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Che cosa si attende Biden da Draghi su Cina, Russia, Libia e non solo

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governo Draghi

Come cambieranno i rapporti fra Italia e Usa con il governo Draghi secondo l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci

Del nuovo governo presieduto da Mario Draghi sappiamo che potrà contare su un’ampia, ancorché eterogenea, maggioranza alla Camera e al Senato, e di un diffuso sostegno nell’opinione pubblica e nei media. Del suo programma, alcune priorità, fin troppo evidenti, sono dettate dalla drammatica congiuntura che sta attraversando il Paese: una strategia di contenimento dei contagi e un programma di vaccinazioni, un piano di rilancio dell’economia e dell’occupazione, alcune riforme (giustizia, pubblica amministrazione, politiche attive del lavoro, concorrenza e così via da tempo sollecitate anche dalla Unione europea). Ed è ovvio che gli impegni di politica interna saranno dominanti soprattutto nelle prime settimane e mesi.

Quanto alla politica estera e alla collocazione internazionale appare scontata un saldo posizionamento del nuovo esecutivo nel campo europeista e atlantista. Sono una garanzia in questo senso non solo la figura e i precedenti di Mario Draghi, ma anche le chiare indicazioni del presidente della Repubblica, e il posizionamento dei partiti che sosterranno il governo. Compresa la Lega, che sembra avere abbandonato i toni polemici anti-europei, e ha deciso di impegnare nell’esecutivo tre fra i suoi esponenti meno compromessi con la linea del sovranismo.

Ciò premesso, il principale e più urgente impegno dell’esecutivo sarà la definizione di quel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che dovrebbe consentire all’Italia di accedere ai fondi (più di 209 miliardi di Euro) del Recovery Plan Next Generation Eu, la cui messa a punto aveva provocato la caduta del Governo Conte bis. Sulla qualità di questo Piano si misurerà infatti la capacità del sistema Paese di programmare la ripresa sulla base di una visione strategica, e di essere in grado di spendere in maniera efficace i fondi europei generosamente messi a disposizione dell’Italia. Ma proprio per quest’ultimo motivo, il Pnrr sarà anche il banco di prova della credibilità del governo nei confronti dell’Europa.

Dopo avere ottenuto rapidamente dal Parlamento la ratifica della decisione sulle nuove “risorse proprie” del bilancio della Ue (la cui entrata in vigore è la precondizione perché la Commissione europea possa cominciare emettere i titoli comuni necessari per finanziare il Recovery Plan), il governo dovrà adottare, entro la fine di aprile, un Piano di  misure organiche e coerenti con gli obiettivi di sostenibilità e digitalizzazione definiti in sede europea. Questo Piano dovrà inoltre contenere indicazioni sulla sua governance e sulle modalità di esecuzione delle varie misure, ma anche sulle riforme che dovrebbero accompagnare gli investimenti, su cui da tempo la Ue sollecita risposte dall’Italia. Nella consapevolezza che, per la dimensione delle risorse destinate all’Italia (di gran lunga il maggiore beneficiario) è proprio alla capacità dell’Italia di definire e attuare un Piano nazionale credibile ed efficace che si guarderà per misurare il successo o l’insuccesso di Next Generation EU.

In Europa, Draghi è conosciuto e apprezzato. La sua competenza e capacità di leadership sono fuori discussione. La sua presenza nel Consiglio europeo potrebbe fare la differenza, tanto più in una fase in cui la parabola politica della cancelliera tedesca Angela Merkel sta giungendo al termine, per il presidente francese Emmanuel Macron si avvicina la scadenza delle presidenziali nel 2022, e il Regno Unito è ormai un Paese terzo. Quello di Draghi potrebbe essere un contributo decisivo per far sì che la Ue riesca a sfruttare il successo di Next Generation Eu per realizzare altri obiettivi: dall’attuazione del Green Deal, al completamento del mercato interno con nuove regole in materia di tassazione, dalla riforma delle regole in materia di disciplina di bilancio, alla concretizzazione dell’obiettivo dell’autonomia strategica.

Non dovrebbero esserci problemi nel rapporto con gli Stati Uniti, a maggior ragione dopo l’insediamento a Washington di un’amministrazione democratica più attenta e disponibile al rapporto con gli alleati europei. E Draghi è conosciuto e apprezzato anche oltre-Oceano. Sarebbe però un errore per il governo ritenere che non ci saranno difficoltà anche con Joe Biden alla Casa Bianca. Occorrerà in particolare vigilare sul tema dei nostri rapporti con la Cina, nella consapevolezza che anche la nuova amministrazione continuerà a considerare la Cina come un concorrente strategico e come un fattore di rischio per la sicurezza dell’Occidente. E analoga attenzione andrà posta ai nostri rapporti con la Russia, per non correre il rischio di essere considerarti troppo accomodanti nei confronti di un Paese che Washington guarderà con maggiore severità, perché responsabile di sistematiche violazioni di principi e valori cari all’Occidente. Troppo spesso in passato a Washington siamo stati considerati come sorvegliati speciali a causa di iniziative avventate nei confronti di Cina e Russia.

Nel Mediterraneo ci si attende dal governo Draghi maggiore protagonismo, e un ruolo più propositivo, soprattutto nei confronti di quelle aree di crisi che costituiscono una minaccia più diretta a evidenti interessi nazionali, a partire dalla Libia. Non si tratta evidentemente di assumere iniziative velleitarie e isolate; ma di operare, nella consapevolezza dei propri mezzi, e di intesa con i nostri partner europei ed altri alleati, per creare condizioni di stabilità, ed evitare che Russia e Turchia stabiliscano proprie sfere di influenza permanenti nella regione. In una area così decisiva per l’Italia, la linea del gGoverno non dovrà però essere dettata unicamente, e di volta in volta, da pure legittime preoccupazioni settoriali: dalla gestione dei flussi migratori, agli approvvigionamenti energetici, agli interessi economico-commerciali.

Infine, nel 2021 l’Italia ha, per la prima volta, la responsabilità della presidenza del G20 (tema a cui AffarInternazionali dedica un dossier speciale di approfondimento, ndr), un foro di consultazione informale e destrutturato, nel quale il ruolo della presidenza è decisivo nel dettare l’agenda e identificare le priorità. I prossimi mesi possono quindi costituire una ottima occasione per far avanzare la cooperazione internazionale in un numero importante di settori, in una congiuntura per molti versi eccezionale.

Anche su questo fronte la presenza di Draghi a Palazzo Chigi può fare la differenza, e consentire di cogliere l’occasione del G20 non solo per gestire una straordinaria vetrina mediatica, ma soprattutto per realizzare qualche risultato concreto coerente con l’obiettivo di un rilancio del multilateralismo e funzionale agli interessi dell’Italia.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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