Mondo

Come e perché i Tories si sono divisi sull’Europa

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L’analisi di Daniele Meloni

L’11 dicembre sarà il giorno della verità alla Camera dei Comuni. Non solo per Theresa May, che rischia di vedere il suo Brexit Deal andare in frantumi, ma anche per le due ali del partito Conservatore – quella filoeuropea e quella antieuropea – che, dopo tanti anni sono al redde rationem.

HEATH E MACMILLAN

Eppure questo showdown sull’Europa non nasce con il voto sulla Brexit, che è, in realtà, una conseguenza di umori, posizioni e lotte fratricide in corso ancor prima che il Regno Unito mettesse piede nell’esclusivo club di Bruxelles nel 1973. Fu proprio un Tory, Ted Heath, il premier che condusse gli inglesi nell’allora CEE, dopo che il suo predecessore alla guida del partito e del paese, Harold MacMillan, fallì nell’impresa di ottenere il fatidico oui dal Generale De Gaulle.

THATCHER E HESELTINE

Ma fu soltanto durante i mandati di Margaret Thatcher e di John Major che il partito Conservatore si lacerò fino a diventare ingovernabile per qualsiasi leader – e spesso ineleggibile – sul tema dell’Europa. La Iron Lady fece campagna a favore del referendum sulla permanenza nella CEE del 1975, ma, una volta al governo adottò un atteggiamento di profondo sospetto nei confronti di Bruxelles e del presidente della Commissione europea, Jacques Delors, il quale non migliorò le cose promettendo ai sindacati britannici la fine del thatcherismo e un futuro del Regno Unito più vicino alle socialdemocrazie europee che non al liberismo reaganiano. Gli elettori però per ben 3 volte, nel 1979, nel 1983, e nel 1987 preferirono Thatcher ai laburisti sostenuti dall’Europa.
Ma la questione sul futuro del Regno – più vicino all’Europa o più vicino agli Usa? – era stata spettacolarmente aperta da uno dei migliori oratori del partito Tory negli anni ’80 e ’90, l’imprenditore Michael Heseltine, che, puntando al ruolo di Thatcher, si dimise dal governo nel 1984 sulla questione relativa alla vendita degli elicotteri Westland. Per Heseltine era un punto fermo la vendita a un consorzio europeo, mentre Thatcher premeva in favore di una merger con gli americani di Sikorsky. Nel 1990 Heseltine riuscì a estromettere Thatcher dal partito e farle dare le dimissioni da premier, ma dovette accontentarsi di fare il vice a John Major.

A BRUGES NASCE L’EUROSCETTICISMO TORY

Additata dai più come la madrina dell’euroscetticismo Tory, Thatcher lasciò in eredità un suo discorso, pronunciato a Bruges nel 1988, che delineava il futuro dell’Europa come quello di una “comunità di patrie”, una “famiglia di nazioni”, paragonando la burocrazia di Bruxelles a quella sovietica. Anni prima aveva ottenuto un forte sconto sul rebate, la quota di partecipazione che il Regno Unito doveva a Bruxelles, battendo i pugni sul tavolo per farsi restituire quelli che, con teatralità pari a ostinazione, definì “my money”, i miei soldi. In quegli anni si fece strada la posizione che per anni fu adottata dai britannici sul tema Europa: sì alla cooperazione tra stati ma rigetto delle forme di cooperazione attraverso istituzioni terze con una vita autonoma.

MAJOR FA GAME, SET, MATCH A MAASTRICHT

Ma la firma dell’Atto Unico Europeo da parte dell’Iron Lady nel 1984, con l’impegno degli stati dell’allora CEE a una “maggiore integrazione europea” che gettava le basi dell’Unione politica e monetaria, dovette causare non pochi grattacapi al suo successore, Major, che rovinò la sua premiership nel tentativo di fare approvare il Trattato di Maastricht alla Camera dei Comuni. Le imboscate dei conservatori anti-europei in aula furono spettacolari – arrivarono perfino a fare votare un parlamentare con gravi problemi di salute nascondendolo nella lobby dei laburisti – ma, alla fine Major ottenne l’opt-out, l’esclusione del Regno Unito dalla moneta unica, dalla Convenzione di Schengen e dal social chapter tanto caro a Delors. I ribelli di Maastricht, appoggiati da Thatcher e dal presidente del partito, Norman Tebbit, si arresero. Ma la guerra continuava.

HOUSE OF CARDS

Con la promessa di tenere un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE in caso di maggioranza assoluta dei Tory alle elezioni del 2015, David Cameron pensò di porre fine alla questione una volta per tutte. In realtà, pose solo fine alla sua carriera politica. Il fil rouge che lega questi passaggi rimane sempre uno: l’uso dell’Europa – e della questione europea – a fini strategici per delegittimare leadership e coltivarne altre. Ecco così che Cameron viene sfidato da Boris Johnson, il quale viene pugnalato da Michael Gove, che viene a sua volta emarginato da May che recupera Johnson come ministro ma che poi si dimette in contrasto con lei. D’altronde, prima di essere girato negli Usa, House of Cards è stato scritto in Inghilterra.

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