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Che cosa ha detto don Eugenio Scalfari della sua ex Repubblica ora dominata da Elkann

di

prima repubblica

Gli altalenanti stati d’animo del fondatore del quotidiano Repubblica, Eugenio Scalfari, dopo il siluramento di Verdelli e la nomina di Molinari da parte di Elkann

Sarà pure stato “furibondo”, come lo rappresentarono sulla prima pagina al Fatto Quotidiano, interessatissimo naturalmente a trarre qualche vantaggio da una crisi del giornale La Repubblica, ma Eugenio Scalfari ha reagito con molta prudenza e con un’apertura pur minacciosa di fiducia al nuovo corso del quotidiano da lui fondato nel 1976. Egli ha confidato ai lettori, nel solito appuntamento domenicale, di avere già avuto un confronto, diciamo così, col direttore Maurizio Molinari, appena subentrato al pur caro Carlo Verdelli per volontà dell’editore John Elkann, il nipote ed erede di Gianni Agnelli, e di averne praticamente raccolto la promessa che Repubblica continuerà a muoversi nel solco del “liberal-socialismo” rivendicato dallo stesso Scalfari. Che evidentemente deve avere dimenticato – alla bella età che ha di 96 anni-  quella protesta levata nel 1978 contro il segretario socialista Bettino Craxi per essersi permesso di “tagliare la barba a Marx” con le forbici fornitegli da Luciano Pellicani, l’autore del “Vangelo socialista” affidato all’Espresso.

Amante dichiarato delle “favole” come negli anni dell’infanzia, Scalfari ha garantito ai lettori che da “fondatore” vigilerà sul nuovo corso del suo giornale, pronto – se si troverà di fronte ad un altro soggetto o oggetto – ad avvertirli per primo e a “trarne personalmente e collegialmente, se possibile, le conseguenze”.

D’altronde, dando forse un dispiacere al già citato giornale di Marco Travaglio, cui non parrebbe vero se si creasse un nuovo spazio a sinistra da coprire con giovanile rapacità, Carlo De Benedetti ha già avvertito con una intervista al Foglio di essere pronto con i suoi 85 anni sulle spalle, e i tanti soldi di cui ancora dispone anche dopo averne donati parecchi ai figli che lo hanno deluso, a mettere su una specie di Repubblica 2: un po’ come la Milano 2 ma anche 3 del suo antico e irriducibile concorrente o avversario Silvio Berlusconi. Col quale egli tentò ad un certo punto di realizzare anche qualche affare insieme, trattenuto a forza proprio dalle proteste di Scalfari e della Repubblica di cui aveva assunto la proprietà versando – avrebbe poi rivelato nel salotto televisivo di Lilli Gruber – una “pacchettata” di soldi al fondatore. Che non era e non è certamente uno sprovveduto alle prese col portafoglio.

Poiché il liberal-socialismo è una formula che può prestarsi a tante interpretazioni, come dimostrò appunto la difesa della barba di Marx nel 1978, quando Craxi sfidò i comunisti di Enrico Berlinguer sul terreno ideologico e pratico, Scalfari lo ha incarnato anche nell’incontro con Molinari l’attuale presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che, guarda caso, il nuovo direttore si è affrettato a intervistare di persona, reduce da una visita alle Fosse Ardeatine.

Di Conte il “fondatore” ha tessuto gli elogi dimenticandone la designazione grillina, non proprio il massimo del liberal-socialismo, e condiviso forse l’odore per un “fiore”, come quello della “sua” Repubblica, che “non appassisce”, almeno sino ai “100 anni”. Che non sono quelli dello stesso Scalfari, arrivatovi ormai vicino, ma della testata, che ne ha “solo” 44: tutti scrollatisi di dosso dall’interessato riproponendo la foto emblematica della nascita di Repubblica in tipografia, quando Scalfari aveva solo 52 anni e faceva le prove di stampa, attorniato da una squadra ambiziosa quanto lui.

Il fiore in questi giorni in cui si canta gioiosamente Bella ciao, che pure lo evoca per la tomba del partigiano, non farà certamente a Scalfari il brutto scherzo di appassire anzitempo. Auguri, don Eugenio, come avrebbero chiamato Scalfari ai tempi di Benedetto Croce.

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