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Cinema Italia, un secolo di storia nazionale

Cinema Italia

Il libro “Cinema Italia. I film che hanno fatto gli italiani” (Utet), scritto da Giovanni De Luna letto da Tullio Fazzolari

 

Come un cinema multisala solo che non si può scegliere quale film guardare. Bisogna vederli tutti uno dopo l’altro e, meglio ancora, in rigorosa successione cronologica. “Cinema Italia. I film che hanno fatto gli italiani” di Giovanni De Luna (Utet, 332 pagine, 22 euro) ripercorre attraverso il grande schermo quasi un secolo di storia nazionale. Da “Cabiria” del 1914 fino a “La meglio gioventù” del 2003, da “Roma città aperta” a “La vita è bella” e tanti, tantissimi altri capolavori, il fantastico itinerario cinematografico ideato da De Luna non ha l’obiettivo di ricordare eventi tristi o felici della nostra storia. È invece il racconto di come eravamo e di come siamo cambiati in ciascun periodo.

È indiscutibile che un bel film non conosce l’usura del tempo. Lo si può rivedere dopo cinquant’anni e fa ancora effetto. Però è altrettanto vero che è quasi sempre frutto della sua epoca e diventa la rappresentazione più efficace del periodo in cui è stato concepito e girato o più semplicemente ambientato. Per fare un esempio: nessun saggio descrive il caos e la demoralizzazione dell’8 settembre 1943 meglio di “Tutti a casa” di Luigi Comencini con protagonista Alberto Sordi. E ancora: basta rivedere “la classe operaia va in paradiso” di Elio Petri con Gian Maria Volonté per comprendere senza troppe difficoltà le ragioni delle lotte sindacali e dell’”autunno caldo” del ’69.

E si potrebbe continuare perché in “Cinema Italia” c’è praticamente tutto. Perfino un flash back sull’epopea garibaldina ma per il resto non manca nulla: dalla realtà edulcorata dei film dei telefoni bianchi durante la dittatura fascista fino agli anni degli yuppies gaudenti e arrivisti, dalla ricerca di una vita migliore (“Il cammino della speranza”) alla insostenibile leggerezza della nuova borghesia durante gli anni del boom e del mito della ricchezza (per esempio “Una vita difficile”). Né vengono dimenticati i caratteri degli italiani durante gli anni di piombo o quelli dei tentativi di golpe.

Può darsi che qualche film sia sfuggito a “Cinema Italia”. Alcune righe in più su “Divorzio all’italiana” o “Amici miei” ci sarebbero state benissimo ma non è una mancanza che sminuisce il percorso cinematografico ideato da De Luna. Può stupire a prima vista che ci siano film stranieri (come “La febbre del sabato sera”) o ambientati all’estero (“La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo) ma è un’impressione ingannevole.

Basta leggere più attentamente “Cinema Italia” per rendersi conto che invece è stata una scelta indovinata perché quei film hanno avuto un’influenza determinante sul modo di vivere o di pensare degli italiani. A questo punto, uscendo dal cinema multisala, viene la curiosità di aspettare una prossima edizione di questo libro. Magari ci saranno i film con gli italiani del reddito di cittadinanza e del no green pass. I nuovi cineasti sapranno raccontarli come Monicelli o Comencini?

 

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