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Che cosa resta dopo l’incendio alla Procura di Milano

Procura

Il poco o niente che resta della Procura milanese di “Mani pulite”

Più guardo quella foto storica, in bianco e nero, dell’allora capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli nella Galleria del Duomo, affiancato dai sostituti Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro, all’epoca delle indagini “Mani pulite”;  più rifletto sulle difficoltà fra le quali si sta concludendo la gestione di quella Procura da parte di Francesco Greco, anche lui tra i sostituiti -allora- di Borrelli, più mi chiedo cosa sia rimasto ormai, non solo per ragioni anagrafiche, di quella stagione. Che pure aveva scatenato reazioni tanto opposte quanto vigorose: dalla paura di un potere declinante, che ci aveva messo del suo, per carità, nella crisi che gli stringeva il collo, e i cortei inneggianti alle manette che scattavano di giorno e di notte ai polsi di indagati per finanziamento illegale dei partiti, corruzione, concussione e quant’altro, non tutti destinati  alle condanne, e neppure ai processi.

A segnare la fine della carriera politica del malcapitato di turno non bastavano le manette, di giorno o di notte che scattassero ai polsi davanti a fotografi e simili sempre così stranamente puntuali sul posto, essendo sufficiente un avviso di garanzia. E neppure esso doverosamente notificato alla persona interessata, di qualsiasi colore e grado politico, da un semplice consigliere comunale al presidente del Consiglio, bastando e avanzando un’anticipazione giornalistica, sparata con l’evidenza e la forza mediatica di una condanna senza appello.

Di quella stagione, diciamoci la verità, è rimasto ben poco, se non niente. Borrelli, per cominciare dal vertice di quella mitica struttura giudiziaria, pur essendo riuscito a scalare la Procura della Corte d’Appello di Milano mancata per un pelo proprio alla vigilia di “Mani pulite”, per cui qualcuno scambiò, a torto a ragione, la sua dura gestione delle indagini per una ritorsione contro chi ne aveva ostacolato la candidatura, morì in tempo nel 2019 per fare una clamorosa ammissione. Disse, in particolare, che “non valeva la pena” abbattere una Repubblica per assistere alla corruzione, magari aumentata, nelle successive. E si guadagnò per questo in un libo il ringraziamento dell’ex ministro socialista della Giustizia Claudio Martelli.

Gerardo D’Ambrosio, il vice di Borrelli succedutogli nel 1999 e andato in pensione nel 2002, fece da ex magistrato una scelta legittima, per carità, ma quanto meno scomoda per un ricordo epico della stagione di “Mani pulite”. In particolare, egli si candidò al Senato nelle liste del partito -l’ex Pci dei democratici di sinistra- fra i pochi, se non l’unico sopravvissuto a quelle indagini. Ed era toccato proprio a lui, D’Ambrosio, togliere praticamente alla sostituta Tiziana Parenti, uscita poi dalla magistratura per farsi eleggere alla Camera nelle liste berlusconiane di Forza Italia, una parte degli accertamenti sul conto svizzero “Gabbietta” di Primo Greganti, che si occupava dei conti del Pci.

Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici, dipinto generalmente come l’ariete della Procura milanese per la smania anche dichiarata di “sfasciare” chi gli capitava a tiro, come rivelò lo stesso Borrelli, non aspettò neppure il pensionamento per passare alla politica. Lasciata la magistratura tra sorprese e polemiche, egli si fece eleggere senatore nel collegio rosso e blindato del Mugello, inutilmente contrastato da Giuliano Ferrara a destra e da Sandro Curzi a sinistra. Poi allestì un suo partito, Italia dei Valori, che fu l’unico col quale il Pd pur a vocazione maggioritaria di Walter Veltroni accettò nelle elezioni del 2008 di apparentarsi, concedendogli poi anche di fare gruppo autonomo in Parlamento.

Già prima, tuttavia, di lasciare la magistratura Di Pietro era riuscito a guadagnarsi l’attenzione, l’interesse e quant’altro addirittura di Berlusconi, che gli offrì inutilmente nel suo primo governo, nel 1994, il Ministero non certo irrilevante dell’Interno, E a Piercamillo Davigo, un altro sostituto di Borrelli, il Ministero della Giustizia, per fortuna anch’esso rifiutato. Dico “per fortuna” avendo tutti rischiato in quel momento di avere in via Arenula un battutista, quanto meno, inchiodato a torto o a ragione a una battuta, appunto, in televisione sull’assolto equivalente a un colpevole che l’ha fatta franca: non proprio il massimo, diciamo, per un magistrato quale lui era ancora in quel momento. E non è più adesso, in pensione ed ex consigliere superiore della magistratura. Cui peraltro auguro sinceramente di uscire indenne dall’indagine in corso su una violazione di segreto di cui dubito, essendo stato destinatario legittimo, come consigliere superiore della magistratura, di un verbale trasmessogli da un sostituto procuratore di Milano -Paolo Storari- non a caso appena confermato al suo posto proprio dal Consiglio del Palazzo dei Marescialli.

Oltre al Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi, che aveva chiesto il trasferimento di Storari, la decisione del Consiglio Superiore ha spiazzato, a dir poco, il capo della Procura di Milano Francesco Greco, un altro della covata di Francesco Borrelli. Ora, in attesa di andare in pensione a novembre, egli dovrà ancora tenersi Storari come sostituto, pur avendone duramente contestato le proteste contro le ritardate indagini sulla presunta loggia massonica rivelata dall’avvocato Piero Amara. In più, Storari nel rapido procedimento avviato contro di lui da Salvi si è guadagnato la solidarietà pubblica di un bel po’ di magistrati ambrosiani.

Della squadra di Borrelli consentitemi infine di ricordare Gherardo Colombo per apprezzarne il disagio, quanto meno, da lui avvertito nel ricorso un po’ troppo frequente alla carcerazione preventiva o cautelare durante le indagini “Mani pulite”. Non mancarono peraltro tragici incidenti, fra i quali il suicidio di Gabriele Cagliari nel 1993, dopo un interrogatorio su cui per fortuna non posso dilungarmi per mancanza di spazio.

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