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Chi ama e chi odia La Zanzara di Cruciani

Il libro "Siamo tutti un po' zanzarosi" di Roberto Francesco Giuliano e Maura Ianni letto da Paola Sacchi.

Alcuni la snobbano per il linguaggio senza filtri, fino al trash, ma in realtà è la radio che punge il Paese. È Daniele Capezzone, un prefatore d’eccezione, giornalista, ex parlamentare, presidente di Commissione a Montecitorio, ora alla guida dello storico quotidiano romano “Il Tempo”, intellettuale liberale, all’avanguardia nella lettura dei nuovi fenomeni della comunicazione, a presentare il saggio appena uscito di Roberto Francesco Giuliano e Maura Ianni sul programma radiofonico che da anni divide l’opinione pubblica italiana come pochi altri. È “La Zanzara”, la trasmissione di Giuseppe Cruciani e David Parenzo, un talk radiofonico costruito su provocazioni, telefonate al limite dell’assurdo, linguaggio sboccato e conflitti verbali spesso spettacolari.

Amato da molti e detestato da altri, il programma è diventato nel tempo un piccolo caso mediatico. Ma, come recita il titolo del libro (edizioni La Bussola) “Siamo tutti un po’ zanzarosi”. Scrive Capezzone: “Un sociologo e una psicologa, Roberto Giuliano e Maura Ianni, mescolando le loro analisi, una raffica di interviste e contributi di persone comuni, più alcuni interessanti responsi generati dell’intelligenza artificiale, si sono applicati al fenomeno ‘Zanzara'”. Prosegue e “provoca”, Capezzone: “Per parte mia, nel presentarvi questo lavoro, ribadisco quello che già mi è capitato di sostenere: a dispetto di tutto, a dispetto delle apparenze, forse anche a dispetto di loro stessi, Giuseppe Cruciani e David Parenzo (che saranno i primi a incazzarsi leggendo questa mia definizione) sono tra i più rilevanti intellettuali italiani. Oddio questa è grossa, dirà il lettore…”. E invece no, prosegue Capezzone, perché “la creatura radiofonica di Cruciani e Parenzo ha sondato il paese come e più di un istituto demoscopico”.

Il saggio di Giuliano e Ianni prova a leggere il successo della trasmissione non soltanto come intrattenimento radiofonico, ma come sintomo culturale. Più che raccontare il programma, il libro tenta infatti di interpretarlo come uno specchio – a volte deformante – della società italiana.

Il punto di partenza degli autori è questo: se un format così rumoroso, provocatorio e spesso volutamente scorretto riesce a mantenere nel tempo un pubblico fedele, significa che tocca qualcosa di profondo nel rapporto tra media e pubblico. Da qui l’idea di osservare La Zanzara come una sorta di laboratorio sociale, un luogo mediatico in cui emergono pulsioni, frustrazioni e opinioni che raramente trovano spazio nel linguaggio più controllato della televisione o della stampa.

Il programma diventa così, nella lettura proposta dal libro, una specie di arena verbale. Il linguaggio aggressivo, il turpiloquio e l’eccesso verbale non sarebbero soltanto strumenti di spettacolo: rappresenterebbero piuttosto una forma di sfogo simbolico, una sorta di “valvola di sfogo” collettiva in cui rabbie e frustrazioni sociali trovano espressione attraverso la parola. In questo senso, il programma funzionerebbe come un teatro mediatico in cui la società mette in scena se stessa, con tutte le sue contraddizioni.

Naturalmente il libro non è un’indagine sociologica rigorosa in senso accademico. Le opinioni raccolte mostrano soprattutto una cosa: la trasmissione divide profondamente il pubblico. Per alcuni rappresenta uno spazio di libertà linguistica, per altri il simbolo di una degenerazione del dibattito pubblico.

Proprio questa ambivalenza è il cuore del saggio. Da una parte il rischio evidente di ridurre il confronto pubblico a rumore e provocazione permanente; dall’altra la constatazione che una parte del pubblico sembra trovare in quel linguaggio diretto e brutale una forma di autenticità che altrove percepisce come assente.

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