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Chi ha creato i mostri di Mani Pulite?

Calenda

I Graffi di Damato

 

A Milano, dove lavoravo ai tempi di “Mani pulite” dirigendo Il Giorno, chiamavo “moschettieri” i sostituiti procuratori della Repubblica che facevano sognare le folle inneggianti alle manette: più ne scattavano e più ancora ne reclamavano, di qualsiasi colore politico fossero i polsi ai cui venivano agganciate, prevalentemente all’alba, ma qualche volta anche di giorno. in tarda serata e di notte. In quest’ultimo caso sempre sotto le luci degli operatori televisivi e i flash dei fotografi puntuali agli appuntamenti che qualcuno aveva dovuto pur dare ai superiori, o a loro direttamente, dagli uffici giudiziari.

L’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che ogni tanto veniva a Milano anche in quel periodo e mi dava il piacere e l’onore di incontrarmi in un salotto della Prefettura, rimase talmente divertito da quell’immagine dei moschettieri che una volta mi chiese il permesso di rubarmela, visto che che – coi tempi che correvano – mi ero ben guardato dall’usarla nei miei editoriali, a rischio di qualche sciopero di una redazione il cui comitato sindacale già contava ogni giorno il numero delle pagine e dei titoli che dedicavo a “Mani pulite”, sospettato com’ero di simpatia e amicizia per Bettino Craxi. Che Vittorio Feltri, dopo una cena con Antonio Di Pietro, aveva cominciato sul suo Indipendente a chiamare “il cinghialone”, alla cui caccia si stavano impegnando nella Procura guidata da Francesco Saverio Borrelli.

Neppure Cossiga, che con i magistrati andava spesso giù pesante, avendo già minacciato una volta di presidiare con i Carabinieri un Consiglio Superiore della Magistratura intenzionato a discutere proprio contro Craxi nonostante la sua diffida ufficiale, essendo il presidente del Consiglio sottoposto solo alla fiducia o sfiducia del Parlamento; neppure Cossiga, dicevo, se la sentì poi di rubarmi davvero quell’immagine dei moschettieri. Con uno dei quali d’altronde capii poi che aveva stretto rapporti tali da risultare a volte informato del loro lavoro più dello stesso Borrelli, che se ne sorprese pubblicamente in una biografia autorizzata scritta da Marcella Andreoli.

Fra i moschettieri vi confesso anche che ce n’era uno – non quello di Cossiga – che mi sembrava più simpatico o meno antipatico degli altri, come preferite. Era Gherardo Colombo, con quei capelli d’artista e quel silenzio quasi assordante che opponeva alla loquacità dei suoi colleghi. Mi sembrava insomma il più serio di tutti, non a caso sfilatosi poi dalla magistratura senza fare tante storie, senza candidarsi con alcun partito al Parlamento, lasciandosi proporre dal Pd solo ad un posto onorevolmente occupato in uno dei Consigli di Amministrazione della Rai, peraltro in compagnia della figlia del mio carissimo e indimenticabile collega Walter Tobagi, assassinato sotto casa da aspiranti brigatisti rossi, e infine – mi dicono – assistendo in qualche modo il sindaco di Milano in carica.

Di Gherardo Colombo ho abitualmente apprezzato la discrezione con la quale negli anniversari di “Mani pulite” ha sempre parlato della sua esperienza, non escludendo di avere potuto sbagliare con i suoi colleghi, pur senza arrivare alle scuse una volta chieste dal capo in persona Borrelli. Ma mi è saltata un po’ la mosca al naso, sia pure fuori stagione, sentendogli dire ora al Giornale che ai tempi dei miei moschettieri non furono i pubblici ministeri ma “i media a creare i mostri”.

Eh no, caro il mio stimato e preferito Colombo. Anche i mostri hanno un papà e una mamma. Se il papà è stato il giornale di turno, la mamma è stata la Procura anch’essa di turno, con rispetto almeno della natura tradizionale o comune.

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