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Come Europarlamento, Consiglio e Commissione abbozzano l’agenda del dopo Brexit

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Il Punto di Enrico Martial, esperto di questioni europee, su come le istituzioni europee affronteranno il dossier post Brexit


Il 31 gennaio, il giorno della Brexit, i presidenti delle tre istituzioni europee hanno tenuto una conferenza stampa a Bruxelles per raccontare che erano stati il giorno prima nel piccolo comune di Bazoches, in Francia, nella casa che fu di Jean Monnet.

Con tutto quello che c’è da fare, Ursula von der Leyen per la Commissione, David Sassoli per il Parlamento europeo e Charles Michel per il Consiglio europeo si sono sobbarcati un viaggio da 350 chilometri. Vi si leggono ragioni simboliche, politiche e organizzative.

Proprio mentre il Regno Unito lasciava l’Unione, ritrovarsi nella casa di uno dei padri fondatori – forse il più importante – è stata un’operazione di comunicazione (politica), come per dire che vi sono radici, forza e continuità del progetto europeo. La trovata di andare a Bazoches portava nel racconto cose semplici e concrete, come il piccolo comune francese, la casa relativamente modesta di Monnet insieme alla portata del progetto di allora e di oggi. Bazoches significava anche centralità e appartenenza di tutti i territori, rispetto al mito negativo di Bruxelles che si ascolta nelle narrazioni anti-europee.

La comunicazione voleva mostrare una forza (tranquilla) dell’Europa nel momento in cui uno Stato lascia l’Unione: niente lamenti, niente voci grosse, grande serenità di tre persone fisiche e politiche. Si è trattato d’altra parte di una riunione operativa, dei capi delle tre istituzioni, come per dire che si va avanti. Tra l’altro, dal referendum britannico del 23 giugno 2016, il Consiglio si è spesso riunito in formazione a 27 membri (il cosiddetto art.50), dando prova di buon funzionamento.

Accompagnati dagli staff rispettivi, i tre presidenti hanno parlato di futuro prossimo, cioè di Green Deal, di bilancio pluriennale, di Conferenza sull’Europa. Se davanti ai giornalisti i tre presidenti hanno dovuto esprimersi anzitutto sulla Brexit (nella sala sedeva anche Michel Barnier, negoziatore dell’uscita e del nuovo accordo), sono emersi comunque i punti su cui hanno lavorato.

Bisogna far girare come un orologio un processo decisionale e un’agenda piuttosto carichi. Il 20 febbraio il Consiglio europeo dovrebbe arrivare a una decisione sul quadro finanziario pluriennale (tra l’altro i soldi per Green Deal, digitale e innovazione, coesione e PAC), passando da dibattiti informali (i Paesi della coesione si ritrovano il 1° febbraio a Lisbona) a procedimenti politici, nella Commissione e al Parlamento europeo.

Il Green Deal, lo strumento di transizione sul carbone (Just Transition Mechanism, che riguarda in particolare la questione della Polonia) vanno incardinati in modo che le tre istituzioni procedano coordinate e senza intoppi. La stessa Conferenza sul futuro dell’Europa dovrà iniziare il 9 maggio prossimo.

La Dichiarazione di avvio sarà prodotta dalle tre istituzioni congiuntamente. È un punto su cui prestare attenzione, perché conferma un nuovo passo di consolidamento dell’Unione.

Il cambio è evidente rispetto la Dichiarazione di Laeken del 15 dicembre 2001, quando fu costituita la Convenzione europea. L’origine allora fu intergovernativa, dai Capi di stato e di governo. In conferenza stampa, su domanda del corrispondente londinese del Times, proprio da quel modello sono state prese le distanze: si parte dalle istituzioni comuni, mettendo al centro i cittadini. Per quanto il formato della Conferenza sia ancora da disegnare, è chiaro che ognuno dirà la sua, all’interno di un dibattito che si vuole più territoriale, più diffuso e coinvolgente. Sullo sfondo, l’esito atteso sono atti di indirizzo, con riflessi giuridici e operativi.

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