano di avere qualche vantaggio tale da soprassedere. Qualcuno sicuramente condivideva gusti e perversioni di Epstein, ma sembrano una minoranza rispetto a quelli che avevano ben chiaro che personaggio fosse ma erano completamente indifferenti.

Il New York Times, forse per emendare gli errori di valutazione dell’enormità della vicenda Epstein in passato, ha portato spunti utili di riflessione su questo.

Nel suo podcast, Ezra Klein ha intervistato Anand Giridharadas, un giornalista e scrittore che ha indagato i meccanismi profondi del potere americano e delle sue élite nel suo libro del 2018 Winners Take All: The Elite Charade of Changing the World.

Giridharadas suggerisce questa sintesi del caso Epstein:

Sta mostrando come queste élite prendono decisioni sulla fiducia, decisioni che — a mio avviso — sono molto diverse dal modo in cui le persone comuni affrontano il mondo e giudicano gli altri. Le persone comuni tendono a formulare giudizi di carattere: valutano quanto qualcuno sia stato onesto e dunque quanto probabilmente lo sarà in futuro.

Questi miliardari, queste super-élite, questi super-avvocati operano secondo un sistema completamente diverso. Il loro sistema riguarda quanto sei carico di connessioni all’interno di una rete, quanto è alto il tuo “titolo” in quella rete in un dato momento.

Quello che Epstein ha capito è stato come sfruttare questo meccanismo. Ha individuato la vulnerabilità dell’intera rete: il fatto che queste persone, in realtà, non prendono così sul serio il carattere. Anzi, per alcuni di loro il carattere può essere un ostacolo, una fonte inutile di attrito.

Queste persone non sono davvero ancorate alle prove di come qualcuno abbia vissuto la propria vita. Formulano giudizi estremamente superficiali, basati su quanto sei centrale nelle loro stesse reti.

Il caso più evidente di questo approccio transazionale, per usare il termine caro a Donald Trump, è quello di Kathy Ruemmler: avvocato di successo, già consigliere dell’amministrazione Obama, certo non aveva bisogno di Epstein per fare carriera eppure si appoggia a lui. Accetta i suoi regali, per essere all’altezza degli standard di un mondo nel quale persino lei si sentiva inadeguata in termini di status.

Ruemmler si è dovuta dimettere dal general counsel di Goldman Sachs, cioè da capo dell’ufficio legale della più importante banca d’affari al mondo. E parte del merito è certo del Financial Times, giornale che fin da subito si è concentrato sull’impatto del caso Epstein sul mondo della finanza, dove continuano a cadere teste: l’ultimo che si è dovuto dimettere è il presidente del gruppo alberghiero Hyatt, Tom Pritzker, uno dei contatti più frequenti di Epstein.

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