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Chi punta su Instex per aggirare i diktat Usa contro l’Iran

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L’approfondimento di Elena Ventura per il CeSI su Instex, n meccanismo di scambio di beni tra aziende europee ed iraniane senza il ricorso a transazioni finanziarie

 

Lo scorso 8 luglio, l’Iran ha dichiarato di aver ufficialmente violato i termini del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), dopo aver ripreso le attività di arricchimento dell’uranio fino al 4.5%, dunque oltre il limite imposto del 3.67%. Questa violazione tuttavia rappresenterebbe solo una prima fase del progressivo allontanamento dalle disposizioni del JCPOA, che dovrebbe proseguire verso un potenziale arricchimento dell’uranio fino al 20%, percentuale considerata la soglia da superare per lavorare allo sviluppo di una capacità atomica militare.

Il JCPOA è l’accordo nucleare stipulato nel 2015 dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania e l’Ue con l’Iran. Questo accordo era nato con l’obiettivo di limitare il programma di ricerca nucleare di Teheran e di scongiurare l’acquisizione da parte della Repubblica Islamica proprio di una capacità atomica militare, offrendo in cambio una revoca delle sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza. Tuttavia, l’uscita dal JCPOA degli Stati Uniti nel 2018 e la conseguente reintroduzione delle sanzioni ha reso questo accordo vulnerabile ed ha accentuato le tensioni tra Stati Uniti ed Iran. Non solo le sanzioni primarie hanno impedito alle società americane qualunque tipo di commercio con entità Iraniane, ma soprattutto le sanzioni secondarie hanno fatto in modo che nessun altro soggetto o società a livello internazionale potesse effettuare transazioni commerciali con l’Iran senza il rischio di ritorsioni da parte di Washington.

Le sanzioni secondarie, infatti, consistono nel negare l’accesso al mercato statunitense a soggetti di Paesi terzi che conducono attività commerciali o finanziarie con la Repubblica Islamica e nel congelare o sequestrare i fondi di aziende che abbiano filiali o siano presenti negli Stati Uniti e che intrattengono scambi con l’Iran. Dunque, molte aziende internazionali hanno interrotto ogni transazione economica con l’Iran per il timore di restare esclusi dal ben più profittevole mercato Usa. In questo modo, però, la reintroduzione delle sanzioni ha vanificato, di fatto, i prospettati benefici economici che sarebbero dovuti derivare per l’Iran dal JCPOA e ha portato il governo di Teheran a pensare di fare un passo indietro rispetto a quanto pattuito.

La prospettiva di una normalizzazione degli scambi commerciali con l’esterno era stato il motivo cardine della scelta di Teheran di sedersi al tavolo negoziale. Poiché a causa delle sanzioni americane non ci siano mai stati effetti benefici sull’economia interna, l’Iran ha più volte accusato l’Unione Europea e specialmente Germania, Francia e Gran Bretagna (il così detto gruppo E3) di non aver rispettato impegni presi e ha creato tensione nelle relazioni tra Teheran e Bruxelles. In particolar modo, la percezione dell’Iran di una complicità dell’Ue rispetto alla politica dell’Amministrazione Trump, generata dalla mancata presa di posizione europea rispetto alla reimposizione delle sanzioni, ha portato il governo iraniano a raffreddare i toni del dialogo anche con le diplomazie del Vecchio Continente.

Il progressivo deragliamento del JCPOA, dunque, sta esercitando una pressione significativa sugli stati Europei, che si sono trovati non solo a dover dimostrare alla controparte iraniana la volontà di salvaguardare l’accordo, ma soprattutto a dover trovare una soluzione concreta per assicurare a Teheran i tanto prospettati benefici per la propria economia e scongiurare così ogni ulteriore passo indietro rispetto all’adempimento degli obblighi previsti dal JCPOA.

Per cercare di muoversi in questa direzione l’Ue ha recentemente inaugurato uno strumento per facilitare gli scambi commerciali, conosciuto con il nome di Instex (Instrument in Support of Trade Exchanges). Ideato dall’ E3, Instex è uno Special Purpose Vehicle (SPV), ovvero un meccanismo di scambio di beni tra aziende europee ed iraniane senza il ricorso a transazioni finanziarie. Tramite questo meccanismo, infatti, un’azienda europea che volesse acquistare un bene da un’azienda iraniana non effettuerebbe il pagamento direttamente alla controparte, ma passerebbe attraverso Instex, il quale effettuerebbe il pagamento dalla propria sede in Iran, così da evitare qualsiasi passaggio di denaro internazionale. Instex ha sede a Strasburgo e al momento possiede un capitale modesto di 3000 euro, il quale dovrebbe però poi aumentare nel breve futuro.

