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Come avanza il centrodestra in Umbria

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Il punto di Paola Sacchi sulle evoluzioni politiche in Umbria

La sala gremita, nonostante la pioggia e già l’emergenza per il coronavirus seppur non ancora con le misure drastiche di ora, del Palazzo del Capitano del Popolo a Orvieto domenica 1 marzo, che ha accolto Matteo Salvini, era già un piccolo, significativo test. Poi la conferma con l’affollato incontro a Foligno il lunedì successivo, sempre del leader leghista con la popolazione.

La quarantenne Valeria Alessandrini, insegnante, già assessore a Terni e poi consigliere regionale, neosenatrice in sostituzione della presidente leghista dell’Umbria Donatella Tesei, candidata anche lei della Lega dal centrodestra compatto, con FdI e Fi, domenica notte ce l’ha fatta con il 53,74 per cento dei voti. La candidata del Pd non supera quota 40 per cento, il candidato pentastellato precipita a poco più del 7 per cento.

L’Umbria si conferma Regione di centrodestra con la Lega primo partito. Sembrerebbe tutto normale. E invece di normale c’è stato poco perché il voto, che ha riguardato il Collegio 2, praticamente più della metà del “cuore verde d’Italia”, slogan coniato dalle giunte Pci-Psi e che ora suona un po’ beffardo per la sinistra, si è svolto in piena emergenza coronavirus. E con le prime misure restrittive per la circolazione dal Nord decise dal governo Conte già in vigore. L’affluenza bassa ai seggi, del 14,5 per cento, vale a dire 44.449 elettori, però sembra lo stesso alta, viste le condizioni semiproibitive in cui gli umbri hanno votato. Comunque affluenza superiore rispetto a quella delle altre suppletive di Roma e soprattutto di Napoli, quando ancora l’emergenza non era così conclamata. Guanti, amuchina, gli elettori umbri si sono disciplinatamente sottoposti a misure di massimo rigore. Mentre dal governo partivano appelli del tipo: restate a casa, si respirava una certa irritazione in alcuni centri umbri sul perché qui invece si dovesse uscire per andare a votare, in città deserte, quasi spettrali, gli hotel e i ristoranti vuoti, emblema della crisi palpabile della prima industria, il turismo.

Irritazione anche per una certa scarsa comunicazione su queste elezioni. Alcuni elettori solo all’ultimo hanno capito che il voto era in corso e che quindi era stato solo rinviato a data da destinarsi soltanto il referendum sul taglio dei parlamentari. E a sera sono corsi ai ripari. Palpabile l’irritazione per una non brillantissima se non quasi del tutto inesistente comunicazione, tanto più nelle ore in cui entrava in vigore il primo provvedimento restrittivo del governo in un clima di confusione nel Paese che al Nord ha preso d’assalto i treni. Cosa che ha generato persino il sospetto che alla fine forze già sconfitte pesantemente come il Pd, con una forchetta dell’oltre 20 per cento, quando si presentarono con i 5s alle regionali di ottobre, potessero alla fine avvantaggiarsene per la scarsa presenza alle urne e riavere al posto della ex senatrice leghista Tesei anziché Alessandrini, dello stesso partito e della coalizione di centrodestra, un loro rappresentante. Per un piccolo segnale di rivincita che avrebbe però prodotto titoli il giorno dopo sulla crisi di consensi della Lega e del centrodestra. Cosa che ha probabilmente fatto scattare un certo voto militante della coalizione, all’ opposizione a livello nazionale, sul modello di quello che una volta era da queste parti del vecchio Pci. Il voto comunque di domenica 8 marzo ha, nel suo piccolo ma anche significativo valore dovuto all’eccezionalità delle circostanze, confermato il risultato del “cappotto” leghista di ottobre. Dove però più che di una sorta di “rivoluzione” di ottobre di centrodestra si è trattato del suggello finale, con la conquista dello scranno più alto, la presidenza di Palazzo Donini, a Perugia, sul cambio che in Umbria silenziosamente avveniva ormai da oltre 10 anni con la caduta una dopo l’altra delle roccaforti rosse, a cominciare dal capoluogo regionale Perugia e il capoluogo di Provincia Terni fino a centri significativi con Orvieto, Todi e più tardi Foligno. Sulle ragioni si è molto indagato.

Ma forse più che “Sanitopoli”, in un luogo dove comunque la sanità umbra continua ad avere le sue eccellenze, la molla decisiva di questo processo iniziato tanti anni fa è stata la richiesta del ricambio, dell’alternanza dopo 60 anni di amministrazioni sempre governate dalla sinistra. Una durata così lunga che alla fine, come potrebbe accadere a tutte le forze politiche, ha dimostrato le sue crepe. E il Pd è stato visto piuttosto come “Pdp”, partito di potere. Tanto più in una situazione economica non florida da diverso tempo in questa Regione. L’Umbria ancora domenica scorsa è stata vista un po’ ancora come una eccezionalità negativa da una classe politica che guarda con le lenti del passato, senza rendersi bene conto che da oltre 10 anni di rosso qui non molto era rimasto. E se invece l’Umbria venisse vista come piccolo esempio di modello di civile, normale alternanza, proprio quel modello venuto a mancare a livello nazionale dove invece è nato un governo del tutti contro uno solo, ovvero la Lega di Salvini, a tutt’oggi prima forza politica del Paese secondo le Europee e tutte le consultazioni amministrative? Forse sarebbe un approccio politico e culturale nuovo, più maturo, che aiuterebbe l’Italia a governare con maggiore coesione anche la drammatica emergenza sanitaria e economica del coronavirus. Che non vede oggettivamente alla guida del governo un leader politico, dal momento che il premier Conte prima di diventare tale politica non l’aveva mai fatta.

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