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Come deve muoversi l’Italia in Libia. L’analisi di Bressan

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Con l’avanzata del generale Haftar su Tripoli, la crisi libica si stia sempre più regionalizzando, con Turchia e Qatar, da una parte, ed Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita, dall’altra. L’articolo di Matteo Bressan, analista e componente del comitato scientifico del Nato Defense College Foundation.

 

La Libia è, dal 2011, un vuoto geopolitico e rischia di diventare giorno dopo giorno uno spazio in cui attori regionali, superpotenze e non state actors cercheranno di esercitare la loro capacità d’influenza per condizionare il futuro assetto del paese. Quello che sta emergendo nelle ultime settimane, con l’avanzata del Generale Haftar su Tripoli, è la conferma di quanto la crisi libica si stia sempre più regionalizzando, con Turchia e Qatar, da una parte, ed Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita, dall’altra.

In questo contesto e alla luce delle divergenze con Parigi, l’Italia è obbligata ad intraprendere la strada del dialogo con tutti gli attori rappresentativi in Libia e, nell’ambito del mandato ONU, a promuovere azioni di concreta stabilizzazione, anche attraverso il ruolo e l’azione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Mai come in queste ore sia cruciale, per comprendere l’evoluzione del campo di battaglia, il ruolo che andranno ad esercitare gli sponsor europei, regionali e globali di Haftar, vedasi Francia, Egitto e Russia, interessata quest’ultima a far valere il suo peso in un’area così strategica. La posta in gioco per l’Italia è alta, così come ben più complessa del 2011 appare l’individuazione degli attori in campo, le rispettive agende e la possibilità di ricomporre, sotto egida ONU, il mosaico libico.

Quel che è certo è che la Libia resta strategica per la sicurezza nazionale dell’Italia sotto molteplici aspetti. Se certamente l’allarme lanciato in queste ore dall’Aise, per partenze di massa fino a seimila profughi, dalla Libia desta legittime preoccupazioni, non da meno è da considerare la possibilità che alcune cellule jihadiste ricollegabili all’ISIS possano sfruttare la situazione a proprio vantaggio e rafforzare quei network criminali, di traffici illeciti e di esseri umani già operanti nel Sahel.

Vi è poi la questione vitale per l’Italia della sicurezza energetica che, nello specifico, è strettamente connessa a quella della dipendenza energetica, considerato che il livello di dipendenza energetica dell’Italia è pari a +77%, una percentuale superiore alla media dei paesi dell’Unione europea, pari a +54%. In particolare, il 90% del gas naturale utilizzato in Italia a fini energetici ha provenienza estera a fronte di una media europea del 70% e, attraverso quattro gasdotti internazionali e tre rigassificatori, il gas importato viene immesso nella rete di distribuzione nazionale.

Tra questi vi è il gasdotto Greenstream (in cui opera l’Eni e la National Oil Corporation libica, Noc) che collega la Libia, da Mellitah, all’Italia, giungendo a Gela. La capacità del gasdotto ammonta a circa 8 miliardi di metri cubi/anno, ma l’approvvigionamento di gas naturale in Libia nel 2017 è stato pari a 4,76 miliardi di metri cubi. Numeri importanti che, nonostante i buoni risultati confermati in campo petrolifero dall’Eni con una produzione pari nel 2017 a 384.000 boe/giorno, hanno obbligato l’Italia, proprio a causa delle tensioni nella sponda meridionale del Mar Mediterraneo, a diversificare i mercati di approvvigionamento energetico, puntando sull’Iraq, sull’Azerbaijan e sulla Russia. Ecco perché è nell’interesse italiano, nel senso geopolitico dell’accezione, la stabilità e lo sviluppo della Libia, rispetto alla quale non è possibile voltarsi dall’altra parte.

(estratto di un’analisi più ampia tratta dal blog di Bressan; qui la versione integrale)

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