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Come e perché Australia e Giappone appoggiano Trump nella sfida all’irruenza della Cina

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Mentre proseguono i pourparler tra Washington e Pechino sulle relazioni commerciali tra le due prime potenze economiche del pianeta, e mentre rimane alta la tensione sul caso del colosso cinese Huawei, l’agenzia di stampa Public Policy ha pubblicato un’analisi di Marco Valerio Lo Prete, giornalista del Tg1, sulla nuova strategia di alleanze dell’Amministrazione Trump nello scacchiere asiatico. Di seguito ne pubblichiamo uno stralcio

 

L’Amministrazione Trump non sembra tenere in gran conto le classiche organizzazioni multilaterali, eppure, per fronteggiare Pechino, non disdegna quello che potremmo definire un multilateralismo empirico e selettivo.

Al di là della definizione di tale approccio, è importante sottolineare perché la costituzione di un simile fronte che ha come obiettivo il contenimento cinese possa realizzarsi proprio in questo momento storico e grazie alla collaborazione dei Paesi democratici più geograficamente ed economicamente prossimi alla Cina – cioè Australia, Nuova Zelanda, Canada, ma anche Giappone, Corea del Sud e India. Sono infatti questi Paesi, all’avvicinarsi del 2020 che convenzionalmente coincide con la fine dell’ascesa pacifica cinese, a testare o a temere per primi quel che verrà dopo il cosiddetto “periodo di opportunità strategica”.

Un Paese come l’Australia, “canarino” democratico nella “miniera” del capitalismo autoritario cinese, già oggi subisce in maniera massiccia le interferenze di Pechino nella propria vita democratica, per esempio. Sempre l’Australia è il primo Paese a vedere dispiegarsi fuori dai propri confini una forza militare che, come si legge in un recente rapporto della Defence Intelligence Agency sull’esercito di Pechino, è ormai in grado di gestire un conflitto regionale e allo stesso tempo di raggiungere obiettivi militari nemici in tutto il mondo (pur senza potere ancora schierare forze convenzionali ovunque).

Assumendo questa prospettiva meno Washington-centrica, i tweet tonitruanti di Trump sulla Cina assumono un significato e un peso diversi. Non a caso un atteggiamento retorico e diplomatico più incisivo nei confronti della leadership cinese da parte dell’Amministrazione americana riscuote diffuso apprezzamento negli apparati diplomatici e di sicurezza di Paesi – come l’Australia e il Giappone – legittimamente più ansiosi di capire l’evolversi della parabola cinese. “La grande domanda è se, di fronte a una forma di resistenza concertata a livello internazionale, non solo da parte degli Stati Uniti ma anche dei suoi numerosi alleati, Xi modificherà le sue convinzioni o le sue posizioni su qualche tema”, ha scritto Richard McGregor, del think tank australiano Lowy Institute, individuando così la ratio del nuovo “multilateralismo empirico” a trazione statunitense.

La scommessa che certi attori nell’area asiatica sembrano voler giocare adesso rispetto alla Cina assomiglia a quella di un genitore nei confronti di un figlio adolescente molto irrequieto. Il padre e la madre alzano e induriscono i toni nella speranza di modificare gli atteggiamenti più pericolosi dell’adolescente, prima che il giovane cresca e poi sia troppo tardi per indurlo a cambiare. Se il “periodo di opportunità strategica” di Pechino che volge oramai al termine assomiglia all’adolescenza della potenza cinese contemporanea, allora per Canberra, Tokyo o Ottawa appare tutt’altro che avventato fare sponda con gli Stati Uniti di Trump su questo dossier. Nessun diplomatico o militare – australiano, canadese o giapponese – userà mai una simile metafora pedagogica in pubblico, ovviamente, ma delimitare oggi il perimetro dei comportamenti cinesi ritenuti accettabili sullo scacchiere internazionale potrebbe essere l’unica via per evitare problemi maggiori domani.

Qui l’analisi integrale pubblicata sull’agenzia Public Policy

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