Il caso di Chiara Ferragni è interessante, specie in tempi nei quali la giustizia è al centro dello scontro politico quotidiano, perché dimostra che non sempre si può affidare a una sentenza il compito di stabilire la verità.
A Milano l’influencer più nota d’Italia è stata assolta dall’accusa di truffa aggravata per la quale era imputata, relativa alla arcinota storia dei pandori Balocco che la usavano come testimonial nel Natale 2022.
Dalla comunicazione poteva sembrare che ogni pandoro marchiato Ferragni contribuisse a un’operazione di beneficenza, mentre non era così.
Comunque: Ferragni assolta, dunque era tutta una montatura? Un errore giudiziario?
La faccenda è più complicata.
La spiegazione processuale dell’assoluzione la prendiamo dalla sintesi di Giuseppe Guastella del Corriere della Sera:
A causare il proscioglimento è stata una questione di tipo tecnico, ma rilevante: quella relativa all’aggravante della «minorata difesa» degli utenti on line, contestata dai pm nell’imputazione. Era questa aggravante, infatti, a rendere la presunta truffa procedibile d’ufficio – cioè senza una denuncia.
Il giudice non ha riconosciuto quell’aggravante: e in questo modo – poiché il Codacons e l’Associazione Utenti Servizi Radiotelevisivi circa un anno fa avevano ritirato la querela in seguito a un accordo risarcitorio con l’influencer – ha disposto il proscioglimento per estinzione del reato riqualificato in truffa «semplice».
Detta in altro modo, Chiara Ferragni è stata assolta sulla base di una strategia difensiva molto efficace che si è fondata sul risarcimento delle vittime o presunte tali della truffa contestata che così sono uscite dal processo.
A quel punto la condanna o l’assoluzione dipendeva dalla presenza o meno di un’aggravante che rendeva il reato procedibile d’ufficio, cioè su impulso del solo pubblico ministero senza la parte offesa a denunciare.
Per l’aggravante della “minorata difesa” bisognava in pratica dimostrare che i follower di Ferragni che hanno comprato il pandoro per effetto della sua raccomandazione erano, in qualche modo, particolarmente vulnerabili e manipolabili, dunque manipolati.
Il giudice deve aver deciso che quelle condizioni non c’erano, anche perché l’orientamento prevalente è che tali condizioni devono essere “oggettive”, per esempio il reato deve essere commesso in una strada buia.
Una volta note le motivazioni, spetterà ai giuristi discutere se la valutazione del tribunale di Milano è fondata o meno. Ma questo poco c’entra con la domanda che il profano si fa di fronte alla vicenda: Chiara Ferragni ha fatto quello di cui è stata accusata, cioè aver in qualche modo tratto in inganno i compratori di pandoro?
La risposta a questa domanda è senza dubbio affermativa, ma questo lo sappiamo da quasi tre anni, cioè da quando l’Autorità Antitrust ha acquisito le mail tra le società di Chiara Ferragni e la Balocco, nelle quali è tutto molto esplicito.
Fin dall’inizio il progetto è stato di fare una donazione di 50.000 euro all’ospedale Regina Margherita di Torino sganciata dall’andamento delle vendite dei pandori, anche se tutta la comunicazione dell’azienda e dell’influencer lasciavano intendere che comprando un pandoro si contribuiva alla raccolta fondi per l’ospedale.
In una mail del 14 novembre 2022, il team di Chiara Ferragni è preoccupato del rischio di essere accusati di “pubblicità ingannevole” e alla Balocco spiega che “per noi è molto importante sottolineare il sostegno al progetto benefico senza menzionare le vendite (in quanto si tratta di una donazione che non è legata all’andamento del prodotto sul mercato)”.
Dunque, nel merito non c’era difesa possibile. E infatti l’unica strategia di Chiara Ferragni è stata individuare un capro espiatorio da sacrificare – il manager Fabio Maria Damato – e poi spendere milioni per risarcire i presunti danni nella speranza di evitare almeno la condanna penale.
Il prezzo pagato
A fine 2024 Ferragni ha fatto un accordo extragiudiziale con l’associazione di consumatori Codacons, da sempre battagliera contro gli influencer, per donare a un’associazione di donne vittime di violenza 200.000 euro, a condizione che Codacons ritirasse la querela.
L’influencer ha risarcito anche una signora di 76 anni che si era sentita imbrogliata e aveva denunciato. Poi ha donato ben un milione di euro all’ospedale Regina Margherita.
