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Chi c’è nel nuovo governo del Cile

America Latina

Il nuovo governo del Cile rappresenta una vicenda politico-istituzionale forse unica al mondo. Ecco perché. L’approfondimento di Livio Zanotti, autore de ildiavolononmuoremai

 

Suscitano risonanze cosmopolite e risorgimentali le immagini dei giovani cileni scelti per condurre il paese più australe del mondo fuori dalla latente crisi sociale, politica e istituzionale che loro stessi hanno fatto precipitare due anni fa, un’impresa in ogni senso “di frontiera”.

Più donne che uomini, tutti non ancora quarantenni (racchiuse nelle dita di una mano le pur notevoli eccezioni), sorrisi sulle bocche e sguardi a un avvenire che promettono degno per tutti, difficile eppure non impossibile: ”Siamo qui per cambiare”. Sullo sfondo strade e piazze della loro lunga marcia di protesta. Li ho seguiti per la prima volta giusto dieci anni fa tra Santiago, Valparaiso e Concepcion, nel fumo dei lacrimogeni, al debutto di quello che oggi qualcuno chiama un Sessantotto con meno fantasia ma più potere.

È il popolo al governo? Piuttosto un governo di elites scelte dal popolo nelle urne elettorali, secondo la democrazia pensata da Joseph Schumpeter, che non dispiaceva neppure a Max Weber. C’è anche un’Allende, Maya Fernandez: la sua nomina a ministra della Difesa, dunque alla testa delle Forze Armate, è carica di simbolismi. “Sono più che orgogliosa di mio nonno Salvador, ma io sono io: un rispettoso funzionario dello stato”, avverte lei con schiettezza. La madre, Beatriz, rimase accanto al padre, il Presidente, tra le fiamme della Moneda. Poi l’esilio con il marito cubano nell’isola caraibica. Maya, che aveva 2 anni, è cresciuta e ha studiato scienze biologiche all’Avana. In Cile è tornata solo dopo la scomparsa di Pinochet, scegliendo subito la politica nel partito socialista e l’attività parlamentare.

Maya è una delle 14 donne e 10 uomini scelti dal neo-presidente Gabriel Boric per formare il suo governo, che assumerà ufficialmente il prossimo 11 marzo. Né il Cile, né l’America Latina (probabilmente nessun paese del mondo) avevano mai visto tante donne riunite alla guida di una politica nazionale. Né si tratta di un beau geste per mettersi a vento di una moda ormai diffusa internazionalmente (sebbene più a parole che nei fatti). È invece la coerente conseguenza di un criterio politico che seleziona sulla base di competenze ed esperienze. Nel corso di anni vissuti come presidente della commissione Difesa e poi anche come presidente della Camera dei deputati, Maya ha trattato con gli alti gradi militari i problemi tecnici ed economici delle diverse armi, ha partecipato a seminari riservati su strategie e tattiche, si è conquistata il rispetto e la considerazione di molti dei più autorevoli .

“A comandare sono le esigenze del programma: piena libertà di espressione per tutti e le riforme necessarie a garantire un accesso universale alla difesa della salute, a pensioni dignitose, a un’educazione adeguata ai tempi, alla conservazione dell’ambiente”, va ripetendo Boric. Oltre che dagli anni di gavetta parlamentare seguiti alla rivolta studentesca, dicono a Santiago che i suoi studi di giurisprudenza siano stati arricchiti dalla lettura del politologo irlandese Philip Pettit, docente a Princeton, teorico della Repubblica come sommo regime di libertà ed eguaglianza dei cittadini, già apprezzato dal leader spagnolo Jose’ Luis Zapatero. La dialettica di Pettit tende a superare l’idea di sintesi come fattore dominante e presume anche una revisione del concetto gramsciano di egemonia.

Boric parla con tutti e ancor più li ascolta. Poi decide. Ha lasciato insoddisfatti i comunisti del PCC, suoi primi e fedeli alleati. Hanno favorito le sue aperture a cattolici e laici, socialisti delle varie sfumature, dal PS ai radicali. Sono rimasti senza nessun ministero di peso o con almeno un appetitoso portafoglio. L’importantissimo incarico di Segretaria Generale e portavoce del governo alla comunista Camila Vallejo è il frutto della sua antica militanza studentesca e del rapporto personale con il Presidente. Economia e finanza sono state affidate a “tecnici di area” (si direbbe in Italia) in qualche misura accettati da un establishment notoriamente riservatissimo: il più noto e autorevole (un Draghi della situazione), Mario Marcel, 63 anni, oggi presiede il Banco Centrale per nomina dell’uscente presidente ex pinochetista Piñera dopo essere stato stretto collaboratore della presidente socialista Bachelet.

Ci sono ministri dichiaratamente gay, ma non lo è la ministra per la Equità di Genere. La polemica più pettegola è quella suscitata dalla compagna del Presidente, Irina Karamanov, studi di Scienze politiche e militanza femminista¸ che ciò nonostante ha deciso sia pure con la dichiarata intenzione di modificarne sostanzialmente il carattere, di accettare il tradizionale e ovunque indefinito ruolo di prima dama della Repubblica. Almeno fino a prova contraria, un tradimento agli occhi delle sue ex compagne. A volte, sembra lasciar capire Irina d’intesa con il Presidente, è più saggio dare uno sguardo anche al bicchiere mezzo vuoto, a quel Cile tradizionale, vasto e trasversale alla politica, non necessariamente animato da cattive intenzioni ma accomodato da sempre nel senso di conservazione dell’austera borghesia cilena.

In attesa di trasferirsi al palazzo della Moneda, in pieno centro storico, Boric invita e riceve in una casona di Providencia, sull’avenida Condell, uno stradone che sale verso i quartieri residenziali della pre-cordigliera andina ora più trafficato che mai. Con lui, il suo stato maggiore, i compagni di sempre. Giorgio Jackson, ingegnere e ideologo fluido, al pari di Camila Vallejo Segretario Generale alla Presidenza, qualche avo italiano (lo hanno battezzato Giorgio, non Jorge, né George come un suo bisnonno inglese; e da parte materna c’è una Drago). E’ ancor oggi il più popolare dei leader studenteschi. E Izkia Sichez, ministra degli Interni, in quanto tale premier e vicaria del capo dello Stato, medica, presidente del suo ordine professionale, e protagonista della battaglia anti-Covid che in Cile ha fatto 40mila morti su 20 milioni di abitanti anche per inadempienze del governo Piñera.

No son 30 pesos, son 30 años”: Boric e i suoi ricordano lo slogan dei manifestanti di plaza Italia per spiegare che l’aumento del prezzo dei trasporti è stata solo l’ultima goccia che 2 anni addietro fece traboccare il vaso delle proteste. Lo ripetono adesso agli interlocutori per spiegare che non si torna indietro; ma molto potrebbe essere condizionato dagli esiti della Convencion Constitucional. Il governo agirà da subito, dal giorno stesso dell’insediamento. Mentre i padri della nuova Carta Magna, prevalentemente indipendenti ma anche espressione di tutti i partiti, hanno tempo fino a luglio per ridisegnare i diritti dei cileni finalmente liberati dai condizionamenti della dittatura militare. Fino ad allora costituiranno una fonte legislativa parallela a governo e Congresso in una duplicità che per eccesso o per difetto potrebbe anche creare qualche corto circuito politico-istituzionale. Un’ulteriore ragione per comprendere l’inedito intreccio di radicalità e aperture del governo più a sinistra della storia cilena.

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