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Chi sono i talebani al potere in Afghanistan. L’analisi di Fabbri (Limes)

Cina Talebani

“L’esercito afghano non ha combattuto. Questo perché i talebani sono stati investiti di questo ruolo dai cinesi, turchi e americani”. Presente e futuro dell’Afghanistan analizzato da Dario Fabbri (LImes)

I talebani, a 20 anni dall’inizio della guerra in Afghanistan, sono tornati al comando del paese. Il ritorno al potere degli studenti islamici non è una sorpresa. Il 29 febbraio 2020 a Doha è stato siglato un accordo tra Stati Uniti e talebani che prevede che il paese sia riconsegnato progressivamente ai talebani. Anche per questa ragione l’esercito afgano, pur composto da 300mila soldati, non ha combattuto una forza che era già stata scelta dalle potenze internazionali.

La legittimità internazionale

“I talebani non sono cambiati, ma oggi cercano una legittimità internazionale che 20 anni fa non perseguivano – ha sottolineato Dario Fabbri, analista geopolitico di Limes, nel corso di Omnibus, su La7 -. L’esercito afghano non ha combattuto, è accaduto tutto velocemente. Questo perché i Talebani sono stati investiti di questo ruolo dai cinesi, turchi e americani. Sono tre anni che chiacchierano, parlano in Qatar e anche tramite la Turchia, hanno stabilito che i talebani tornassero al potere. Agli Usa non importa chi comandi in Afghanistan, la Turchia preferisce così, secondo Cina e Pakistan è soluzione più immediata”. Con ogni probabilità in questa prima fase embrionale i Talebani in questa fase manterranno una condotta di civiltà pi vicina ai canoni occidentali, ma questo solo perché vogliono ottenere il riconoscimento internazionale che 20 anni fa non avevano.

Il consenso dei talebani in Afghanistan

Dario Fabbri è convinto che i talebani godano di un vasto consenso tra la popolazione. Una popolazione molto diversa da quella occidentale, divisa per clan e tribù. “I talebani hanno un consenso reale nel paese, non esiste alcun regime, nemmeno il più dispotico, che possa esistere senza consenso. Nemmeno quello di Kim Jong-un in Corea del Nord – ha aggiunto Fabbri -. Forse la maggior parte della popolazione afgana non introdurrebbe un regime talebano come quello di 20 anni fa, ma questo non vuol dire che veda le cose come le vediamo noi. Il consenso che possiedono è reale, ciò significa tra i talebani e un’istituzione alla occidentale non è per nulla scontato che gli afgani scelgano la nostra”.

Non esistono i diritti umani universali

“Noi siamo convinti che esistano i diritti umani universali, ci sono anche programmi accademici. I diritti umani universali li abbiamo creati noi, interessano solo a noi – ha aggiunto Fabbri -. Sarebbe molto bello se non fosse così, se appartenessero davvero a tutti ma non è che se noi andiamo in un paese che non è occidentale e parliamo di diritti umani ci prendono sul serio. Ma non perché sono pazzi ma perché li considerano coloniali. Pretendere che gli afgani vedano il mondo – tra l’altro hanno uno sviluppo civile molto diverso dal nostro, una cultura molto diversa, un approccio alle cose del mondo molto diverso dal nostro – pretendere che reagiscano come noi vogliamo è follia e non possiamo rimanerci male. L’obiettivo quando si studia un caso è calarsi nella mentalità altrui, è la prima legge della geopolitica”.

La questione femminile

In questi giorni si sono susseguiti gli appelli, da parte delle Ong e dalle organizzazioni femministe, a non lasciare sole le donne afgane. Sono diventati virali video di donne afgane che chiedono di non essere abbandonate. “L’Afghanistan non è un paese che ha un approccio individualistico alle istituzioni, questa è una costruzione occidentale – ha detto Fabbri -. Quando vediamo gli appelli drammatici delle donne su ciò che potrebbe accadere o sta già accadendo a Kabul o altrove dobbiamo ricordare che il ruolo del singolo individuo conta quasi niente. Tutto ciò che riguarda la vita sociale o le costruzioni istituzionali è intermediato dalle collettività che siano tribù o clan. Il punto dirimente è “le tribù o i clan” daranno fiducia ai talebani? Questa è la domanda”.

Gli obiettivi della guerra in Afghanistan

Gli Usa arrivano in Afghanistan dopo l’attentato terroristico delle Torri Gemelle. “Quale fosse l’obiettivo statunitense non è mai stato chiarissimo. Gli Usa si ritrovano in Afghanistan per distruggere un regime che aveva ospitato Al-Qaeda – secondo l’analista di Limes -. Dopo 10 anni uccidono Bin Laden in Pakistan, per altro. Lì la missione poteva essere finita. Da allora l’obiettivo americano diventa “Come ce ne andiamo ora che abbiamo detto che eravamo qui per innestare democrazia?”. Ci hanno pensato un po’ e poi hanno deciso di andare via e basta e di lasciare la patata bollente a iraniani, russi, turchi e cinesi che nella regione vivono e gravitano”. In questi 20 anni gli americani hanno speso miliardi di dollari. “Questi soldi li hanno spesi i cinesi per gli americani che hanno finanziato lautamente il debito pubblico americano seguendo la massima napoleonica: mai disturbare un nemico che sbaglia – aggiunge Fabbri -. E gli Stati Uniti in Afghanistan stavano facendo qualcosa che nemmeno Dio ha compreso”.

Le ragioni del ritiro la trappola per la Cina

Gli Usa, secondo Fabbri, hanno tutto l’interesse tattico a lasciare l’Afghanistan. “Gli Stati Uniti dall’Afghanistan dovevano andarsene – sostiene Fabbri -. Può essere una trappola per la Cina. L’Afghanistan non è un territorio strategico, sebbene possieda terre rare usate dalla Cina. Si ritrova all’interno del Pakistan per ragioni di influenza. Se l’Afghanistan collassasse e tralignasse verso il Pakistan, un paese già in gravi difficoltà e snodo cruciale della via della seta, sarebbe un notevole problema per la Cina. Gli americani si sono chiesti perché restare a tenere insieme l’Afghanistan ed evitare che travolga il Pakistan. A questo va aggiunto che non dispiacerebbe agli americani se a finirci dentro ci fossero anche i turchi, in piena velleità ottomana e che hanno fatto i mediatori in Qatar tra afgani e americani”.

La similitudine tra Vietnam e Afghanistan

La sconfitta americana a Kabul, inevitabilmente, ha fatto pensare alla sconfitta in Vietnam. Le similitudini tra questi contesti, secondo Fabbri, non sono così numerose. “In Vietnam gli americani hanno combattuto una guerra per procura facendolo direttamente. In Afghanistan quale guerra per procura hanno fatto? L’unica aderenza è che il Vietnam è il contesto più sopravvalutato della storia del ‘900 – dice Fabbri  nel corso della diretta sul canale You Tube di Limes -. Una sconfitta tattica scambiata per strategica, in assenza di rudimenti di geopolitica. Ancora oggi credere che il Vietnam fosse stato un evento cardine della storia del ‘900 è incredibile. È stata una delle tante operazioni scellerate sul piano tattico degli americani che non hanno mai valore strategico. Gli americani tendono a non sbagliare quelle poche operazioni strategiche che fanno, quelle tattiche le sbagliano quasi tutte. In questo c’è similitudine tra Vietnam e Afghanistan, operazione tatticamente folle, un disastro, una sconfitta tattica che non ha però alcuna rilevanza strategica. Solo in questo Vietnam e Afghanistan sono simili”.

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