Nel complesso, per chiudere la vicenda Balocco e altre analoghe, Chiara Ferragni ha versato oltre 3,4 milioni di euro.
Il vero prezzo pagato da Chiara Ferragni, però, è stato molto più alto: la sua intera vita, professionale e personale, è collassata. Il divorzio dal marito Fedez è legato anche alla vicenda Pandoro, almeno sulla base di quanto ha spiegato lui in un’intervista a Francesca Fagnani, a Belve, su Rai2. Nella versione di Fedez, le pratiche disinvolte delle aziende della moglie sono diventate un punto di frizione.
Che sia vero o una giustificazione a posteriori, comunque il cantante influencer ha fatto di tutto per evitare che la sua popolarità e carriera venissero contagiate dal deragliare di quella che è presto diventata la sua ex-moglie.
Le società di Chiara Ferragni hanno perso il modello di business, la quotazione in Borsa è stata abbandonata, i soci industriali sono usciti, l’influencer è stata costretta a ricapitalizzare per evitare il fallimento, e ora è padrona unica di un impero che non esiste più.
Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, la società Fenice ha cumulato oltre 10 milioni di perdite tra 2023 e 2024, il fatturato è crollato da 14 a 2 milioni, e chissà se nel 2025 è risalito o è sceso ancora.
Chiara Ferragni di recente ha fatto notizia per aver tentato una specie di rilancio, pubblicizzando una candela alla vaniglia, con un nuovo marchio personale. Prezzo alto per una candela ma non da oggetto esclusivo, 39,99 euro.
Come ha notato il sito Dissapore, dedicato a questioni di cibo e ristorazione, anche questa operazione di ripartenza ha qualche ambiguità come quelle del passato: i post con la candela sono indicati come adv, ma forse Ferragni non sta pubblicizzando il proprio prodotto quanto i ristoranti che fanno da sfondo alla candela alla vaniglia.
Il tutto, scrive Valentina Dirindin su Dissapore, “non sembra tanto un debutto imprenditoriale nel magico mondo del design e dell’arredamento, quanto un progetto di marketing dedicato alla ristorazione – forse nuovo segmento di interesse della Ferragni, o forse solo quello che è capitato in questo momento”.
Almeno stavolta non c’entra la beneficenza.
Un bilancio
Qualunque sia il metro di valutazione, Chiara Ferragni ha pagato molto caro le sue colpe. Che si valuti con la bilancia terrena della giustizia civile e della contabilità aziendale o con quella divina del contrappasso, la 40enne imprenditrice digitale è stata distrutta dal caso Pandoro.
La sua vita si reggeva sulla fiducia del pubblico nella narrazione che offriva, la donna di successo, la famiglia perfetta, i figli seguiti dall’ecografia alla scuola, le scelte di abbigliamento, consumo, viaggio.
Crollata la fiducia, è venuto giù tutto: ci sono state leggi per disciplinare la beneficenza basate sul suo caso, altre per cercare di vietare l’esibizione dei minori sui social a scopi in senso lato commerciali, come faceva appunto Chiara Ferragni.
Lei che era stata protagonista della stagione patinata degli influencer è diventata oggetto di scherno nella nuova epoca dei meme.
A questo punto, ora che il processo l’ha assolta anche se per una questione procedurale e non per una valutazione nel merito dei suoi comportamenti, resta una domanda per tutti: la gogna a cui è stata esposta Chiara Ferragni è stata esagerata?
Viene da rispondere di sì e di no insieme.
Quando Selvaggia Lucarelli ha rivelato la faccenda del Pandoro Balocco, a dicembre 2022, non è successo niente: l’articolo è uscito sul quotidiano Domani, che all’epoca dirigevo, e Chiara Ferragni ha fatto senza conseguenza alcuna il festival di Sanremo e ha gestito il picco della sua popolarità.
I guai sono iniziati con la sanzione dell’Antitrust, un anno dopo. Dunque, perché la storia che poi ha indignato tutti, all’inizio non ha indignato nessuno?
Forse quando la notizia è uscita il modello dell’influencer di successo ancora non si era incrinato: poi, certo, è arrivata la multa, ma soprattutto sono cambiati gli algoritmi.
TikTok si è imposta come nuova piattaforma di riferimento, Instagram l’ha imitata puntando sui video brevi e sulla raccomandazione algoritmica.
(Estratto da Appunti)



