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Che cosa cela lo scazzo tra Renzi e Meloni

Mosse e parole di Giorgia Meloni fra sindacati e Parlamento. I Graffi di Damato

Sapete l’ultima di Giorgia Meloni fra il suo ufficio a Palazzo Chigi e l’aula del Senato, dove ieri ha risposto alle interrogazioni nella formula inglese “question time”? Dopo la penultima costituita dall’avere ancora come ministro il cognato Francesco Lollobrigida reduce da una fermata straordinaria del treno “frecciarossa” in ritardo su cui viaggiava: fermata concessagli a Ciampino per farlo arrivare in tempo in auto ad un impegno di governo in Campania. L’ultima è la convocazione dei sindacati a Palazzo Chigi per oggi, venerdì, nonostante i capi della Cgil e della Uil avessero già indetto con le manifestazioni di accompagnamento il solito sciopero, questa volta al Nord, propiziatorio anche di un ponte più lungo di fine settimana. Che per quanti vi partecipano è almeno compensativo del danno economico. Compensativo e naturalmente incentivante all’adesione.

L’ha fatta così grossa, la premier, che di fronte alle proteste di un adiratissimo Maurizio Landini – impossibilitato all’ubiquità e sarcasticamente dolente della impossibilità di ottenere, come il ministro Lollobrigida, di ottenere la fermata straordinaria di un treno in ritardo per scenderne – ha spostato l’appuntamento a martedì. Quando discuterà, fra l’altro, del solito maxi-emendamento del governo alla legge di bilancio e alla manovra finanziaria all’esame del Senato. E magari si sentirà direttamente contestare il miglioramento dell’occupazione, specie femminile, vantato ieri al Senato.

A proposito della prestazione della Meloni nell’aula di Palazzo Madama – in giacca bianca con nastro macchiato di rosso per solidarietà con le donne uccise dagli uomini – ha voluto distinguersi in animosità nel confronto l’ex premier Matteo Renzi. Cui peraltro la titolare di Palazzo Chigi, rispondendo alle proteste per l’aumento dei prezzi della benzina, aveva chiesto di prendersela piuttosto con gli amici che ha in un paese produttore di petrolio come l’Arabia Saudita, a cominciare dall’emiro che gli commissiona e paga conferenze.

Nella speranza o illusione stimolata forse dal fatto di averla vista cambiare posto ai banchi del governo per un guasto al microfono, Renzi ha invitato la Meloni a diffidare dei numerosi applausi che le riservano ancora i parlamentari della maggioranza. “Ho dato un consiglio alla Presidente perché ci sono passato e so che cosa si prova”, ha raccontato lo stesso Renzi sul “suo” Riformista. “Diffida degli adulatori, cara Giorgia: saranno i primi – ha profetizzato il suo predecessore pur non diretto – ad andarsene quando finirà il tuo ciclo. So bene che cosa si prova in questi casi, sono un esperto della materia: ne ho visti tanti di fenomeni lodarti quando le cose vanno bene e tradirti alla prima difficoltà”. Ma c’è in questo monito del senatore di Scandicci l’ammissione involontaria che le cose vanno bene, appunto, e non male come lui di solito dice e scrive del governo cui non a caso nega sempre la fiducia, pur vantandosi di fare un’opposizione diversa dalle altre.

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