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Che cosa succede nei regimi totalitari al tempo della pandemia

di

anglosassoni

Pandemia tra sanità, diritti e democrazia  Conversazione con Eleonora Mongelli, vice presidente e segretario generale della Federazione Italiana Diritti Umani – Comitato Italiano Helsinki

Come stanno reagendo i regimi autoritari alla crisi del Covid-19? Stanno riducendo ulteriormente i diritti umani?

La crisi pandemica che stiamo vivendo ha senz’altro messo in risalto le debolezze di ogni paese. Ciò è stato inevitabilmente più evidente nei paesi guidati da regimi autoritari in cui, già da prima della diffusione del Covid-19, era in atto una repressione dei diritti umani, che si è ulteriormente aggravata con le misure d’emergenza adottate. Sicuramente, l’aspetto più preoccupante che riguarda molte di queste nazioni è quello della censura. Un metodo di repressione già noto, ma di cui spesso si sottovalutano le conseguenze globali in termini di vite umane. La completa mancanza di trasparenza, l’insabbiamento di dati reali e gli arresti arbitrari di chi ha per primo dato l’allarme sulla pericolosità del virus, hanno impedito che ci fosse una risposta rapida ed efficace all’insorgenza del Covid-19 e di questo stiamo tutti pagando le conseguenze.

Ha dei paesi in particolare da segnalare?

In Cina, per esempio, si contano almeno 5.000 persone arrestate ingiustamente, tra blogger, medici, professori e giornalisti, tre dei quali scomparsi. In Russia il governo, oltre ad aver nascosto il pericolo del virus alla popolazione, ha arrestato un medico perché distribuiva mascherine alle persone più povere e mentre crescono i numeri dei decessi, si registrano strani incidenti come quelli dei tre medici caduti dalla finestra per motivi non ancora chiariti. In Iran, invece, il governo ha silenziato i cittadini che coraggiosamente informavano sul virus via social o blog ricorrendo ad atti intimidatori e alle false confessioni sulle tv di stato.

Tuttavia, gli episodi di repressione non si sono registrati solo nei paesi maggiormente colpiti dal virus come quelli sopra citati, ma anche in tanti altri, come per esempio Moldova, Kazakistan, Turchia, Cambogia, Filippine e Uganda dove le intimidazioni, soprattutto nei confronti delle minoranze (etniche, religiose, di genere), sono notevolmente aumentate e le misure restrittive generate dallo stato d’emergenza sono state il pretesto per ben altri fini.

Pensa che l’emergenza pandemica possa mettere in crisi anche le democrazie europee?

Ogni situazione d’emergenza in realtà può portare a una contrazione dei diritti se non si presta la giusta attenzione, persino nelle democrazie consolidate. Sono momenti particolari in cui si possono adottare misure restrittive e a volte discriminatorie nel nome della sicurezza, in cui si fanno leggi non chiare per mancanza di tempo e in cui siamo tutti emotivamente più vulnerabili, quindi meno attenti. Per questo è necessario che lo stato d’emergenza sia controllato e definito nel tempo. Purtroppo le brutte notizie in questi giorni particolari ci sono arrivate anche da paesi europei come l’Ungheria, la Slovenia e la Polonia. Questo ci fa capire quanto sia importante non abbassare mai la guardia quando si parla di diritti e libertà fondamentali.

Che dovrebbe fare l’Europa?

In primo luogo, credo che l’Europa e gli europei debbano capire che i diritti umani sono una questione cruciale e globale che non riguarda esclusivamente i paesi in cui vengono violati. L’esperienza della pandemia ci dimostra, infatti, che i modus operandi dei regimi autoritari possono avere un impatto che va oltre i loro confini, con delle conseguenze per tutti indistintamente. Non possiamo non chiederci cosa sarebbe successo se ci fosse stata, sin dall’inizio, una gestione trasparente da parte della Cina. In secondo luogo, credo fortemente che la discussione sulla nostra ripartenza non possa prescindere da quella sui gravi episodi di abusi e di censura che si sono verificati in molte nazioni e di cui siamo stati testimoni, sia perché il nostro silenzio ci farebbe diventare complici di quei crimini, sia perché solo cercando la verità su quanto realmente accaduto potremo vincere questa sfida ed essere preparati per una prossima. In tal senso si è già espressa la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aprendo alla possibilità di un’indagine indipendente sull’origine del virus.

