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Chi si agita troppo in Germania (e perché) sul governo M5S-Lega

di

manifatturiero

Che l’avvento di un governo populista in Italia potesse riaccendere il confronto polemico fra Roma e Berlino era cosa scontata e che tale confronto detonasse nello scontro dei cliché – scrocconi da un lato, nazisti del quarto Reich dall’altro – era pure una semplice questione di tempo. Da quando l’accordo fra 5 Stelle e Lega ha aperto concretamente la strada al nuovo governo, l’Italia è tornata protagonista sulla stampa tedesca, almeno assieme a un altro paio di questioni internazionali che agitano i sonni di Angela Merkel: i nuovi dazi Usa sulle automobili ventilati da Trump, i complessi rapporti con la Cina affrontati nel viaggio appena concluso della cancelliera a Pechino, il braccio di ferro sotterraneo con Macron sulle riforme europee, il difficile esercizio di equilibrismo tra Mosca e Washington sui tubi di gas del Nord Stream 2, le conseguenze per le imprese tedesche impegnate in Iran dopo il ritiro Usa dall’accordo sul nucleare.

“Il paziente italiano”, come lo ha ribattezzato qualche giorno fa l’Handelsblatt, arriva (o ritorna) giusto in coda alla lunga fila degli altri pazienti che affollano l’ospedale della politica internazionale, un ospedale che agli occhi dei tedeschi sembra sempre più assomigliare a un manicomio, dal momento che non capiscono i motivi per cui a destra e a manca (o a est e a ovest, se si preferisce) si vada diffondendo l’irrefrenabile desiderio di voler sbatacchiare l’ordine costituito.

Sono giorni, in verità, che il mondo dell’informazione tedesca ha ripreso a seguire i movimenti romani, mostrando preoccupazione (in qualche caso terrore) soprattutto per un programma economico che potrebbe far saltare i delicati equilibri che puntellano il paziente Italia e con lui l’impalcatura dell’eurozona così come è oggi. Nel mirino la volontà di mandare all’aria le severe regole di bilancio, le voci di spesa senza coperture del programma di governo, la proposta poi ritirata di taglio del debito, le riforme su aliquote fiscali e limiti pensionistici, l’idea di introduzione dei mini-bond, ritenuti un cavallo di Troia per l’eventuale uscita dall’euro dell’Italia. Il tutto condito dal solito apparato di grafici e tabelle sul debito di quasi 2.300 miliardi di euro, pari al 132% del Pil, il secondo più ampio dell’Eurozona dopo la Grecia, sulla crescita più bassa di tutta l’Ue, sulla piaga della disoccupazione, sul deficit di produttività.

Un quadro per nulla rassicurante che, alla luce delle ambizioni del futuro governo populista, ha fatto lanciare a due fra i più influenti economisti del paese l’allarme finale. “L’Italia vive una crisi strutturale, non dovuta alla recessione del 2008/2009 ma alla scarsa competitività della sua industria e all’arretramento del Sud e non ne uscirà con scorciatoie, come hanno dimostrato i casi di Grecia e Portogallo, ha detto alla Zdf Michael Hüther, presidente dell’Istituto economico tedesco di Colonia (IW), aggiungendo che può scatenare una nuova crisi finanziaria, quando speravamo di essercela messa alle spalle” mentre per Clemens Fuest, capo dell’Istituto Ifo di Monaco, “l’Eurozona rischia una nuova crisi e la Bce dovrebbe valutare se può ancora acquistare titoli di Stato italiani”.

Setacciando le posizioni della stampa tedesca dai toni più coloriti e pirotecnici utilizzati dai tabloid popolari (fra i quali andrebbe ormai derubricata anche la rubrica di Jan Fleischhauer sullo Spiegel online, quello che ha parlato di italiani scocconi e che è lo stesso che diede dello Schettino a tutti gli italiani), emerge di fondo l’indisponibilità di larga parte del suo establishment economico a modificare architettura e filosofia che regolano la vita nell’Eurozona. Nei giorni in cui gli occhi dei commentatori italiani si posavano sui titoli coloriti sul “governo populista” dei giornali tedeschi, la Frankfurter Allgemeine Zeitung pubblicava nella sezione finanziaria l’appello di 145 economisti al proprio esecutivo contro quella che definiscono “la trasformazione dell’unione monetaria e bancaria in una unione delle garanzie comuni”. “La proposta del presidente Macron e del capo della Commissione Ue Juncker nasconde rischi altissimi per i cittadini europei”, hanno denunciato i 145 docenti di economia, chiamati all’appello contro la riforma da un quartetto composto da Dirk Meyer, Thomas Mayer, Gunther Schnabl e Roland Vaubel, rispettivamente professori nelle università di Amburgo, Witten/Herdecke, Lipsia e Mannheim: da nord a sud e da est a ovest, la spina dorsale accademica dell’intellettualità economica tedesca.

Come reagirà Angela Merkel alle spinte che giungono da pezzi importanti dell’establishment del suo paese sulle più stringenti questioni europee? La cancelliera ha appena concluso, apparentemente senza grandi successi, il suo delicato trittico di incontri con Trump a Washington, Putin a Mosca e Xi Jinping a Pechino. Anche sulla base delle impressioni ricevute, come posizionerà il suo Paese di fronte alle proposte europee di Macron? E cosa dirà sul programma economico del nuovo governo italiano, se e quando vedrà la luce? I due aspetti si legano, secondo il capo economista di Commerzbank Jörg Krämer, interpellato dallo Spiegel cartaceo appena uscito in edicola. “Gli attuali sviluppi a Roma sono un colpo mortale per l’agenda riformista di Macron, giacché ogni passo verso una comutarizzazione dei rischi o dei debiti sarebbe un invito all’Italia a spendere di più”, ha detto Krämer, aggiungendo poi una considerazione che rappresenta il vero dilemma che emerge da posizioni così diverse fra le economie principali dell’Eurozona: “Da un lato una Berlino esitante, dall’altro una probabile Roma anarchica, con questi due poli è difficile realizzare un’Europa unita e forte”.

La Germania non ha forse più la forza per imporre sino in fondo la sua filosofia economica agli altri paesi europei, con un governo indebolito e una cancelliera che sembra aver imboccato velocemente la fase discendente della sua straordinaria parabola politica. Ma l’Italia potrebbe non giovarsi più del vecchio fardello (che è stata anche una formidabile arma di ricatto) di rappresentare un’economia troppo grande per essere abbandonata al proprio destino. Il contesto del 2018 non è più quello degli anni passati: vale per l’euro e per l’Europa tutta, basti pensare alle dinamiche sfuggite di mano che hanno prodotto la Brexit. In tempi di risorgenti nazionalismi serevirebbe una classe dirigente nei vari paesi in grado di rilanciare la visione di un destino comune e gli strumenti per riprendere il percorso smarrito. Ma all’orizzonte non si scorge nulla di simile, ognuno getta lo sguardo nel proprio cortile e i popoli stanchi cedono alla seduzione delle sirene di turno: vale a Roma come a Berlino, a Budapest, a Parigi e nelle altre 24 capitali di questa Unione senza più forza centripeta.

Di fronte a questo dramma di fondo, i titoli roboanti della Bild sul possibile ministro delle Finanze Savona che “odia i tedeschi e assomiglia a Varoufakis”, le stilettate a buon mercato sugli “italiani scrocconi”, ma anche le repliche da fronte del Piave di politici e commentatori di casa nostra, assomigliano alla musica di sottofondo che accompagnava i passeggeri del Titanic verso l’abisso dell’oceano.

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