Nonostante rappresenti una concreta iniziativa per cercare di aggirare gli ostacoli posti dalle sanzioni, ad oggi sono ancora diversi i problemi che rendono Instex solo parzialmente efficace.

In primis, per essere operativo questo sistema richiede la creazione di un sistema parallelo in Iran, la cui istituzione deve però ancora essere avviata.

In secondo luogo, per poter essere efficace, il meccanismo deve avere la partecipazione di convincere un numero cospicuo di imprese e di Paesi membri a farne parte. Infatti, come precedentemente specificato, la gran parte delle aziende europee ha del tutto abbandonato il mercato iraniano per assicurarsi accesso a quello americano. La centralità e l’importanza del dollaro americano nel mercato mondiale fa in modo che pressoché tutte le transazioni internazionali debbano rispettare le normative americane. Perciò, le maggiori banche e aziende hanno adottato una cultura di cosiddetta over-compliance, ovvero hanno preferito interrompere qualsiasi legame economico con entità iraniane, in quanto il rischio di sanzioni americane avrebbe effetti molto più devastanti di quelli causati dalla perdita di clienti o partner economici iraniani.

Instex non prevede alcuna collaborazione con gli Stati Uniti e, in particolare, con l’Ofac, Officio di Controllo delle Attività Straniere. Quest’ultimo è l’ente responsabile per l’istituzione e la regolazione di sanzioni economiche con l’obiettivo di promuovere la politica estera americana. Nonostante Instex sia nato da una necessità di creare un’alternativa alla centralità del dollaro nell’economia globale, senza alcun coinvolgimento dell’Ofac le aziende europee e il sistema

in generale rischiano di subire pesanti ripercussioni. Infatti, in quanto non vi sarebbe un’esplicita guideline su quali entità iraniane rientrano nella white list, le società europee coinvolte in Instex rimangono a rischio di sanzioni.

Nonostante sembra destinato a non coinvolgere le grandi aziende, le quali hanno un forte mercato negli Stati Uniti e rischierebbero severe ripercussioni, Instex potrebbe però rappresentare un buon canale per le piccole o medie imprese, più agili e flessibili nella diversificazione dei rapporti tra Stati Uniti e Iran.

Infine, cruciale per l’efficacia del meccanismo sarà la varietà di beni e settori che saranno fatti rientrare all’interno di Instex. Al momento, infatti, il meccanismo prevede solamente la vendita di cibo, medicine e aiuti umanitari. Ciò comporta un mancato equilibrio tra import ed export, in quanto le importazioni europee dall’Iran di questo genere di beni non è equiparabile alle importazioni iraniane dall’Europa. Una soluzione al vaglio è l’introduzione della vendita di petrolio, ma la sensibilità del discorso energetico agli occhi degli Stati Uniti sta rendendo complicato questo passaggio.

L’inclusione del petrolio è fortemente sostenuta anche da Cina e Russia, Paesi firmatari del JCPOA e che guardano ad Instex come ad un possibile strumento di facilitazione degli scambi anche verso i propri mercati. Benché non sia ancora chiaro in che modalità potrebbe essere strutturato un coinvolgimento di Mosca e di Pechino nel meccanismo, resta altamente probabile che i due Paesi cercheranno di sostenere uno sviluppo in questa direzione, per controbilanciare anche politicamente l’attuale posizione degli Stati Uniti.

In ultima analisi, è chiaro che vi sono diverse aspettative riguardanti Instex. L’Unione Europea percepisce questo progetto come un segnale nei confronti dell’Iran a dimostrazione che i Paesi europei sono intenzionati a difendere l’economia iraniana e preservare il JCPOA. Questa iniziativa tuttavia non solo pone l’Unione Europea in aperto contrasto con la politica estera statunitense, ma soprattutto cerca di contrastare la strategia di isolamento attuata dalla Casa Bianca nei confronti dell’Iran, da sempre importante partner commerciale per il Vecchio Continente. Il successo di Instex, dunque, è destinato a porre l’Ue di fronte alla necessità di dover bilanciare la storica alleanza con gli Stati Uniti, da un lato, e la necessità di preservare gli interessi politici ed economici del rapporto con l’Iran, dall’altro. Soprattutto, nonostante le problematiche tecniche sopra illustrate potrebbero ritardare la messa in atto di questo sistema, per Bruxelles il meccanismo rappresenta un effettivo banco di prova politico, che sia dia dimostrazione dell’esistenza di una linea europea compatta e matura rispetto ai propri interessi strategici sia spiani la strada al salvataggio del JCPOA e, con esso, garantisca l’impegno del governo di Teheran in un dialogo diplomatico finalizzato alla collaborazione in materia di non proliferazione nucleare.

 

Articolo pubblicato da cesi-italia.org

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