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Che cosa cela il caso Bonafede

di

Conte

Il caso Bonafede visto da Francesco Damato

A prescindere da come finirà la partita aperta al Senato, mentre scrivo, contro il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede – sottoposto alle mozioni di sfiducia “individuale” presentate dal centrodestra e dall’europeista e garantista Emma Bonino a 90 anni dalla nascita di Marco Pannella e a 32 dalla morte di Enzo Tortora- lasciatemi dire che logica politica e logica costituzionale dovrebbero coincidere in tempi normali. Che non sono evidentemente questi che viviamo, e non solo per colpa dell’epidemia virale, come ha sospettato invece Federico Geremicca sulla Stampa preannunciando il salvataggio di Bonafede appunto grazie al Covid 19, e all’emergenza da esso provocata anche in sede politica e istituzionale. Da qui la fine positiva, non so se più auspicata o prevista, della “lunga” e insonne del guardasigilli, stando rispettivamente a un titolo del Quotidiano del Sud e alla vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Logica politica e logica costituzionale sono entrate in conflitto nella partita di Bonafede precisamente quando i grillini ma, ancor più di costoro, il Pd hanno minacciato di crisi di governo Matteo Renzi, tentato nella maggioranza almeno dalla mozione della senatrice Bonino. Eppure in gioco era in quel momento la sfiducia appunto “individuale” al guardasigilli e non all’intera compagine ministeriale guidata da Giuseppe Conte. Al Fatto Quotidiano, sempre all’erta sotto le 5 Stelle, non è parso verso trasformare il monito del Pd, secondo partito della coalizione giallorossa, come una bandiera, o bandierina, in un titolo di prima pagina.

Pur non contemplata dalla Costituzione repubblicana in vigore dal 1948, che parla solo di fiducia e sfiducia al governo nella sua interezza, la sfiducia “individuale” vi è stata introdotta come una supposta dalla Corte Costituzionale con una sentenza nel 1996 respingendo il ricorso presentato dall’ormai ex guardasigilli, pure lui, Filippo Mancuso. Che ne aveva fatto le spese l’anno prima per avere osato mandare un’ispezione ministeriale nella inespugnabile fortezza, diciamo così, del tribunale di Milano e della relativa Procura. Dove si era consumata la cosiddetta prima Repubblica per i finanziamenti illegali della politica.

I giudici del Palazzo della Consulta, dirimpettaio del Quirinale dove sedeva il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, voglioso di scaricare il ministro della Giustizia da lui stesso voluto nella formazione del governo di Lamberto Dini, decisero allora che un ministro, non potendo essere rimosso costituzionalmente né dal presidente della Repubblica che lo aveva nominato né dal presidente del Consiglio che formalmente gli era stato proposto, poteva ben essere licenziato dal Parlamento senza provocare una crisi di governo. Che è l’esatto opposto di quel che hanno sostenuto grillini e Pd facendo quadrato in questi giorni attorno a Bonafede, peraltro anche capo della delegazione del suo movimento nel secondo esecutivo di Conte.

A nessuno – tutti presi dai riflettori puntati sulla vera o presunta “spada” non delle opposizioni ma di Renzi sulla testa di Bonafede, come ha titolato La Gazzetta del Mezzogiorno – è venuto in testa un po’ di riguardo per il presidente della Repubblica e per le sue competenze in caso di crisi. E’ a lui infatti che spetta di decidere quando un governo si dimette se accettare o no l’apertura della crisi, avviando o proseguendo le consultazioni per cercare di risolverla o rimandando il governo alle Camere per verificare che davvero gli manchi la fiducia formalmente non ritiratagli. Non bisogna essere cattedratici di diritto costituzionale per sapere e capire una cosa del genere.

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