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Che cosa unisce a sorpresa Grillo e Prodi (e cosa medita Mattarella)

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Che cosa si faceva la terza carica dello Stato in una riunione ristretta del vertice pentastellato? I Graffi di Damato

 

Beppe Grillo si è ulteriormente calato dalla posizione di “elevato” e “garante” del movimento da lui fondato e, intervenendo a pedate sulla crisi di governo in vista della sua formalizzazione, ha dettato o ribadito la linea in un “vertice” nella sua villa di Marina di Bibbona. Dove ha convocato un bel po’ di graduati, compreso il presidente della Camera Roberto Fico, terza carica non del partito a 5 stelle ma addirittura dello Stato.

Il comico genovese prestatosi alla politica ha messo in riga, per dirla in parole povere e brutali, il capo formale del movimento Luigi Di Maio, ancora tentato, dietro le polemiche e anche gli insulti di facciata, dall’idea di una riedizione della maggioranza gialloverde, ed ha bollato come “inaffidabile” il leader leghista Matteo Salvini. Egli ha fatto un po’, usando lo stesso aggettivo, come l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita con Bettino Craxi sfrattandolo da Palazzo Chigi, dove era stato costretto a mandarlo nel 1983 dopo un risultato elettorale negativo per lo scudo crociato.

Questa volta lo sfratto di Salvini non è tanto da Palazzo Chigi, dove il leader del Carroccio dispone di uno strapuntino come vice presidente del Consiglio, ma dal Viminale. E’ qui che “il capitano”, pur accusato di andarci poco preferendo le spiagge, i palchi dei comizi e l’orto del suocero virtuale Denis Verdini, fa una paura da morire non solo a Grillo ma anche al Pd, non a caso pronti a trattare, quanto meno, la formazione di un governo stavolta giallo-rosso, come i colori della Roma intesa come squadra di calcio.

A questo governo, cui Il Foglio di Giuliano Ferrara vorrebbe che fornisse un aiuto anche “l’amor suo” Silvio Berlusconi pur di “fermare” l’indigesto e pericoloso Salvini, si è proposto come consigliere, regista, protettore e altro ancora Romano Prodi. Che ha suggerito di chiamare “Orsola” la nuova maggioranza, dalla traduzione in italiano del nome della nuova presidente della Commissione Europea, la tedesca Ursula von der Leyen, eletta nel Parlamento Europea proprio con una convergenza determinante di voti dei deputati grillini, del Pd e di Forza Italia.

Prodi, a dire il vero, pur dicendo spesso cose sagge, compresa l’opportunità che una decisione come quella di “Orsola” tradotta in una maggioranza avrebbe bisogno di un passaggio congressuale nei due partiti maggiormente interessati, in uno dei quali -quello grillino- di congressi non se n’è mai visto uno, non ha alle spalle precedenti di alleanze molto incoraggianti.

Entrambi i governi realizzati dal professore emiliano dopo avere vinto, nel 1996 e nel 2006, le elezioni guidando coalizioni abbastanza vaste, e redigendone personalmente lunghi, minuziosi e ambiziosi programmi di legislatura, sono durati non più di due anni, trascinandosi appresso la seconda volta le Camere. Dieci anni prima invece Prodi si era lasciato alla fine sostituire da un D’Alema d’annata, spinto a Palazzo Chigi dal fantasioso Francesco Cossiga a capo di un partito da lui stesso definito sarcasticamente “di straccioni”, arruolati nel centrodestra personalmente dall’ex presidente della Repubblica.

Di fronte agli sviluppi della situazione, forse consapevole di avere sopravvalutato i mal di pancia fra i grillini verso un’alleanza col Pd descrittigli da Di Maio quando avevano rapporti di amicizia celebrati con murales affettuosi, il “licenziato” Salvini, secondo il trionfalistico annuncio della Repubblica di carta, sembra nelle ultime ore francamente rassegnato, nonostante i bellicosi tentativi di resistenza che annuncia nelle interviste, compresa quella concessa per la seconda volta in pochi giorni al Parola di direttore del Giornale della famiglia Berlusconi. Gli rimarranno “le piazze”, di cui egli ha appunto parlato in questa intervista, solo per i comizi delle campagne elettorali regionali che il capo dello Stato ben difficilmente potrà impedire dal prossimo autunno alla prossima primavera, dopo essersi speso -se veramente si spenderà- per evitare quelli per il rinnovo anticipato delle Camere reclamato dal leader leghista.

A leggere il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, di casa -diciamo così- al Colle già con i predecessori di Mattarella, il presidente della Repubblica alla vigilia delle dimissioni di Conte, e dell’apertura finalmente formale di una crisi in corso già da tempo nel dibattito politico, è tentato da due soluzioni non elettorali: una “politica” e una “istituzionale”, entrambe giallorosse nei fatti. “Altrimenti resta il voto”, ha ammesso Breda, ma molto altrimenti.

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