Mondo

Come e perché Salvini su Draghi ha spiazzato il Pd

di

Macaluso

Tutte le ultime mosse della Lega di Matteo Salvini

 

Ed ora certo mainstream sembra scoprire come d’improvviso il Matteo Salvini di governo. Passato di colpo dalla felpa di lotta al completo blu istituzionale con il quale ieri si è detto a disposizione di Mario Draghi, “senza veti”, ipotizzando, poiché “siamo come nel ’45” anche un governo “con chi mi ha mandato a processo per aver difeso i confini nazionali”. Che “sono quelli europei, perché l’Europa ci chiede di difenderli”.

Il “capitano” leghista, che fa calare la carta di un pre-si a Draghi, in nome soprattutto di quella politica di rilancio e sviluppo, di cui il suo partito è da sempre alfiere insieme con quella di riduzione della pressione fiscale, e che avrebbe trovato “sintonie” con il premier incaricato, stordisce il Pd e fa di colpo cambiare la narrazione sul suo personaggio.

Salvini sembra come liberarsi d’improvviso dall’immagine della citofonata a Bologna e da quella del tanto deriso Papeete in cui fu preso di mira persino suo figlio minorenne. Eppure è sempre lo stesso Salvini.

Chi lo conosce come cronista da una quindicina d’anni, seguendo la Lega Nord di Umberto Bossi e quella nazionale di oggi, a costo di beccarsi critiche e sfottò da colleghi del mainstream, ha cercato più volte di spiegare che le mosse di Salvini, leader movimentista anche molto sui generis nella Lega di ieri, dove da giornalista professionista e gran comunicatore ha lanciato Radio Padania, segue sempre una sua logica nelle sue imprevedibili e autonome mosse.

Da quando era il ragazzo di Via Bellerio che andava in giro per mercati con un’auto piena di secchi di colla, volantini, manifesti e si fece eleggere in consiglio comunale a Milano anche dai ragazzi bene di Via della Spiga, suscitandone la simpatia.

Imprevedibile anche nelle mosse più controverse come la celebre citofonata, non certo cosa in punta di diritto, di Bologna. Un’uscita non felicissima ma per smuovere, un po’ alla maniera del Bossi dei tempi d’oro, le acque nella palude del dramma della droga.

E lo stesso Papeete? Al di là della criminalizzata iconografia, come scrivemmo a ridosso di quel turbolento Ferragosto che fece cadere il Conte 1, Salvini era chiaro che volesse le elezioni. Ma probabilmente facendo cadere l’esecutivo giallo-verde o giallo-blu “sovranista” proprio in un momento inaspettato, mentre il parlamento aveva già “chiuso” per ferie estive, sfidò “Il generale agosto”, mettendo forse nel conto un piano b. E cioè che anche senza elezioni avrebbe comunque costretto i suoi avversari a metter su un governo così raccogliticcio che non sarebbe durato a lungo. Quelli non è erano ancora tempi di Covid.

Ma i fatti, a distanza neppure di due anni, ora gli hanno dato ragione. Non era certamente in punta di diritto la citofonata e non spiegò in modo molto felice quella richiesta di pieni poteri, alla quale lo stesso Matteo Renzi lo ha sempre inchiodato per giustificare il governo giallo-rosso messo su in quattro e quattrotto. Per “pieni poteri” in un comizio fatto a Pescara e non al Papeete Salvini intendeva la necessità di un maggiore potere decisionale delle istituzioni e del premier, materia di cui si dibatte da una trentina d’anni.

E comunque pochi giorni dopo Salvini venne nell’Umbria piccola ma significativa perché un vero ex fortino rosso da 60 anni, dove riuscì a stabilire un dialogo con fasce importanti di borghesia locale ma anche con il popolo dell’ex Pci che contribuì alla schiacciante vittoria della presidente leghista Donatella Tesei. La Lega con il centrodestra governa 16 Regioni su 20.

Ma non ha certo aiutato finora Salvini la collocazione in Europa con i nazionalisti di Marine Le Pen e la formazione estremista tedesca Afd. Tant’è che il numero due leghista Giancarlo Giorgetti ha più volte auspicato, anche pochi mesi fa a Catania, un avvicinamento nella Ue al Ppe, lo stesso Ppe “dove è anche Orban”, ha sottolineato Giorgetti, secondo il quale proprio perché l’Italia conti sempre di più “deve stare nelle stanze dove si decide a battere i pugni”.

Ieri dopo il colloquio con Draghi la parola “Europa” a proposito di necessità di proteggere i confini da un’immigrazione incontrollata, “come fanno Francia e Germania” , è comparsa più volte nelle parole di Salvini. Consigliato dallo stesso Giorgetti, dal fondatore del centrodestra Silvio Berlusconi? Alla fine probabilmente solo da se stesso. Di certo, è suffragato dai fatti quel Salvini che anche ieri ha orgogliosamente ribadito “la sintesi in Lega la faccio io”.

È cosa vera che lui ascolti molto le varie anime di un partito, da lui portato al “miracolo” di essere la prima forza politica nazionale (in base alle elezioni dopo le politiche e ai sondaggi), dove i bocconiani Giorgetti, Massimo Garavaglia, l’ingegner Dario Galli ex viceministro al Mise, ex presidente della Provincia di Varese, e i governatori Luca Zaia e Massimiliano Fedriga convivono con i cosiddetti “euroscettici” come gli economisti Alberto Bagnai, responsabile economia, e Claudio Borghi, ex presidente della commissione Bilancio di Montecitorio. Ma, come più volte nello stesso partito hanno sottolineato, lui alla fine decide sempre da solo. Una volta alla cronista un Giorgetti affettuosamente ironico e anche un po’ divertito disse: “Io gli parlo, lui ascolta molto e alla fine fa come gli pare….”.

Articoli correlati