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Che cosa succederà all’economia della Tunisia nel dopo Essebsi?

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Tunisia

L’approfondimento a cura di Federico Borsari e Francesco Salesio Schiavi per l’Ispi sulla Tunisia post Essebsi

 

Il presidente tunisino Beji Caied Essebsi è deceduto oggi all’età di 92 anni. Sorgono ora inevitabili interrogativi sulle ripercussioni che questo evento potrebbe avere sul futuro assetto politico della Tunisia, soprattutto in virtù del doppio appuntamento elettorale previsto per l’autunno.

Le elezioni parlamentari e presidenziali si terranno rispettivamente in ottobre e novembre, rendendo il 2019 uno snodo cruciale per la fragile ma promettente democrazia tunisina sorta all’indomani delle proteste di piazza del 2011 e della successiva uscita di scena del dittatore Zine El Abidine Ben Ali. La scomparsa del presidente rischia di mettere a nudo tutte le debolezze del paese: una difficile governabilità tra forze politiche di natura e orientamento molto diverso, alti tassi di disoccupazione uniti a una emarginazione economica e sociale di alcune parti del paese, e non ultimo il pericolo dell’islamismo armato.

I PROBLEMI STRUTTURALI DELL’ECONOMIA

La sua presidenza ha accompagnato la Tunisia durante una fase di transizione particolarmente delicata, caratterizzata da una preoccupante crisi economica, resa ancor più profonda dal crollo del settore turistico causato dagli attentati terroristici avvenuti nel 2015 – con una diminuzione del 30% nel numero di turisti complessivi, e del 50% tra quelli provenienti dall’Europa (si veda il grafico 3 in fondo) – e da persistenti tensioni sociali legate all’alto tasso di disoccupazione (15,5%), in particolare quella giovanile (40%).

Pur riconoscendo una parziale ripresa a partire dal 2016, gli ultimi dati relativi al turismo evidenziano un trend di progressiva diminuzione in termini di incidenza del settore nell’economia del paese, scesa dal 6% del PIL nel 2010 al 4% nel 2018. Oltre al problema della sicurezza causato dalla minaccia terroristica, permangono numerosi problemi strutturali, tra cui la mancanza o l’inadeguatezza delle infrastrutture turistiche, la troppo marcata dipendenza dal mercato europeo, o la limitata diversificazione dell’offerta degli operatori turistici. Nel contempo, le difficoltà economiche sono dovute anche al rallentamento della produzione industriale, specie per i settori minerario e manifatturiero, dove mancano investimenti e riforme delle regolamentazioni, e alla diminuzione della produzione agricola, oltre al calo degli investimenti stranieri avvenuto nel 2018 soprattutto a causa del clima di incertezza politica. Dal punto di vista finanziario, poi, una delle priorità della banca centrale tunisina sarà quella di cercare di abbassare il tasso di inflazione, che negli ultimi mesi è cresciuto in maniera preoccupante, andando a interessare il potere di acquisto di molti beni di prima necessità da parte della popolazione. Nel corso del 2019 l’inflazione continuerà a crescere e potrebbe raddoppiare rispetto ai livelli dell’anno precedente. Ciò va a sommarsi a un’altra serie di eventi, tra cui la svalutazione del dinaro tunisino sul mercato internazionale e l’alto tasso di disoccupazione interna. Tra le misure in cantiere è prevista, nell’ambito degli accordi stretti da Tunisi con le organizzazioni internazionali, una riduzione degli stipendi pubblici, il cui peso sul PIL dovrebbe passare dall’attuale 14% al 12,5%. Questa iniziativa, tuttavia, qualora venisse intrapresa in assenza di programmi di sviluppo di lungo termine, potrebbe esasperare ulteriormente un clima di tensione interna che rischierebbe di degenerare, con gravi conseguenze sulla stabilità del paese. Nel complesso, le stime degli analisti per il 2019 prevedono una crescita del PIL che non supererà il 2%, contro il 2,5% dell’anno scorso.

(Estratto di un rticolo pubblicato su ispionline.it)

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