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Che cosa cambierà nel Pd dopo le primarie

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Ecco portata ed effetti delle primarie del Pd. I Graffi di Damato

 

Il problema delle primarie odierne per l’elezione del nuovo segretario del Pd è paradossalmente diventato più quello dell’affluenza, sopra o sotto il milione di partecipanti, che quello di chi e se vincerà fra i tre concorrenti superando da solo la metà dei voti. Al di sotto della quale vi sarebbe poi nell’assemblea nazionale del partito il ballottaggio fra i primi due classificatisi nei gazebo e simili. E col ballottaggio potrebbe svolgere un ruolo decisivo proprio l’escluso, condizionando la prevalenza dell’uno sull’altro dei due finalisti.

CHE COSA C’E’ IN BALLO ALLE PRIMARIE PD

Il milione di votanti, meno di un terzo di quelli che nel 2007 corsero a spingere Walter Veltroni al vertice del partito nato dalla fusione fra i resti del Pci, della sinistra democristiana, della sinistra liberale e degli ambientalisti, è una quota, una soglia, un traguardo -chiamatelo come volete- che si sono dati un po’ autolesionisticamente almeno due dei tre candidati. I quali sono poi quelli più votati nell’ambito delle sezioni, cioè Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, piazzatisi decisamente sopra Roberto Giachetti, il radicale in tutti i sensi: sia per la sua origine orgogliosamente pannelliana sia per la intransigenza nella difesa della stagione politica di Matteo Renzi.

LA SFIDA TRA CANDIDATI

Quest’ultimo tuttavia non si è schierato apertamente a favore di chi ne ha rivendicato l’eredità. Egli ha lasciato che lo facessero fedelissimi come Maria Elena Boschi e Sandro Gozi, non imitati però da altri fedelissimi, come Luca Lotti e Lorenzo Guerini, impegnatisi col silenzioso assenso dello stesso Renzi a favore di Martina: suo ex vice segretario e per un po’ successore anche critico, ma non tanto critico da non lasciarsene condizionare nel passaggio più decisivo dell’interregno. Fu quando bastò un’intervista televisiva di Renzi per fermare Martina l’anno scorso, dopo le elezioni politiche del 4 marzo, sulla strada di un’intesa di governo con i grillini pur attribuita, a torto o a ragione, alle aspettative, simpatie, preferenze e quant’altro del capo dello Stato. Esse erano probabilmente maturate durante l’esplorazione della crisi affidata da Sergio Mattarella al presidente pentastellato della Camera Roberto Fico, dopo la perlustrazione svolta nell’ambito del centrodestra dalla presidente forzista del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati.

CHE COSA E’ SUCCESSO ANTE PRIMARIE

Il carattere autolesionistico, a mio avviso, del milione di partecipanti alle primarie auspicato dai due concorrenti meglio piazzati nella corsa alla segreteria deriva dal rischio di non raggiungere l’obiettivo nell’attuale clima di generale disaffezione del pubblico verso la politica. Che è stato appena confermato dal poco più del 50 per cento di affluenza alle urne nelle elezioni regionali abruzzesi e sarde.

LE MOSSE DI ZINGARETTI E MARTINA

Come in un rito propiziatorio, cioè promozionale rispetto alle primarie per le quali sono stati allestiti settemila seggi in tutta Italia, e schierati per la loro gestione trentacinquemila volontari, Zingaretti e Martina sono corsi ieri a Milano a mescolarsi, col sindaco Giuseppe Sala, ai duecentomila scesi in piazza contro Salvini in nome dell’antirazzismo.

LA MANIFESTAZIONE A MILANO

Si stenta francamente a capire, proprio per le difficoltà del clima politico a tutti arcinoto, di fronte al quale i duecentomila concentrati a Milano contro la Lega non possono essere francamente o convintamente scambiati come una smentita o una inversione di tendenza, per quale motivo i due maggiori concorrenti alla segreteria del Pd abbiano voluto regalare agli avversari esterni, ma anche a quelli interni, l’handicap di una riconosciuta delegittimazione in caso di affluenza sotto il milione evocativo, a questo punto, non si sa di che cosa. Del lontanissimo viaggio di Marco Polo in Cina?

GLI SCENARI

Paradossalmente a trarre i maggiori vantaggi da una eventuale delegittimazione del vincitore, o del “flop” delle primarie, come è già stato battezzato o vaticinato da qualche giornale come il Quotidiano Nazionale della catena editoriale Monti Riffeser, potrebbe essere lo sconfitto designato dai più incalliti e persino cattivi avversari del Pd: Matteo Renzi. Che, avendo dimostrato di potere richiamare da solo attorno a sé tantissima gente nel giro promozionale, in tutta Italia, del suo nuovo libro dal titolo significativo di “Un’altra strada”, potrebbe essere alla fine maggiormente tentato dall’idea di uscire dal partito e di crearne uno nuovo per presidiare meglio l’area, insieme, antigrillina e antileghista. E ciò proprio nel momento in cui la maggioranza gialloverde rischia di implodere per la sua irrimediabile eterogeneità.

IPOTESI SCISSIONI

Nel caso di una scissione, di segno opposto a quella subita da Renzi come segretario del Pd nel 2017, quando se ne andarono dal suo partito Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, e poi l’allora presidente politicamente terminale del Senato Pietro Grasso, il senatore di Scandicci, come preferisce spesso chiamarsi con falsa modestia lo stesso Renzi, terremoterebbe anche quel che resta del centrodestra.

LE PAROLE DI BERLUSCONI

Le polemiche ricorrenti di Silvio Berlusconi e della sua Forza Italia contro Salvini per la eccessiva durata della sua esperienza di governo con i grillini, e per gli effetti recessivi e paralizzanti che ha già prodotto nel Paese, per non parlare dei guai procurati all’Italia a livello internazionale, impallidirebbero di fronte alla maggiore credibilità che avrebbe sul versante contestativo l’irruzione di un partito renziano. A quel punto il Cavaliere rimarrebbe davvero col cerino acceso in mano.

LE SFIDE DI RENZI

Renzi potrebbe da una parte vantarsi, contro Berlusconi, della più efficace azione svolta l’anno scorso, peraltro già da ex segretario, contro il tentativo dei suoi compagni di partito di accordarsi con i grillini per il governo del cosiddetto cambiamento. E dall’altra potrebbe smascherare il contributo decisivo dato invece alla nascita del governo gialloverde proprio da Berlusconi. Cui ogni tanto l’insospettabile Salvini ricorda perfidamente il permesso, se non l’incoraggiamento ricevuto dopo il voto del 4 marzo 2018 a “provare” l’intesa di governo con le cinque stelle. E ciò pur di evitare un ricorso anticipato alle urne che avrebbe avuto l’inconveniente di rafforzare il sorpasso della Lega salviniana sul partito del Cavaliere all’interno di un centrodestra già avvicinatosi alla conquista della maggioranza parlamentare più dei grillini nel rinnovo ordinario delle Camere.

Non sono pochi, come si vede, i nodi che direttamente o indirettamente possono venire al pettine della politica italiana dalle primarie odierne del Pd, sopra e sotto la soglia di un’affluenza milionaria. E condizionare gli sviluppi di una situazione politica per niente statica, nonostante l’apparenza di un governo privo, secondo alcuni, di alternative praticabili, compresa quelle delle elezioni anticipate dopo quelle europee di fine maggio.

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO

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