Mondo

Come e perché la Lega di Salvini si avvicina a Draghi premier

di

Macaluso

Parole e mosse della Lega di Matteo Salvini in vista dell’incontro con il presidente del Consiglio incaricato, Mario Draghi

Matteo Salvini ribadisce che “la Lega quando decide va avanti come un sol uomo”. Comunque si pensi, è cosa certificata dai fatti di ieri e di oggi. La Lega a differenza dei Cinque Stelle è un vero partito, solidamente radicato nel territorio, dove convivono varie anime e sfumature, formatesi all’origine alla scuola pragmatica di lotta e di governo degli amministratori del Nord, ma alla fine è il segretario federale che tira le fila e fa la sintesi.

Dal fondatore, presidente a vita, della Lega Nord, Umberto Bossi – che, come hanno riportato le agenzie, avrebbe consigliato tramite alcuni parlamentari a “Matteo” di “veder bene le carte” – a Roberto Maroni a Salvini stesso, il leader che ha portato il Carroccio ad essere, dopo le politiche del 2018, alle altre consultazioni il primo partito.

Stando a letture di maniera, si potrebbe dire che abbia vinto la linea aperturista del Nord verso il governo Draghi rappresentata innanzitutto da due pesi massimi come il vicesegretario, numero due, Giancarlo Giorgetti, da sempre “in sintonia”, sul piano dei rapporti personali, come dice lui stesso all’Agi di Mario Sechi, con l’ex presidente della Bce, e il governatore superplebiscitato Luca Zaia. Che certamente hanno avuto un loro importante peso.

Ma non si può neppure esemplificare parlando di sconfitta dell’area bollata all’esterno come quella dei “no-euro” del responsabile economico Alberto Bagnai, dell’economista, ex presidente della commissione Bilancio di Montecitorio Claudio Borghi. Lo stesso Borghi che incrociando la cronista le dice: “Ci riconosciamo tutti nella linea tracciata da Matteo. Che pone innanzitutto un taglio delle tasse, l’opposto della patrimoniale che rilancia Grillo”.

Salvini, che, accompagnato dallo stesso Giorgetti il quale definisce Draghi “un fuoriclasse come Ronaldo”, andrà domani a incontrare il premier incaricato, pone infatti un netta alternativa tra lui e Grillo, non tra due leader, ma tra due visioni opposte. Fino a determinare da parte della Lega nazionale la crisi del Conte /1.

Con le sue parole il leader leghista sembra spiazzare un Pd come stordito, di fronte a un “set” completamente cambiato, con l’arrivo di Draghi e con quel suo ampio mandato unitario senza connotazione politica affidatogli dal Colle.

Dice Salvini, cercando di interpretare sempre più il ruolo di governo che la Lega con il centrodestra già ha nella ampia maggioranza di tutte le regioni italiane, dove in molte è lo stesso traino della coalizione, che lui all’interesse del suo stesso partito e alla compattezza del centrodestra preferisce la salvezza del Paese: “Se guardassi all’interesse di partito, starei fuori a guardare quel che succede e a dire che è colpa di Conte o di Renzi”.

E qui sembra dare una frecciata a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che ha già detto che non voterà la fiducia a Draghi, pur riservandosi di valutare i singoli provvedimenti. Ma Salvini sembra invece andare verso un sì seppur molto condizionato in cui, al di là del merito delle richieste opposte a quelle della decrescita di Grillo sulle quali cadde il Conte/1, sembra soprattutto smarcarsi dallo schema in cui rischiava di restare stretto dalla agguerrita competizione di Meloni.

Si smarca dalla contesa interna al centrodestra osservando appunto: “L’interesse del Paese viene prima di quello del mio partito”. È un Salvini che non risparmia anche qualche frecciata all’anima “supergovernista” di Forza Italia, la quale, prima ancora che lo stesso Silvio Berlusconi avesse fatto una nota ufficiale di endorsement a Draghi, seppur a determinate condizioni, l’altro ieri già si era espressa per un sì.

La frecciata di Salvini (“Noi non abbiamo correnti, correntine, ripensamenti o ripensati”) sembra diretta a questa parte più che allo stesso Cav che oggi, per rispetto dell’uomo proprio da lui indicato come numero uno di Francoforte, “superando le resistenze di alcuni partner europei”, verrà, secondo il programma confermato fino a ieri sera, dalla Provenza di persona a Montecitorio. Dove è annunciato che guiderà la delegazione della sua Forza Italia alle consultazioni di quel “fuoriclasse alla Ronaldo”, concetto sul quale Giorgetti dice all’Agi di non aver dovuto convincere Salvini.

Con il “capitano” “il Gianca”, come lo chiamano da sempre in Lega, per la quale è responsabile del dicastero Esteri, si intrattiene per una rilassante pausa a tu per tu, dopo la riunione della segreteria leghista a Montecitorio, al Caffè Giolitti. Dove poi si aggiunge a loro due un altro vicesegretario, il veneto Lorenzo Fontana.

Salvini “ha fatto come si usa da noi la sintesi, quella che spetta solo al segretario”, dice un altro big del partito. Dove si sarebbe detto nel vertice di ieri che “è più difficile motivare di fronte ai nostri elettori un no che un si a Draghi”. Quel si, che, come Startmag.it ha ieri ipotizzato, potrebbe essere dato a condizione non solo innanzitutto dei contenuti, alternativi a quelli di Grillo e della inipotizzabile dagli stessi fatti riedizione della ex maggioranza giallo-rossa nella squadra, ma anche dalla richiesta di elezioni. Almeno tra un anno dopo l’elezione del Capo dello Stato, incarico magari ricoperto dallo stesso Draghi, una scelta sulla quale la Lega e naturalmente lo stesso Berlusconi potrebbero avere a quel punto un ruolo determinante? Una ipotesi che non potrebbe mai essere formalizzata, per evidenti ragioni di diplomazia, ma che corre sotto traccia nelle trattative di questi giorni in cui, dopo che Matteo Renzi ha fatto saltare il banco di un Conte ter, è stato fatto reset alla politica dell’era Conte/2.

Se Renzi lo ha ha fatto saltare, anche il tanto deriso Papeete, che fece cadere il Conte /1 sul no grillino alla Tav e al blocco delle opere pubbliche, sembra prendersi la sua rivincita. Non era evidentemente una questione di mojito.

Intanto, oggi lunga e cordiale telefonata a Draghi di Berlusconi che “con rammarico” non potrà essere a Roma per guidare la delegazione di FI alle consultazioni. Al suo posto Antonio Tajani.

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