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Ci sono costi geopolitici della rivoluzione green? Report

Cina

Chi c’era e che cosa si è detto alla presentazione del report “Sottomessi alla Cina” della fondazione Fare Futuro

 

Quanto costerà la transizione ecologia dell’Europa? Questa è una delle domande che si è posta la Fondazione Fare Futuro e alla quale ha provato a rispondere nel report “Sottomessi alla Cina”. Il rapporto curato da Enrico Salvatori e da Giovanni Brussato, è stato presentato nel corso di un evento online alla presenza dell’ambientalista Rosa Filippini, l’europarlamentare del gruppo Conservatori e riformisti Nicola Procaccini, Laura Harth e il senatore Adolfo Urso (Fratelli d’Italia), presidente del Copasir.

Gli obiettivi di COP21

La conferenza COP21 di Parigi ha stabilito che i paesi dovranno impegnarsi a mantenere il riscaldamento globale entro il 2050 al di sotto di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali, e possibilmente limitarlo a 1,5 gradi. “Per raggiungere questo obiettivo – si legge nel report di FareFuturo – lo strumento principale sarebbe la transizione energetica, cioè il passaggio da un mix energetico centrato sui combustibili fossili a uno a basse o a zero emissioni di carbonio, basato sulle fonti rinnovabili”. La transizione energetica potrebbe, però, trasformarsi in un cavallo di Troia per far diventare ancora più ricca quella che oggi è la seconda potenza mondiale.

Le terre rare: la ricchezza della Cina

“I governi europei si affannano a promuovere prodotti green – dice l’eurodeputato Nicola Procaccini – mentre la Cina si ingrassa perché tutta o buona parte della catena del valore è nelle mani di Pechino”. La transizione verde richiede, infatti, ingenti quantità terre rare, metalli e minerali, elementi costitutivi delle tecnologie verdi e digitali. “Al momento è la Cina l’indiscusso leader del settore, del quale detiene, in taluni ambiti, anche l’80% della produzione totale mondiale, sfiorando livelli monopolistici – scrivono gli esperti nel report -. Un posizionamento che è già un’arma geopolitica a disposizione del Partito comunista cinese e che potrebbe avere fortissime ripercussioni sull’Europa e sui sogni del Green New Deal e della sovranità tecnologica tanto auspicata”.

Il costo ambientale della rivoluzione verde

Il reale motore del Green Deal è l’industria estrattiva che inquina i paesi meno evoluti del pianeta per permettere a pochi di dichiararsi ambientalisti solo in virtù del fatto di essere in grado di acquistare dei dispositivi che, per essere costruiti, hanno inquinato altre parti del Pianeta spesso molto lontane da chi li utilizza. “L’estrazione mineraria – dice Rosa Filippini – è l’attività che più fortemente incide sull’ambiente perché consuma una porzione di territorio, di grandi aree del pianeta davvero incredibile. Questo non è niente rispetto alle quantità che saranno necessari per rifornire l’industria delle fonti rinnovabili, di eolico, fotovoltaico e di batterie per le automobili elettriche. L’area interessata dalle miniere di terre rare e di minerali equivale a tutta l’Eurasia”.

Il risvolto geopolitico della rivoluzione green

La Cina detiene il quasi monopolio su materie prime come alluminio, rame, piombo, litio, manganese, nichel, argento, acciaio, zinco e minerali delle terre rare. Secondo la Banca Mondiale, se il pianeta vorrà liberarsi del combustibile fossile, la produzione di metalli e minerali dovrà aumentare del 500% entro il 2050. “Tre miliardi di tonnellate in tutto, di cui oltre 600 milioni dovranno essere di metalli rari per mettere in piedi impianti eolici, solari, geotermici, batterie ma anche cellulari, computer ed elettrodomestici, visto che le parole d’ordine del futuro saranno transizione energetica e digitale. “Ci aveva visto lungo Deng Xiaoping, disse, nel 1992: “Il Medio Oriente ha il petrolio, noi le terre rare”, dice il senatore Urso durante il suo intervento. Le ripercussioni geopolitiche riguardano anche la produzione di energia. “La Cina, in controtendenza rispetto a quello che succede in Europa, realizza nuove centrali a carbone con cui fa concorrenza sul prezzo dell’energia alle democrazie occidentali e allo stesso tempo produce energia sostenibile che rivende a peso d’oro ai cittadini europei – aggiunge l’on. Procaccini -. Sembra la stangata, in realtà si tratta di tragedia completa in termini geopolitica”.

Il costo sociale della rivoluzione verde

Lo Xinjiang, una regione autonoma nel Nord-ovest della Cina, un territorio con un’estensione pari a tre volte della Francia. In questa regione si trovano due fabbriche che producono enormi quantità di poli-silicio, la materia prima di miliardi di pannelli solari in tutto il mondo. In questa regione sono stati confinati gli Uiguri, una popolazione musulmana impiegata con la forza nelle fabbriche che producono materiali per i pannelli solari. “I componenti principali dei pannelli fotovoltaici hanno avuto una incredibile caduta di prezzo perché sono prodotti da schiavi – dice Rosa Filippini –. Non si pensava che dopo la Shoah si sarebbe ancora parlato di campi di lavoro coatti dove detenere una popolazione intera. Invece sta succedendo e grazie a questo abbiamo i pannelli che costano le metà. E abbiamo, nelle nostre felici società occidentali, degli ambientalisti che indicano il calo dei prezzi dei pannelli solari come un segnale del futuro che arriva. E invece no, questo non è il futuro, questo è il passato e uno dei passati più brutti. Ma gli uiguri sono solo uno dei disastri sociali, dovremmo parlate anche dei disastri in Africa e dello sfruttamento dei minori in Congo”.

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