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Chi non vuole far riposare Mattarella?

Cartabia

Mattarella cerca di prenotare il riposo, ma non è detto che ci sia posto. I Graffi di Damato

 

Che Sergio Mattarella abbia voglia di riposarsi per il gran lavoro procuratogli dal mandato quirinalizio è più che comprensibile. Di fatiche i partiti generalmente incapaci, per il loro stato generalmente liquido, di risolvere i problemi per la cui soluzione si sono tutti proposti agli elettori gliene hanno procurate in quantità industriale, direi.

Quella in corso, cominciata solo tre anni fa, è stata la legislatura repubblicana più anomala di tutte. E forse anche la più drammatica a causa della pandemia, che ha procurato più morti del terrorismo, col quale hanno dovuto fare i conti i predecessori di Mattarella: da Giovanni Leone a Sandro Pertini e a Francesco Cossiga.

Il povero Pertini si appoggiava alle bare delle vittime anche per non cadere, “straziato” com’era, e come mi confidò, dallo spettacolo di uno Stato che a volte sembrava proprio non ce la facesse a venire a capo di quella tragedia. Alla quale si accompagnò peraltro un terremoto in Campania che scatenò la lingua del presidente della Repubblica contro il governo in carica, presieduto da Arnaldo Forlani, e quelli che lo avevano preceduto. Pertini era fatto così. E piaceva anche per questo agli italiani.

Mattarella, dicevo, ha non buone ma ottime ragioni per sentirsi stanco e volersi riposare fra otto mesi, quando scadrà il suo mandato, come ha ricordato alla scolaresca che ieri è andato a trovare a Roma. Ma non è per niente detto che riuscirà a trovare il posto di riposo che ha cercato di prenotare con la sua sortita. Che peraltro ha prodotto politicamente l’effetto opposto a quello cui sembrava diretto se su un giornale non certamente sprovveduto come Il Riformista hanno addirittura attribuito a caratteri di scatola in prima pagina a Mattarella, sia pur con una “grande eleganza”, la voglia, la disponibilità e quant’altro a ricandidarsi: non importa se per un altro mandato intero o per una sua frazione, come capitò nel 2013 a Giorgio Napolitano. Che incorse nell’accusa del solito Marco Travaglio di avere trescato politicamente per quel risultato, e con una bravura tale da farsi pregare, in fila al Quirinale, da quasi tutti i partiti impantanatisi nella inutile ricerca di un successore.

Tra vignette, titoli e commenti Mattarella ha riscosso più insuccesso che successo, dal suo punto dichiarato di vista o di attesa. Il vecchio Sergio Staino sulla Stampa si è messo addirittura a rimpiangere la Monarchia per la stabilità apparentemente maggiore della Repubblica. Stefano Rolli sul Secolo XIX ha rimproverato allo stanco Mattarella la irresponsabilità, o quasi, di volerci “lasciare soli con quelli là”, cioè i partiti che in qualche modo proprio lui ha dovuto commissariare mandando Mario Draghi a Palazzo Chigi, dopo una crisi preparata e scritta con inchiostro giallo, diciamo così: tanto che ancora si parla di complotti e cose del genere.

Pur sotto quel titolo un po’ grigio del “non eterno riposo”, e con quella esagerazione di “una decina d’anni” di lavori forzati al Quirinale per un uomo che sta per compierne 80, condivido col caffè di Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera, la convinzione che per Mattarella “non sia ancora arrivato il momento di tirare i remi in barca”, perché “altrimenti sparisce la barca”, per quanto almeno un remo sia nelle mani di Draghi.

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