In Italia cosa sta accadendo?

L’emergenza Covid-19 ha fatto emergere le debolezze anche del nostro paese, come quella della realtà carceraria, che già si conosceva bene. Basti pensare che nonostante le tante condanne della Cedu, non si è mai voluto affrontare sul serio questo problema, neanche ora che è diventato di una gravità inaccettabile.

C’è però un altro fenomeno altrettanto preoccupante che si è intensificato in queste ultime settimane, ma di cui forse non ancora si percepiscono gli effetti sull’Italia ed è quello della disinformazione. Si tratta di vere e proprie operazioni di propaganda presenti già prima dell’emergenza pandemica, ma che con essa si sono intensificate. In particolare lo abbiamo visto nei giorni degli aiuti all’Italia quando sul web impazzavano post e articoli riconducibili a fonti spesso russe e cinesi in cui, mentre si elogiavano gli interventi di aiuto internazionale di Mosca o Pechino, si diffondevano informazioni ingannevoli sull’Europa, allo scopo di minarne le sue fondamenta e seminare diffidenza nei confronti della popolazione. In alcuni casi siamo diventati addirittura strumento di propaganda. Per esempio nel video manipolato postato dalla portavoce del ministro degli Esteri cinese, sul suo account twitter ufficiale, in cui alcuni italiani che, in un flash mob ringraziavano i medici, sono stati fatti passare per “gli italiani che ringraziano la Cina cantando l’inno cinese”.  L’aspetto più grave è che, nel momento in cui vengono scoperti questi fake, la disinformazione ha già ampiamente trovato terreno fertile per diffondersi e contrastarla richiede lo sforzo e l’intervento di tutti.

L’utilizzo delle nuove tecnologie durante la crisi Covid-19 è preoccupante o positivo?

La tecnologia è neutra, dipende da come viene usata. Anche in questo caso il comportamento delle democrazie e i governi autoritari è molto differente. Come Fidu ne abbiamo parlato molto dell’uso che le dittature fanno delle tecnologie. Soprattutto in Cina, dove da anni si usa la tecnologia per fare alta sorveglianza, dal riconoscimento facciale delle persone per strada o durante le manifestazioni, fino al controllo delle minoranze o dissidenti. I cinesi hanno anche dei campi di prigionia ad alta tecnologia, dove mettono per esempio attivisti appartenenti alla minoranza uiguri o kazaka. Il riconoscimento facciale e altre tecnologie sono state utilizzate anche per arrestare i manifestanti a Hong Kong. La Cina ha poi utilizzato queste nuove tecnologie per controllare che la quarantena fosse rispettata e i contatti che si avevano avuti, durante la crisi del Covid-19, ampliando già così il suo maniacale controllo sulla popolazione. Per Pechino la cosiddetta “Nuova via della seta” è anche uno strumento per esportare i suoi metodi di repressione della popolazione con l’utilizzo dell’alta tecnologia, come sta accadendo in Kazakistan. “Come Fidu ne abbiamo parlato recentemente in una conferenza al Parlamento Europeo.

Le nuove tecnologie di per sé non sono negative, dipende dall’uso che se ne fa. Restando in Asia, la Corea del Sud ha dimostrato che si può fare un ottimo utilizzo delle nuove tecnologie in una democrazia. L’applicazione, che ha utilizzato per monitorare le persone che potrebbero avere avuto un contatto con una persona contagiata, ha funzionato molto bene. Speriamo che l’Italia si ispiri alla Corea del Sud per la sua applicazione. L’importante è limitare la conservazione dei dati nel tempo e la trasparenza su quello che si fa con i nostri dati.

 

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