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Ci salverà il salutismo obbligatorio?

Salutismo

Il corsivo di Battista Falconi

 

La moglie di un “no vax” recentemente morto di Covid ha, giustamente, chiesto di non trasformare la morte del marito in uno spot a favore dei vaccini. La richiesta coglie non soltanto un aspetto di elementare rispetto umano, ma anche un punto fondamentale della trasformazione in corso nella medicina e nella sanità moderne che potremmo chiamare il “lato oscuro” della prevenzione.

Verso i “no vax” si registra ormai un diffuso atteggiamento di ostilità, di rabbia. Intanto, non si distingue quasi mai tra chi esprime semplici perplessità sugli specifici vaccini disponibili contro la pandemia e coloro che propriamente possiamo definire tali, cioè chi nega in genere l’efficacia vaccinale e sostiene tesi complottiste. Si considerano tutti i non vaccinati come i responsabili principali di quanto sta accadendo, quasi che il problema fossero gli “untori” e non la capacità del virus di aggirare i presidi disponibili, molto imperfetti. Un atteggiamento che si estende a chi non rispetta le altre misure di sicurezza come igienizzazione, distanziamento e mascherine; e a chi pratica comportamenti ormai considerati rischiosi, come gli assembramenti, persino se nei limiti delle regole.

Quando poi accade che un soggetto rifiuti vaccini, cure e insista con sciagurata coerenza nel sostenere l’inesistenza del virus, l’ostilità si smorza appena e insorge un atteggiamento più diplomatico, del tipo “se l’è andata a cercare”. “Vedete che opporsi alla politica sanitaria vuol dire morire?” è la conclusione sottesa, frettolosamente basata sull’evidenza episodica. Poiché però si ammalano e muoiono anche i vaccinati, per quanto in misura molto minore, potremmo allora trarre una deduzione opposta? E perché l’ostinazione dei “contrari” viene assunta come prova di ideologizzazione pregiudiziale, anziché come sintomo di un malessere profondo, che andrebbe compreso e risolto?

La situazione ricorda un po’ quella di “Don’t look up”, il film demenzial-catastrofista che sta circolando sulle piattaforme video: leggerissimo, divertente e in odore di Oscar, grazie a un cast stellare nel quale si ricompone la coppia Leonardo Di Caprio-Meryl Streep de “La stanza di Marvin”, il film che forse davvero lanciò l’attore, uscito l’anno prima di “Titanic”. Una situazione che è estremamente incerta, poiché i dati scientifici sono controversi o almeno controvertibili, con una comunità scientifica che li propone senza distinguersi qualitativamente dalla classe politica, prona solo ai propri interessi, né dalla cittadinanza, istericamente condizionata da mass media superficiali e divisivi.

I vaccini vanno fatti perché sono il miglior strumento di contrasto al contagio del quale disponiamo. Ma quelli contro Sars-Cov-2 sono tutt’altra cosa, in quanto a capacità di immunizzazione, rispetto ai precedenti che, assieme ad altre misure di igiene, di comportamento e di terapia (si guardino i casi di vaiolo, Aids, dissenteria, Ebola…), hanno consentito di proteggere l’umanità contro malattie un tempo letali. Fare finta che non ci siano differenze e che si debba affrontare questa contingenza continuando a fidare ciecamente nella prevenzione significa assecondare un paradigma senza contestualizzarlo in modo sistematico, a livello culturale e sociale.

Il paradigma preventivo e non terapeutico è: “Se ti comporti bene, non ti ammalerai. E quindi hai il dovere di farlo, per te stesso e per gli altri”. Dunque vaccini, mascherine, isolamento, distanziamento, igienizzazione. Incentiviamoli, anzi imponiamoli. Perché tante incertezze e perplessità? La ragione più immediata è che queste misure sono fastidiose, la più rilevante è che non hanno dimostrato l’efficacia promessa, ma la più profonda è che il loro principio di base è pesantemente liberticida. Un autentico sovvertimento della democrazia che abbiamo conosciuto negli ultimi tre quarti di secolo.

Traslato alle malattie cardiovascolari oppure al cancro, il modello potrebbe e dovrebbe comportare come minimo obblighi nell’alimentazione e assoluto divieto di fumo e, come massimo, la cessazione della cura “gratuita”, cioè a carico della spesa pubblica, per i malati “colpevoli” di comportamenti concausa della patologia. Se l’obiettivo delle restrizioni e delle imposizioni dell’attuale “emergenza sanitaria” è la sostenibilità, cioè alleggerire il carico su ospedali, triage, terapie intensive, la loro applicazione sarebbe ancor più giustificata in oncologia e cardiologia, che pesano per la gran parte del sistema. Se il modello è giusto, dovremmo normare le nostre vite sulla base delle loro presumibili conseguenze: potremmo dibattere di attività fisica obbligatoria e amputazione cautelativa di organi non vitali a rischio, per esempio.

Un paradigma salutistico preventivo, imposto e subito passivamente, rappresenta un attacco alla nostra idea di civiltà caritatevole e liberale che non ha nulla da invidiare a pratiche assunte dai regimi dittatoriali ma anche da talune democrazie del secolo scorso. E sostenute da pensatori come l’“antispecista” Peter Singer, che propone di assumere la coscienza quale parametro del diritto alla vita e di privilegiare alcuni primati non umani sui bambini affetti da deficit mentali gravi. Del resto, la storia della malattia mentale è tutta segnata dal non-diritto del malato, visto quale oggetto suscettibile delle privazioni e delle vessazioni più estreme in nome della sicurezza collettiva.

Non possiamo, soprattutto dopo due anni di balbettio delle istituzioni, continuare ad affrontare il Covid senza riflettere sul bivio concettuale che ci si è aperto davanti. Ad accusare esitanti, ma anche turisti, migranti, gestori e avventori delle discoteche; a emarginarli, a conculcarne le libertà, senza chiederci a quale modello normativo stiamo facendo riferimento. Abbiamo una tradizione storica e letteraria che ci ricorda quanto facilmente, nelle contingenze pandemiche, discriminazioni e irrazionalità dilaghino in modo apparentemente innocuo.

Se il modello preventivo salutistico passa senza discuterne, si afferma lo stigma per il quale “stai male, sei infelice, soffri? È colpa tua”. Perché essere felice e stare bene è facilissimo, bastano poche, semplici cose: sport, dieta mediterranea, pensiero positivo, al massimo una pillola che stimoli dopamina, serotonina, ossitocina. Poi non meravigliamoci se sulle reti televisive continuiamo a vedere un signore che spiega come combattere qualunque sintomo, malessere e patologia con i suoi integratori, i suoi prodotti alimentari e leggendo i suoi libri, così da vivere fino a 120 anni. Non lamentiamoci se lo fa senza alcuna “prova scientifica” e contro l’intera classe medica, poiché la sua è la deformazione paradossale del modello vigente e vincente.

Un modello che regola le nostre vite molto più di quanto ci sembri, non solo nell’ambito della salute. I barboni, gli homeless, gli emarginati aumentano: ammiriamo la solidarietà portata dalle organizzazioni deputate ma, in fondo, siamo convinti che siano loro a rifiutare una vita “normale” o almeno l’assistenza grazie alla quale potrebbero avere assicurati un letto e un pasto. E che dire dei limiti di velocità scesi in alcune strade urbane ed extraurbane a valori assurdi, giustificati dalla suprema necessità della sicurezza, magari con la finalità surrettizia di fare cassa? Dal codice della strada alla sanità, dall’assistenza sociale alla mobilità, la deriva liberticida è aperta, il principio solidale sembra tramontare.

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